Una promessa di libertà per il Gambia. (VIDEO)

By in Esteri on gennaio 28, 2017

Dopo 22 anni di regime e sei settimane di tensione e paura, il Gambia, piccolo stato dell’Africa occidentale circondato dal Senegal, ha potuto festeggiare la sua liberazione. Il momento di gioia per i gambiani è arrivato la notte del 21 gennaio, quando il dittatore Yahya Jammeh ha dichiarato ufficialmente che avrebbe lasciato il potere (VIDEO).

Finalmente, perché questo despota, salito al potere con un golpe nel 1994, si è macchiato di innumerevoli violazioni dei diritti umani. Lo scorso 1 dicembre ha perso le elezioni presidenziali, che forse si sono svolte in maniera più democratica di quanto avesse previsto. La sera del giorno dopo, probabilmente nell’unico momento di lucidità e dignità che abbia mai avuto, Jammeh aveva stupito tutti i suoi compatrioti (e tutti noi) ammettendo la sconfitta e addirittura telefonando al vincitore, Adama Barrow, per fargli le congratulazioni.

È stato solo un lampo, perché qualche giorno dopo ha ritrattato dicendo di non voler riconoscere il risultato a causa di “serie ed inaccettabili anormalità” riscontrate nel voto (falsità ovviamente). Dopo questo volta faccia sono iniziati giorni di grande incertezza, tento che 26.000 gambiani sono fuggiti nel vicino Senegal.
La comunità internazionale si è schierata con il vincitore Barrow. In particolare la Comunità economica degli stati d’Africa occidentale (Cédéao / Ecowas), la quale ha avuto un ruolo determinante nella risoluzione questa crisi, essendosi attivata subito per convincere diplomaticamente Jammeh a una transizione pacifica.
Nelle settimane successive è iniziata la sfilata di presidenti e primi ministri delle nazioni appartenenti alla Cédéao che facevano avanti e indietro dalla capitale Banjul per provare a far rinsanire il dittatore. Nel frattempo l’organizzazione iniziava a prepararsi per un’eventuale azione militare per costringerlo a farlo.
Jammeh continuava a non intendere ragione. Al contrario, si è messo, a chiudere radio locali, arrestare i militari che dichiaravano fedeltà a Barrow, chiedere inutilmente ricorso alla Corte Suprema e infine ottenere dal parlamento l’istituzione dello Stato d’emergenza e il prolungamento del suo mandato per 90 giorni.

Il 19 gennaio, la svolta. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione in sostegno della Cédéao. Quello stesso giorno Barrow ha prestato giuramento dall’ambasciata gambiana in Senegal, dove si era trasferito dal 15 gennaio per motivi di sicurezza. A quel punto nella notte un contingente di 7000 uomini della Cedeao, da tempo schierato in Senegal, ha iniziato l’intervento ed è penetrato in territorio gambiano verso Banjul. Durante la notte però, l’organizzazione ha arrestato l’avanzata per permettere un ultimo tentativo di mediazione al presidente guineano Alpha Condé.
Jammeh ha continuato a sfidare i diktat fino alla resa, il 21 gennaio appunto, quando si è imbarcato su un aereo per la Guinea da dove poi si è spostato in Guinea Equatoriale, un paese dove prospera un altro despota africano, Teodoro Obiang. Da qui la gioia della maggior parte dei quasi due milioni di gambiani che sono riversati nelle strade dentro e fuori il paese. Un giubilo incontenibile che qualche giorno dopo si è ripetuto con l’arrivo a Banjul del nuovo e terzo presidente della storia del Gambia, Barrow.
Il perché della strenua resistenza di Jammeh è presto detto. Doveva organizzare l’immunità del suo esilio e “saccheggiare” le casse dello stato per garantirsi un futuro d’oro. Infatti il giorno dopo Mai Ahmad Fatty, uno dei consiglieri del presidente Barrow, ha rivelato che 11 milioni di dollari sono stati sottratti al Tesoro Pubblico gambiano assieme ad automobili di lusso e che gli archivi del governo sono stati distrutti.

Il ruolo del Senegal

In tutto questo di positivo c’è che i gambiani sono ora liberi dal loro oppressore e che per ottenere ciò non è stata necessaria né una guerra né la perdita di una sola vita umana. Dietro questa storia a lieto fine, purtroppo piuttosto rara in Africa, ci sono una serie di variabili.
Il primo riguarda gli interessi del governo di Dakar. Il Senegal aveva tutti gli interessi a sbarazzarsi dell’irrequieto e pericoloso leader vicino. Prima di tutto per motivi di sicurezza. Da tempo ci sono prove che, durante il suo regime, Jammeh abbia armato i guerriglieri del Mfdc, il movimento di ribelli separatisti della Casamance, la regione meridionale del Senegal confinante con il Gambia e in particolare con il villaggio natale di Jammeh, Kanilai. Non a caso proprio lì, sotto il controllo della guardia presidenziale, il dittatore aveva concentrato la maggior parte delle armi del paese.
Ma non si trattava solo di tutelare la stabilità regionale. Il Senegal ha interessi economici da preservare. Dopo l’insediamento a Dakar, Barrow è stato già interpellato sulla costruzione del ponte che dovrebbe attraversare il Gambia e unirebbe il nord e il sud del Senegal (qui devi guardare la cartina geografica per capire il problema….quindi aggiungerei una cartina nell’articolo se è possibile) , un progetto che Jammeh aveva sempre ostacolato.

Successo per la Cedeao, ma…

Come detto, il lavoro diplomatico svolto dalla Cédéao è stato determinante. Effettivamente grazie a questa organizzazione il continente può vantare oggi un doppio successo, perché ha risolto una crisi senza spargimenti di sangue e soprattutto perché lo ha fatto autonomamente, senza l’intervento occidentale. Una prova di grande efficacia da parte dei 15 paesi della Cédéao, che è impossibile immaginare se si osserva la farraginosità, soprattutto decisionale, di altri organismi regionali nel mondo (ogni riferimento all’Europa e alle Nazioni Unite è puramente casuale…).
Va detto però che in altre occasioni, con altri capi di stato dalle tendenze illiberali, specie in prossimità di appuntamenti elettorali, l’organizzazione non ha agito con la stessa fermezza e compattezza mostrata contro Jammeh. Viene in mente il caso del Niger, il Burkina Faso ai tempi di Compaoré o il la Guinea.
Il fatto è che Jammeh era un megalomane eccentrico che non aveva un grosso peso economico e politico nella regione, quindi del tutto sacrificabile. Lo dimostra il fatto che per vent’anni l’organizzazione ha taciuto su quello che il despota faceva nel suo paese. Poniamoci questa domanda: Cosa sarebbe successo se Jammeh non avesse mai riconosciuto temporaneamente la sua sconfitto dopo il risultato delle elezioni? Quel momento di lucidità mentale è stato l’errore che lo ha reso sacrificabile.
Altra critica che dobbiamo doverosamente fare alla Cédéao riguarda l’impunità e la giustizia. Ancora una volta vediamo garantita la fuga a un criminale africano senza che subisca alcun processo. Ma, come risponderebbero in molti, la pace ha un prezzo e la diplomazia è fatta di compromessi.

Le sfide per Barrow

Adesso le redini sono in mano al nuovo presidente. Un imprenditore 51enne del settore immobiliare arrivato per caso alla presidenza perché è stato candidato dopo che altri membri dell’opposizione sono stati arrestati o sono morti in prigione.
Il paese lasciato da Jammeh è poverissimo non avendo praticamente risorse economiche se non il turismo. La popolazione vive solo di agricoltura. La comunità internazionale ha già promesso degli aiuti economici, ma Barrow ora deve prendere in mano un sistema statale con molto oscuro e in particolare le forze armate assicurandosi la loro fedeltà. Non prima però di cominciare a fare giustizia nel paese senza creare divisioni. In questo senso, il nuovo presidente ha già fatto liberare tutti i prigionieri politici e deciso di istituire una Commissione per la verità e la giustizia incaricata di investigare sui crimini commessi durante il regime. In più ha annunciato di voler sopprimere la Nia, il servizio di intelligence del suo predecessore. Deve inoltre gestire il rientro dei tenti gambiani che nel corso degli anni sono fuggiti dal paese per via del regime.
Nel frattempo bisognerà formare un governo. Il neo presidente ha già nominato a Dakar Fatoumata Tambajang come sua vice-presidente, ora Barrow sta lavorando alla formazione del nuovo governo. L’idea è di scegliere sia attori politici che tecnici.
Insomma, ciò che è avvenuto in Gambia è una promessa di libertà, ora sta a Barrow e ai gambiani trasformarla in qualcosa di concreto.