Morire di otite: un annichilimento di ciò che ci sta intorno

Roberto Damiano, penna de Il resto del Carlino, ci informa che, purtroppo, il bambino ricoverato per un’otite, curata con l’omeopatia, è morto. Per i fatti, vi rimandiamo a tale articolo.

Sarebbe troppo facile lasciarsi andare a epiteti arrabbiati, se non proprio volgari: sarebbe troppo facile utilizzare parole come ignoranza, stupidità, se non addirittura follia. Credo che sia necessario analizzare il fatto da un punto di vista simbolico e vedere che cosa può dirci della realtà contemporanea. Prima di tutto, il rapporto conflittuale tra i genitori e le loro conoscenze scientifiche in ambito medico non è sintomo di un’assenza di amore nei confronti del figlio: hanno amato, forse anche più degli altri, ma con gli strumenti sbagliati. Bertrand Russell lo ha detto: l’amore, da solo, purtroppo non basta: è necessario arricchirlo con la conoscenza, affinché sia davvero efficace.

Quindi, qualsiasi commento che mettesse in dubbio l’amore di questi genitori sarebbe ingiusto. Ciononostante, questo mostra come alcune persone, oggi, oppongano delle resistenze al mondo della scienza, anche in casi di estrema necessità. Questo atteggiamento è figlio di un processo di “mercificazione” delle conoscenze che produrrebbe una forma perversa di lotta di classe.
Le tasse universitarie sempre più alte, i servizi di trasporto che non fanno altro che aumentare, gli affitti ingrassati dalla gentrificazione, le borse di studio che scarseggiano hanno reso lo studio universitario un investimento considerevole, purtroppo non necessariamente ripagato dal mondo del lavoro. Per questo, la conoscenza è diventata un’ulteriore merce elitaria, appannaggio di chi studia non per migliorare la propria condizione, ma solo per riaffermare il suo status di benestante. La differenza di tipo quantitativo tra ricchi e poveri, come sempre, si trasferisce anche su di un piano qualitativo, nell’immaginario comune: il povero è anche il peggiore. Mercificando il sapere, purtroppo, questa affermazione sembra acquisire maggiore senso: non avendo soldi non posso investire nella conoscenza e quindi resto ad uno stato qualitativo minore. Questo processo ha portato le persone che riescono ad accedere agli studi a considerarsi qualitativamente migliori per delle buone ragioni (hanno studiato), rimuovendo il fatto che la possibilità materiale di studiare è stata loro concessa da questioni meramente quantitative, fatte di denaro per pagare le tasse, i libri, gli alloggi, i viaggi…
Il mondo universitario è anche il mondo dei codici specialistici: si sviluppa in esso un linguaggio al di sopra di quello standard, accessibile con fatica e impegno. Purtroppo, quando il linguaggio specialistico incontra quello ordinario appare bislacco, incomprensibile se non proprio grottesco. E vista la perdita di “prestigio” che il mondo universitario e quello delle élite in generale hanno subito negli ultimi anni, a causa di condotte non sempre trasparenti, è venuto meno quel senso di riverenza e rispetto nei confronti di chi ne sa di più. Infatti, la conoscenza è stata usata anche per truffare il più debole, mostrandone le sue possibili derive prevaricatorie.
Il modello imprenditoriale che si impone alle conoscenze scolastiche e il fatto che l’Italia abbia da sempre affidato alla Chiesa l’unica voce “etica” all’interno del discorso scientifico hanno provocato una scarsa maturazione del senso “nobile” delle conoscenze, in funzione di saperi facilmente spendibili e remunerativi.
Si assiste, quindi, a un conflitto di mondi, nati dalle disparità economiche, provocato da difficoltà di comunicazione. Comunicazione che viene aggravata anche dall’ansia di efficienza tipica della nostra età dell’urgenza, così come è stata chiamata dalla sociologa Nicole Aubert. In questa assoluta ricerca del massimo nel minor tempo possibile, qualsiasi momento di dialogo per “spiegare” in termini semplici cosa accede nel mondo scientifico viene visto come una “perdita di tempo”. Il silenzio della scienza, che sperava di mostrare la sua efficacia soltanto attraverso i risultati, ha fatto sì che intorno a sé si creasse un alone di sospetto, quel senso di disagio che si prova di fronte allo “straniero”, cioè a quello che noi percepiamo lontano anche se è di fronte a noi, in questo momento (e questo viene confermato dai nazionalismi che ritornano, espressione della paura di ciò che non si conosce).
Bisogna tornare a Platone, uno dei primi autori che sottolineò l’importanza di un uso “piacevole” della lingua per diffondere conoscenza che siano importanti. Perché, purtroppo, l’evidenza di un ragionamento non basta a far sì che le persone si affezionino a quel ragionamento, facendolo proprio. C’è bisogno dell’arte del bel dire, ma anche del dire chiaro e semplice, cosa non facile vista la maggiore complessità raggiunta dal mondo scientifico. Per questo abbiamo bisogno di sinergie importanti tra il mondo delle scienze e quello della retorica affinché si produca una nuova narrazione delle scienze, meno severa e più aperta al mondo di chi, purtroppo, non ha avuto i mezzi per imparare.
E questo vale anche per i comunicatori: perché – e qui ci viene in aiuto Aristotele, figlio del pensiero platonico – un discorso retorico efficace potrebbe essere pericoloso, se non avvalorato da un ragionamento rigoroso e serio.
Bisogna amare e conoscere, perché in questo mondo complesso un solo fattore produce il nulla: un annichilimento di ciò che ci sta intorno, fino a toccare i nostri stessi figli.

Gerardo Iandoli

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