Dalle immagini satellitari sembra un fenomeno affascinante ma la realtà è ben diversa. Il Mar Arabico è invaso dalle alghe: una fioritura di alghe di fitoplancton ha letteralmente invaso il tratto di mare tra l’Oman, ad ovest ed il Pakistan e l’India a est, ed i biologi marini hanno lanciato l’allarme per i rischi correlati a questa diffusione anomala. Si tratta infatti di un vero e proprio manto verde, nitidamente visibile anche dall’alto, tale da ‘nascondere’ a tratti il colore del mare e, come segnalato dagli esperti, dare origine a cattivi odori ben avvertiti. Del resto la fioritura di questi micro organismi nei mari non è cosa rara nei mesi invernali ma in questo caso la loro estensione ha di gran lunga superato ogni aspettativa, considerato che l’area interessata dalla fioritura delle alghe di fitoplancton è paragonabile, per dimensioni, allo stato del Messico.

Nella fattispecie quelle mostrate dalle riprese dei satelliti sono chiamate dinoflagellati ovvero alghe unicellulari provviste di flagelli e appartengono alla specie Noctiluca scintillans e anche se da questa prospettiva la loro presenza crea uno spettacolo affascinante, in particolare durante la notte quando sono bioliminescenti, nei fatti rappresentano un grave problema per i mari e per il loro ecosistema. Questo perchè se presenti in dosi massicce, come sta accadendo nel Mar Arabico, possono alterare la composizione dell’acqua a causa delle alte quantità di ammoniaca rilasciate e risultare letali sia per i pesci che per le tartarughe marine oltre che per numerose altre creature acquatiche. A risentirne inoltre sono anche il turismo e le attività ittiche su un’area estremamente vasta, a causa del cattivo odore emanato dalla distesa di alghe man mano che si decompongono e che non invoglia le persone a rimanere in spiaggia nè tantomeno a spingersi in mare aperto.

Fino ad una decina di anni va questo tipo di fioriture erano particolarmente rare ma negli ultimi anni il fenomeno è diventato molto frequente in alcune zone della Terra come il Mare Arabico ma anche le acque di Tasmanie e dell’Australia. Secondo gli esperti le cause sono legate, per quanto riguarda il Golfo dell’Oman dove il fenomeno è stato registrato in questi giorni, la presenza di una ‘zona morta’ così chiamata perchè si tratta di una porzione di mare estremamente povera di ossigeno, in conseguenza, ritengono gli scienziati, delle alte quantità di azoto e fosforo che vengono riversate in acqua e che alimentano sia la presenza di planton, del quale i dinoflagellati si nutrono, che delle alghe di colore verde con bioluminescenza notturna. Il problema viene inoltre aggreavato da un altro fenomeno ovvero l’intensificarsi dei mondoni sudoccidentali sull’Oceano Indiano, a sua volta conseguenza del massiccio scioglimento dei ghiacciai himalayani a causa del riscaldamento globale.

Daniele Orlandi

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Le apparizioni di Medjugorje hanno un fondo di verità o ci troviamo di fronte ad una forma di business economico mascherato da miracolo? Una domanda che in tanti si pongono da anni, considerato il fatto che quello che viene considerato l’ultimo grande mistero del cristianesimo ha generato un giro d’affari di portata incredibile. Dal 24 giugno 1981, anno della prima apparizione della Vergine Maria che verrà in seguito venerata con il titolo di ‘Regina della Pace’ ad oggi, secondo una ricerca, la storia raccontata da un ragazzo che vi aveva assistito su un giornale di Zagabria, ha fruttato ben 11 miliardi di euro, dei quali ben 290 milioni sarebbero stati incassati direttamente dai frati sotto forma di donazioni. Una cifra abnorme, troppo alta per poter escludere completamente che il tanto osannato ‘mistero’ abbia in realtà una concretezza materiale ben lontana da apparizioni e miracoli. Ma ovviamente sia i frati francescani che i veggenti che gestiscono la liturgia legata alla Madonna di Medjugorje hanno tutto l’interesse a mantenere un alone di mistero su quello che accade nella piccola località del comune di Citluk, parte del cantone dell’Erzegovina-Narenta, in Bosnia ed Erzegovina.

Sulla questione la Chiesa non si è mai espressa ‘nitidamente’ esprimendo un giudizio a mezza via datato 1991, quando i vescovi dell’allora Jugoslavia diffusero, in seguito ad un incontro a Zara, una dichiarazione congiunta affermando che “sulla base di quanto finora si è potuto investigare, non si può affermare che abbiamo a che fare con apparizioni e rivelazioni soprannaturali”. Fin qui dunque nulla di nuovo se non fosse che, ad aggiungere carne al fuoco, ci ha pensato nientemeno che il vescovo di Mostar Ratko Peric, il quale ha pubblicato un documento sul sito della diocesi, i cui contenuti andrebbero di fatto a smentire l’autenticità di tutte le apparizioni di Medjugorje, comprese quelle storiche nel corso delle quali la Madonna avrebbe comunicato ai veggenti ‘dieci segreti’. Secondo il vescovo non solo non si sarebbe verificata apparizione alcuna ma, ha raccontato “la figura femminile che sarebbe apparsa a Medjugorje si comporta in modo del tutto diverso dalla vera Madonna, Madre di Dio, nelle apparizioni riconosciute finora come autentiche dalla Chiesa.”

Il vescovo ha pertanto affermato che “tenendo conto di tutto quel che è stato esaminato e studiato da questa Curia diocesana, incluso lo studio dei primi sette giorni delle presunte apparizioni, si può pacificamente affermare: La Madonna non è apparsa a Medjugorje! Questa è la verità che sosteniamo, e crediamo nella parola di Gesù, secondo cui la verità ci renderà liberi”, andando di fatto a confermare che nel piccolo centro della Bosnia-Erzegovina, presso il quale arrivano annualmente migliaia di pellegrini, la Madonna non sarebbe mai apparsa. Nel documento, pubblicato pochi giorni prima dell’arrivo a Medjugorje di Henryk Hoser, arcivescovo di Varsavia, si legge: “di solito non parla per prima; ride in maniera strana; a certe domande scompare e poi di nuovo ritorna; obbedisce ai “veggenti” e al parroco che la fanno scendere dal colle in chiesa sebbene controvoglia. Non sa con sicurezza per quanto tempo apparirà; permette ad alcuni presenti di calpestare il suo velo steso per terra, di toccare la sua veste e il suo corpo. Questa non è la Madonna evangelica“. Hoser è stato inviato da Papa Francesco proprio per acquisire più approfondite conoscenze della situazione ovvero verificare se l’attività pastorale tenuta a Medjugorje fosse in linea con la dottrina cattolica.

Occorre sottolineare che, prima del documento del vescovo, erano state pubblicate le conclusioni di diverse commissioni attive dal 1982 al 1990 e dal 2010 ad oggi, l’ultima delle quali, formata da cardinali e teologi e presieduta dal cardinale Camillo Ruini, si è costituita per volere di Papa Benedetto XVI. Ha portato avanti i lavori di studio e ricerca per ben cinque anni, fino al 2015, quando sono state pubblicate le conclusioni in seguito consegnate a Papa Francesco. La commissione aveva però riconosciuto la natura sovrannaturale, esprimendo un parere favorevole, delle prime apparizioni avvenute nel 1981, sospendendo invece il giudizio per tutte le presunte apparizioni avvenute negli anni seguenti. Il vescovo di Mostar ha però ribaltato ogni conclusione, pronunciandosi contro tutte le apparizioni, comprese le prime, e sottolineando, nel nuovo documento: “Sebbene talvolta si sia detto che le apparizioni dei primi giorni potrebbero essere ritenute autentiche e che poi sarebbe sopraggiunta una sovrastruttura per altri motivi, in prevalenza non religiosi (…) con piena convinzione e responsabilità esponiamo i motivi per cui appare evidente la non autenticità dei presunti fenomeni. La posizione di questa Curia per tutto questo periodo è stata chiara e risoluta: non si tratta di vere apparizioni.”

La reazione più forte ed immediata alle parole del vescovo è stata quella del giornalista Paolo Brosio, da anni molto vicino a Medjugorje, il quale ha postato un lungo messaggio sul suo profilo Facebook contro Mostar Peric, parlando di un “attacco frontale senza precedenti alle apparizioni, ai veggenti, ai frati e ai pellegrinaggi di Medjugorje”.

Daniele Orlandi

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Una boccata d’ossigeno per le api. Arriva dall’Unione Europea, che potrebbe presto proibire tutti i pesticidi dannosi per le api, in pratica la maggior parte di quelli utilizzati nel mondo, sui campi coltivati. Una svolta epocale al momento proposta sottoforma di bozza al regolamento della Commissione Ue e visionata dal Guardian, che mira alla totale eliminazione sui terreni agricoli dell’Ue dei pesticidi neonicotinoidi. Un primo divieto temporaneo era stato introdotto dall’Unione Europea nel 2013 e riguardava tre neonicotinoidi, il cui utilizzo era stato proibito in alcune coltivazioni; se la nuova proposta venisse approvata dalla maggioranza degli Stati membri, il divieto diventerebbe definitivo e amplierebbe il raggio d’azione ad un gran numero di pesticidi e a tutti i campi coltivati, con la sola eccezione delle piante coltivate, per l’intero ciclo di vita, nelle serre. Indicando, nella bozza del regolamento che dovrà essere esaminato e votato entro il mese di maggio, il “rischio grave per le api”, come riferito dal quotidiano britannico. Se le proposte venissero approvate dalla maggioranza degli stati membri dell’Ue, già entro quest’anno le nuove misure potrebbero entrare in vigore. Le api hanno un’importanza fondamentale per l’ecosistema e per numerose colture alimentare ma a causa della perdita dell’habitat, della diffusione di malattie e del sempre più alto utilizzo dei pesticidi sono in forte calo da decenni: i pesticidi neonicotinoidi vengono impiegati da ormai due decadi ed è stato scientificamente provato che sono direttamente collegati a gravi danni per le api.

Una feroce battaglia è stata combattuta tra gli ambientalisti e gli agricoltori ed i produttori di pesticidi. Questi ultimi sostengono che gli insetticidi sono di vitale importanza per la protezione delle colture e che l’opposizione è sarebbe solo di natura politica. Il percorso volto all’abolizione dei pesticidi per la salvaguardia delle api è stato intrapreso nonostante alcune nazioni si siano opposte o, come il Regno Unito, non siano riuscite a raccogliere abbastanza voti. Il governo britannico sembra aver ammorbidito la sua posizione, dal momento che negli ultimi anni ha incrementato il numero di richiesta rifiutate, da parte degli agricoltori, per autorizzare ‘in emergenza’ l’utilizzo dei pesticidi. Martin Dermine, del Pesticide Action Network Europe ha dichiarato che “la quantità di prove scientifiche sulla tossicità di questi insetticidi è così alta che queste sostanze chimiche non devono rimanere sul mercato. PAN Europe combatterà con i suoi partner perchè la proposta ottenga il sostegno della maggioranza di Stati membri”. Parallelamente è stata lanciata anche una petizione su Avaaz, che ha raccolto ben 4,4 milioni di firme; anche il mondo scientifico è fortemente favorevole al divieto assoluto, sottolineando lo stretto legame tra i pesticidi neonicotinoidi utilizzati nei campi e i gravi danni per le api, con la scomparsa di intere popolazioni. Anche se ulteriori dati a riguardo sono attesi a breve, la Commissione Europea ha deciso di muoversi sulla base delle valutazioni del rischio nell’uso dei pesticidi pubblicato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel 2016.

L’EFSA ha considerato anche le prove presentate dai produttori di pesticidi ma la CE ha concluso che “elevati ed acuti rischi per le api” sono stati identificati nella “maggior parte delle colture” sulle quali erano stati utilizzati imidacloprid e clothianidin, entrambi prodotti da Bayer. Per il thiamethoxam, realizzato da Syngenta, la CE ha detto che le prove fornite della società è stata “non è sufficiente rispetto ai rischi”. “Siamo delusi da questa proposta, che sembra più un giudizio politico”, ha dichiarato Sarah Mukherjee, direttore esecutivo dell’Associazione Crop Protection, che rappresenta i produttori di pesticidi.

Daniele Orlandi

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Quali sono i Paesi che riservano un miglior trattamento alle donne lavoratrici? Se lo è chiesto The Economist, che ha stilato una classifica basata sull’“indice del soffitto di cristallo”, ovvero su quella barriera sociale, culturale e psicologica ‘invisibile’ che rappresenta un freno inibitore per le donne, impedendo loro di accedere a posizioni di più alta responsabilità e avanzare nella carriera lavorativa al pari dei colleghi uomini. Utilizzata per la prima volta in un articolo pubblicato sul Wall Street Journal nel 1986, questa parola è ancora oggi più che mai attuale, tanto da essere utilizzata come cartina di tornasole della situazione delle donne lavoratrici e delle loro possibilità in molti ambiti d’azione di ricevere un trattamento equo sul posto di lavoro. E quanto emerge nell’ultima analisi diffusa dal settimanale britannico in occasione dell’8 marzo, festa della Donna, è il fatto che tale equità di trattamento sul posto di lavoro è più diffusa nei paesi nord europei ed in particolare in Svezia, Finlandia, Norvegia ed Islanda (che ha fatto il suo ingresso nell’indice)

Il ‘soffitto di cristallo‘, utilizzato per arrivare a questo risultato ha preso in considerazione i dati nazionali sull’istruzione superiore, mettendoli in correlazione con la percentuale femminile della forza lavoro, con i salati ed i costi dell’assistenza all’infanzia. Ma tra gli altri elementi presi in esame vi sono anche le richiesta di iscrizione nelle scuole per l’impresa, i diritti di maternità e la rappresentanza negli incarichi di alto livello, creando un punteggio specifico per ogni Paese ottenuto come media ponderata degli specifici risultati ottenuti nei dieci indicatori esaminati. Indicatori che comprendono, per i risultati di quest’anno, anche i diritti di paternità poichè dagli studi è emerso che laddove i padri prendono congedi parentali, le madri tendono a rientrare nel mercato del lavoro ma non solo; i divari salariali tra l’uomo e la donna risultano meno accentuati ed il tasso di occupazione femminile risulta più alto.

Nei Paesi del nord Europa le percentuali di presenza delle donne nel mondo del lavoro risultano di fatto equiparabili a quelle degli uomini con la Finlandia in testa in fatto di donne che hanno ricevuto un’istruzione superiore rispetto al mondo maschile, il 49% di diplomate all’università contro il 35% degli uomini. Invece in Islanda le donne ricoprono il 44% dei seggi nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate mentre in Norvegia emerge un divario salariale di genere nettamente inferiore (meno della metà rispetto alla media dell’Ocse (15,5%). Analizzando la situazione dell’intera Scandinavia, emerge l’alta presenza di donne nei cda, grazie al meccanismo delle quote che in Islanda e Norvegia va ad aumentare ulteriormente grazie alle quote volontarie all’interno dei partiti politici. In Svezia i seggi parlamentari sono occupati dal 44% di donne mentre in Ungheria, nonostante la ridotta presenza di donna nei cda ed in parlamento, si arriva a 71 settimane pagate al 100% dell’ultimo stipendio nel caso di congedo di maternità con, inoltre, ridottissimi costi di assistenza all’infanzia.

E l’Italia? il Belpaese si trova solo in 22a posizione nella classifica del Glass-Ceiling Index, ovvero il divario salariale è ancora piuttosto accentuato. Basti guardare nelle aule del Parlamento, rappresentato solo per il 31% dalle donne contro il 41,3% dell’Islanda. Mentre la presenza femminile nei cda si attesta solo al 25,3%, contro il 44% dell’Islanda e si sale al 25,8% per quanto riguarda gli incarichi dirigenziali affidati alle donne che, sempre in Islanda, è pari al 39,9%. Agli ultimi posti della classifica vi sono invece il Giappone, la Turchia e la Corea del Sud: il divario salariale è estremamente pronunciato e le possibilità per le donne di trovare lavoro e fare carriera arrivando ad occupare incarichi di responsabilità sono decisamente inferiori rispetto a quelle degli uomini. I dati motrano quanto questi tre Paesi risultino indietro rispetto a quelli scandinavi e alla loro lunga tradizione per arrivare all’uguaglianza di genere.

Daniele Orlandi

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Crescono le università italiane ma, su scala mondiale, molto c’è ancora da fare per raggiungere i massimi livelli. E’ quanto emerge dalla fotografia ‘scattata’ da Quacquarelli Symonds nell’ambito del World University, una sorta di classifica dei migliori atenei al mondo sia a livello generale che per singole discipline; per realizzare il ranking, iniziato nel 2004 per valutare i migliori atenei del mondo, sono state prese in esame 185 milioni di citazioni, 149mila risposte dei responsabili delle risrse umane, 305mila da parte degli accademici e ben 49 milioni di papers, allo scopo di tracciare una classifica estremamente accurata. E se le università del Belpaese, globalmente, non risultano ancora sufficientemente competitive, riescono a mostrare la loro forza nelle specificità delle discipline.

Nel ranking generale delineato da Qs infatti, l’Italia si piazza solo al 187° posto con il Politecnico di Milano, che risulta essere però nella top 100 al mondo per 10 discipline ed in particolare in Arte e Design, ambito nel quale passa dalla 10a alla 7a posizione al mondo, regalando il miglior risultato in una singola disciplina mai ottenuto prima d’ora da parte di un’università italiana. Ottimi sono i risultati di questo Ateneo anche in Architettura, dove sale dalla 15a alla 14a posizione, ricofermandosi al 14° posto anche in Ingegneria Civile, ma deve fare i conti con il forte arretramento di Ingegneria meccanica che dalla 18a piazza dell’ultima certificazione Qs, raggiunge addirittura la 29a. Al top della classifica generale, con 36 materie di studio nelle prime 10 posizioni, su un totale di 46 discipline prese in esame, troviamo invece l’Università di Cambridge seguita da quella di Berkeley, California, con 34 piazzamenti.

Si torna in Inghilterra per la terza piazza, con l’Università di Oxford a parimerito con quella americana di Harvard, entrambe con 32 materie ma con Harvard che vanta ben 15 primi posti. La classifica prosegue con tre Atenei nordamericani: si comincia con Stanford, proseguendo con il Massachusetts Institute of Technology e l’Università della California rispettivamente con 32, 21 e 14 piazzamenti; da segnalare i 12 primi posti dell’università del Massachusetts. Un vero e proprio dominio anglo-americano dunque con sei americane e tre inglesi nei primi dieci posti: da segnalare oltre alla London school of economics, che totalizza 13 piazzamenti seguita, all’ottavo posto dall’americana Yale con 12, dalla Eth, il Politecnico federale svizzero con 10 discipline piazzate e, per concludere, con i 10 piazzamenti di Princeton.

Tornando in Italia invece, l’Alma Mater di Bologna risulta essere l’università con il maggior numero di discipline, ovvero 21, con ottimi piazzamenti in Archeologia, dove l’Ateneo bolognese passa dalla 36a alla 32a posizione, in Anatomia (38esima) ed in Legge (47esima). Guardando invece alle macro aree di studio, ovvero Scienze sociali e del Management, Ingegneria e Tecnologia, Arte e Materie umanistiche, Biologia e Medicina, Scienze Naturali, è l’Università commerciale Bocconi di Milano a distinguersi con un buon diciassettesimo posto, migliorando di cinque posizioni, seguita dal Politecnico di Milano, in testa a livello nazionale in Ingegneria e Tecnologia e ventiquattresimo nella classifica internazionale e, 52esimo, il Politecnico di Torino. sulle singole discipline la Bocconi migliora in Economia ed Econometria passando dalla 17a alla 16a posizione ma scende sia in Business e Management (dalla 10a all’11a) che in Finanza (dalla 27a alla 33a).

L’università più frequentata d’Italia è La Sapienza di Roma, che può vantare un 14° posto al mondo in Archeologia mentre è 44a in Fisica e Astronomia, risultando complessivamente nella top 100 al mondo in 13 diverse discipline tra le quali Farmacia, Lingue Moderne, Matematica, Storia ed Atropologia. Sempre nella Capitale, da rilevare l’ottima crescita del Conservatorio Santa Cecilia in Arti dello Spettacolo, che in un solo anno è passato dal blocco tra il cinquantesimo ed il centesimo posto alla 28a posizione. Risaliamo chiudendo l’analisi delle Università italiane tornando al Politecnico di Torino, ottimo lo scatto all’insù di Ingegneria Civile che dal 37° passa al 35° posto e di Architettura, dal 50° al 46°. Chiudiamo con le altre università Milanesi, la Cattolica con 12 discipline ne primi cento posti e l’Università degli Studi con 5 materie nelle prime cento, a cominciare da Farmacia al 46° posto, proseguendo con Filosofia, Legge, Medicina e Lingue Moderne.

Daniele Orlandi

Le azioni dell’Ungheria contro i migranti si sono fatte, negli ultimi mesi, più concrete che mai. A cominciare dall’approvazione di una legge che prevede l’immediato arresto, con reclusione, dei migranti entrati illegalmente in territorio magiaro, un provvedimento che ha scatenato forti critiche da parte dell’Unione Europea. Ma non solo perchè il governo ha deciso l’immediato fermo di qualsiasi persona entri nel territorio nazionale per chiedere asilo e dispone che venga spostata nei centri di raccolta allestiti presso il confine. Il Paese non ama limitarsi alle promesse bensì passare subito ai fatti e così, nelle scorse settimane, sul confine tra Ungheria e Serbia sono stati posizionati i primi container ad uso abitativo e costruiti a schiera che ospiterano i migranti; andando a dar forma ad un enorme campo nel comune di Röszke a sud di Szeged (Seghedino), un paese di circa 3000 abitanti vicino al quale abiteranno, almeno per il momento, centinaia di migranti. Si parla di condizioni difficili con situazioni di sovraffollamento con stanze di una decina di metri quadrati e almeno cinque letti per stanza, con enormi difficoltà anche nel compiere semplici movimenti, oltre al fatto che gli alloggi provvisori risultano spesso esposti agli agenti atmosferici, rendendo la vivibilità del campo di Röszke, ma anche di quello di Tompa, estremamente difficili.

Insomma è questa la strategia per un’ancora maggiore sicurezza interna, messa in atto dal primo ministro ungherese Viktor Orbàn per il suo Paese-fortezza: impedire provvisoriamente l’ingresso anche alle persone che vorrebbero entrarvi legalmente, obbligandole ad una sorta di detenzione sulla linea di confine in attesa di esaminare la loro richiesta d’asilo. Per gli irregolari invece nessuna tolleranza: l’arresto è immediato per tutti coloro che tentano di varcare il muro al confine serbo-magiaro, e altrettanto immediata è la procedura per rimandarli indietro. E da questo punto di vista i piani del premier nazionalconservatore prevedono nuovi fatti concreti: a cominciare dal completamento del secondo muro anti-migranti, una seconda barriera protettiva in costruzione lungo il confine con la Servia che il leader magiaro intende vedere completata entro il prossimo mese di maggio. Secondo il leader magiaro si tratta di un’opera “necessaria” in quanto, ha sottolineato, “riteniamo che non sia una decisione saggia affidarsi alla Turchia per arrestare le prossime ondate migratorie, nel momento in cui la Ue critica Ankara, la definisce non democratica, è coinvolta in continue polemiche con la leadership turca”.

Il nuovo muro di confine farà seguito a quello costruito a partire dal 2015 per far fronte alla prima grande ondata migratoria: sorgerà proprio alle spalle della prima barriera, fungendo da ‘sistema intelligente’ poichè dotata di tecnologie all’avanguardia, compresi numerosi sensori in grado di percepire anche il minimo movimento umano, che verranno installati a distanza di 15 centimetri l’uno dall’altro, allo scopo di “arrestare qualsiasi ondata migratoria di qualsiasi entità”, ha spiegato Orbán. Oltre alle barriere il confine è presidiato da mezzi della polizia e della guardia di frontiera, oltre che dagli uomini dell’Honvedség, l’esercito ungherese e sono dotati di diversi sistemi di visori notturni, oltre che di apparati a raggi infrarosso, oltre che di mezzi a terra come le jeep Hummer e gli elicotteri; il confine, dunque, è già oggi praticamente invalicabile e nonostante le accuse di diverse organizzazioni non governative in merito ai presunti metodi violenti utilizzati dalle autorità nei confronti dei profughi, mancano ad oggi prove concrete che ciò effettivamente avvenga.

Secondo il premier la tregua negli arrivi dei migranti, calati nell’ultimo periodo, è soltanto provvisoria e l’Ungheria rimane un paese “sotto assedio”, da parte di coloro che, fuggendo dalla guerra, intendono passare da Budapest per raggiungere l’Europa. Viktor Orbán non sembra dunque minimamente intenzionato a fare un passo indietro, portando avanti la sua politica repressiva ed aggressiva, fortemente osteggiata dal resto d’Europa in quanto violerebbe, a causa di molteplici fattori, il diritto comunitario e i diritti umani.

Daniele Orlandi

L’arrivo a roma di Hostmaker, il più grande gestore europeo di soggiorni Airbnb, sta portando gli operatori storici della Capitale a ripensare al loro approccio nei confronti dei viaggiatori. Quella di Airbnb è stata una vera e propria esplosione nel mondo degli alloggi, giustificata da un fattore: rendere la vita più semplice ai proprietari delle case da affittare per un certo periodo di tempo e offrire ai viaggiatori una nuova esperienza in fatto di alloggio. Società come Hostmaker, nata nel 2014 grazie alla geniale idea del 33enne Nakul Sharma, hanno ulteriormente potenziato questa piattaforma ampliandone la gamma di servizi; in meno di due anni la startup pensata per la sharing economy è infatti diventata una società leader nella hospitality sbarcando a Londra, Parigi, Barcellona e, da poche settimane, a Roma. Se da un lato il sito di Arinbnb permette di trovare il miglior prezzo per il proprietario (grazie ad uno speciale algoritmo studiato ad hoc) la startup consente di organizzare l’intera gestione del soggiorno, con notevoli vantaggi sia per i proprietari delle abitazioni che per gli ospiti che vi trascorreranno alcuni giorni o settimane. In sostanza Hostmaker è in grado di trasformare un appartamento in una vera e propria esperienza a cinque stelle, fornendo una serie di servizi tagliati su misura per l’ospite, che vanno dal cambio della biancheria alla gestione dell’arredamento, fino allo scambio delle chiavi al welcome pack, offrendo di fatto standard di lusso ed un’assistenza personalizzata e disponibile 24 ore su 24, sette giorni alla settimana. E l’idea piace, dal momento che la startup ha ottenuto importanti finanziamenti, tra i quali i 6,5 milioni di dollari erogati da Ventech e Dn Capital.

L’esperienza di Airbnb nasce diversi anni fa, nel 2008, quando è stato lanciato il portale che mette tra loro in contatto persone che dispongono di un’abitazione da affittare e persone in cerca di una camera o di un intero alloggio per brevi periodi di tempo. La società di San Francisco, forte di una quotazione miliardaria più che raddoppiata nel giro di pochi anni, è riuscita a mandare in frantumi modelli di business consolidati, andando a colpire anche il mercato alberghiero: l’Italia, peraltro, è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Francia, nella classifica interna di Airbnb e questo basta per spaventare gli albergatori; con l’arrivo nella Capitale di Hostmaker, poi, gli annunci Airbnb su Roma sono aumentati esponenzialmente e l’impatto sul settore si è fatto sentire. Diverse ricerche dimostrano infatti, numeri alla mano, che Airbnb fa davvero concorrenza agli hotel, sottraendo guadagni agli albergatori, con un impatto sui ricavi degli hotel stimato, nel 2015, tra l’8 ed il 10%.

Il gigante online con oltre 3 milioni di annunci in tutto il mondo supera di gran lunga il milione di camere offerte dal più grande gruppo alberghiero al mondo, Marriott International. A Roma in particolare gli annunci ‘sono spuntati come funghi’, come sottolineato da Bernabo Bocca, presidente di Federalberghi. E gli albergatori sono sul piede di guerra lamentando condizioni di concorrenza sleale legate al fatto che i privati non sono obbligati a pagare le tasse o rispettare le medesime normative ambientali e di sicurezza degli alberghi. I proprietari degli hotel in Italia stanno spingendo per fare in modo che venga creato un registro che consenta al fisco di tenere traccia degli affitti perchè, come sottolineato da Bocca, ‘non siamo contro la concorrenza sana, ma le regole, nel medesimo mercato, devono essere le stesse per tutti’. Ad oggi l’impatto del fenomeno Airbnb sul settore alberghiero in Italia è difficile da valutare: lo scorso anno i turisti nazionali ed internazionali hanno totalizzato un miliardo di notti trascorse in hotel o appartamenti e, secondo l’Istituto Iriss, un ente di ricerca italiano, solo il 40% di queste notti sarebbero state trascorse in un hotel regolamentato mentre il restante 60% sarebbe stato trascorso in affitti di camere o case.

Basti pensare che nel 2016, anno del Giubileo e quindi di grande importanza turistica per la Capitale, non si è registrato un incremento di pernottamenti nelle strutture alberghiere di Roma. “Naturalmente alcune persone hanno deciso di non venire a causa delle preoccupazioni legate al terrorismo, – ha sottolineato Bocca – ma gli altri devono aver affittato appartamenti utilizzando piattaforme come Airbnb“. Ed il prezzo non è l’unico fattore concorrenziale: Aribnb gode di tassi di soddisfazione più elevati rispetto a molti concorrenti, come rilevato da un sondaggio di Goldman Sachs del 2016, secondo cui tre persone su quattro, tra quelle intervistate, hanno riutilizzato il servizio. C’è anche chi, come Douglas Quinby di una società di ricerche di viaggio chiamata Phocuswright, sottolinea che, se comparato a Booking.com o Expedia, utilizzare Airbnb è come recarsi in un Apple Store rispetto a BestBuy. Contestando però il dare troppa importanza ai tentativi di reinventare l’esperienza di viaggio: secondo Quinby lo slogan ‘live like a local’ di Airbnb sarebbe solo branding ma non troverebbe un riscontro concreto perchè ad oggi la maggior parte dei viaggiatori non sono interessati a vivere un’esperienza speciale presso chi li ospita.

Ma pernottare in un appartamento con vista su Piazza di Spagna sembra essere, per i viaggiatori, più soddisfacente che soggiornare in un hotel di lusso nella medesima area della città. anche se non tutti la pensano così, il successo di Airbnb è infatti legato al tipo di esperienza che permette di vivere. I turisti infatti vivono sensazioni ed emozioni più reali sentendosi maggiormente integrati e vicini allo stile di vita della località nella quale si trovano. C’è poi chi come Marc Socker, alla guida di Invesco Real Estate sostiene che l’impatto di Airbnb sul settore alberghiero sia stato sopravvalutato: ‘sta rosicchiando clientela al settore, in particolare dalla fascia più economica del mercato. Ma l’occupazione degli hotel è più alta che mai, grazie ai turisti e viaggiatori provenienti dai mercati emergenti e ai voli a basso costo”.

Insomma c’è anche chi ritiene che, invece di ‘rubare’ clienti, Airbnb abbia dato forma ad un nuovo mercato per i soggiorni in città e spinto gli albergatori a rispondere alla concorrenza con investimenti mirati, come sottolineato anche da Biagio Tumino di Bnbsitter, società di gestione per gli affitti brevi Airbnb con una serie di servizi on demand tra i quali la pulizia, il cambio asciugamani, il check-in ed il check-out. Ha permesso a chi ha un certo budget di trascorrere in città come Roma più di due o tre giorni nel corso dei quali, con quel budget, soggiornerebbe in hotel; inoltre l’aumento della concorrenza ha portato gli albergatori ad incrementare gli investimenti per la ristrutturazione delle strutture più vecchie, con effetti positivi sul mercato. Tumino concorda con Quinby: “oggi gli ospiti Airbnb sono simili agli ospiti di un hotel: si aspettano servizio, qualità ed un frigo pieno. Per una famiglia di quattro persone l’appartamento risulta ovviamente più comodo in quanto è possibile cucinare, prendersi cura dei figli e stare insieme”.

Insomma forse è ancora presto per valutare l’effettivo impatto di Airbnb in Italia ed in particolare in città come Roma: da un lato l’assenza di alcuni servizi, come il concierge disponibile 24 ore su 24, confermano che deve ancora farsi strada nel business del settore, dall’altro le startup che gestiscono diversi servizi correlati all’affitto stanno riducendo il gap con gli hotel. Inoltre negli ultimi due anni Airbnb ha investito molto nel mercato del lusso, con annunci per castelli e case di lusso, elemento questo che potrebbe, sul breve periodo, giocare a suo favore.

Quali sono i vantaggi di Airbnb e quelli degli hotel?

Con Airbnb il risparmio è assicurato ed è anche sostanzioso, solitamente variabile tra il 25 ed il 50% rispetto ai prezzi di un hotel ma la pulizia, a soggiorno terminato, si paga a parte. L’esperienza è assicurata: alloggiando in un appartamento ci si cala completamente nella realtà locale della città; si possono anche ricevere consigli dagli host, poichè sono persone che vivono in quella città, su locali, eventi e monumenti da visitare. Vi sono servizi sempre gratuiti, come il Wi-fi; è presente la cucina e in alcuni casi viene offerta gratuitamente anche la bicicletta. Grazie alle startup che gestiscono i servizi extra di Airbnb, a fronte di un extra si possono ottenere altre comodità, dall’assistenza al cambio biancheria.

Per quanto riguarda gli hotel il vantaggio principale è la comodità, ovvero la flessibilità degli orari di arrivo e partenza. La disponibilità dello staff 24 su 24 e la presenza di un concierge, sono elemento di fondamentale importanza. Senza dimenticare i servizi in camera, dalla pulizia al letto rifatto e la possibilità di cancellare, spesso gratuitamente, la prenotazione fino a 24 prima dell’arrivo. Altro vantaggio è la possibilità di cenare in albergo, grazie a bar, ristorante interno o servizio in camera; elemento questo di grande interesse per i viaggiatori d’affari che non hanno molto tempo per cercare un ristorante e preferiscono evitare di muoversi dall’albergo. Infine l’hotel offre molti servizi ausiliari come la palestra, la spa o la piscina non sempre presenti in un alloggio privato. Per chi viaggia per lavoro vengono inoltre messe a disposizione sale meeting attrezzate.

Daniele Orlandi

(Immagine: Gerda e Einer Wegener di fronte a un quadro di Gerda, 1925).

Gerda Wegener illustrò per anni, e con grande successo, le riviste di moda all’inizio del secolo scorso. Pochi sanno che la musa principale per le figure erotiche lesbiche di Gerda Wegener era suo marito, Einer, che cambiò sesso nella Germania degli anni 30.

 Con lui il cofondatore di Podemos Juan Carlos Monedero, il vicepresidente del parlamento spagnolo Marcelo Exposito, la verde tedesca Ska Keller. Per l’Italia, in prima fila il sindaco di Napoli Luigi De Magistris

Lo aveva dichiarato alcuni anni fa ed è tornato a sottolinearlo in questi giorni. E’ Ray Kurzweil, direttore del settore ingegneria di Google nonchè uno dei principali futurologi al mondo, che da tempo ha fissato una data a suo dire storica. Ovvero il 2029, anno nel quale i computer saranno evoluti al punto da riuscire non solo a comprendere la nostra lingua ma avranno sviluppato un livello di intelligenza tale da riuscire a superare anche gli esseri umani e saranno anche in grado di apprendere dall’esperienza, migliorando progressivamente. L’esperto sviluppatore di intelligenza artificiale lo ha ribadito in questi giorni in occasione della Sxsw Conference in corso ad Austin in Texas, parlando di ‘singularity’, definita  come il momento in cui tutti i progressi della tecnologia, ed in particolare quelli fatti nel campo dell’intelligenza artificiale, porteranno alla creazione di macchine più intelligenti degli esseri umani. E considerato che delle 147 previsioni di Kurzweil dal 1990 ad oggi il tasso di accuratezza è pari all’86%, non si tratterebbe di parole campate per aria: nel corso di un intervista Kurzweil ha dunque confermato che ‘entro il 2029 i computer avranno un’intelligenza equiparabile a quella degli esseri umani’; la particolarità della sua previsione è legata al fatto che è anticipata di almeno due decenni rispetto ad altre previsioni, come quella del Ceo di Softbank Masayoshi Son, il quale prevede che le macchine più intelligenti dell’uomo faranno la loro comparsa nel 2047. Per Kurzweil questo processo è già iniziato e starebbe subendo un’importante accelerazione.

Vi sono tuttavia alcuni scienziati, tra i quali Stephen Hawking ed Elon Musk, secondo i quali quando i computer raggiungeranno o supereranno l’intelligenza umana bisognerà iniziare a preoccuparsi poichè si correrà addirittura il rischio di arrivare alla fine del genere umano, non essendo più l’uomo in grado di controllare macchine e robot. D’altro canto, secondo lo scienziato americano, il rischio di estinzione del genere umano è sempre presente e non è strettamente legato allo sviluppo dell’intelligenza artificiale; inoltre secondo Kurzweil questo importante cambiamento rappresenterà un’opportunità per l’umanità di migliorare, sfruttando la tecnologia per accrescere anche l’intelligenza degli esseri umani, creando un vero e proprio filo conduttore tra l’uomo e la macchina; secondo Kurzweil inoltre, entro 20 anni verranno inventate tecnologie che potranno essere facilmente posizionate all’interno del cervello per potenziare la memoria. Tutt’altro che un dominio delle macchine sull’uomo, dunque, bensì una vera e propria sintesi uomo-macchina a livelli ad oggi solo immaginati.

Daniele Orlandi