Il discorso del Nobel di Bob Dylan

Il 4 Giugno 2017 Bob Dylan ha tenuto il suo — a lungo atteso — discorso del Nobel. Il discorso integrale lo si può leggere alla pagina ufficiale del Premio Nobel qui. La pagina contiene anche un link all’audio originale, in cui si ascolta Bob Dylan pronunciare il suo discorso con l’accompagnamento di un pianoforte.

Ha parlato delle canzoni che lo hanno ispirato, soprattutto quelle di Buddy Holly, e dei libri che lo hanno ispirato, soprattutto Moby Dick e l’Odissea. E ha dato a modo suo una risposta a due domande che tutti si sono fatti: Cosa significano le canzoni di Bob Dylan? Le canzoni di Bob Dylan sono veramente Letteratura? Abbiamo tradotto il discorso. O meglio, i passaggi più significativi. Perché sì, il discorso integrale dura una mezz’oretta, e si perde in molti giri di parole, e quelli ve li abbiamo risparmiati:

Appena ho ricevuto questo Premio Nobel per la Letteratura, ho iniziato a chiedermi in che modo le mie canzoni fossero collegate alla letteratura. Volevo rifletterci su e vedere dove fosse la connessione. Cercherò di esprimervi le mie riflessioni, e molto probabilmente mi perderò in dei giri di parole, ma spero che il contenuto sarà significativo e fruttuoso.

Se ripenso all’origine di tutto, credo che dovrei cominciare da Buddy Holly. Buddy morì quando io avevo diciotto anni e lui ventidue. Dal primo momento che lo ascoltai, lo sentii vicino. Avvertii un legame, come se fosse un fratello maggiore. Mi parve persino che gli somigliassi. Buddy suonava la musica che amavo – la musica con cui sono cresciuto: country western, rock ‘n’ roll, rythm and blues. Tre filoni musicali diversi che egli infondeva in un solo genere. E Buddy scriveva canzoni con bellissime melodie e versi immaginifici. E cantava alla grande – cantava con più di una sola voce. Era l’archetipo: tutto quello che non ero e che avrei voluto essere. L’ho visto solo una volta, pochi giorni prima che morisse. Avevo viaggiato un centinaio di miglia per vederlo suonare, e non restai deluso.

Avevo un feeling naturale per le vecchie ballate e per il country blues, ma tutto il resto lo dovetti imparare da zero. Suonavo per piccoli gruppetti, non più di quattro o cinque persone in una stanza o ad un angolo di strada. Dovevi avere un vasto repertorio, e dovevi sapere cosa suonare e quando suonarlo. Alcune canzoni erano più intime, altre dovevi gridare per farti sentire.

Quando ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni, il gergo folk era il mio solo vocabolario e quindi lo usai. Ma avevo anche qualcos’altro. Avevo dei princìpi e delle sensibilità e una visione informata del mondo. E ce li avevo già da un po’. Li avevo imparati alla scuola elementare. Don Chisciotte, Ivanohe, Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver, Racconto di due città, e tutto il resto – tipiche letture da scuola elementare che ti lasciano un modo di guardare alla vita, una comprensione della natura umana, e degli standard su cui misurare le cose. Feci appello a tutte queste cose quando iniziai a comporre testi. E i temi di quei libri si fecero strada nelle mie canzoni, quando consapevolmente e quando involontariamente. Volevo scrivere canzoni come non si erano mai sentite prima, e questi temi furono fondamentali.

Libri particolari che sono rimasti fissi in me sin da quando li lessi alla scuola elementare – voglio raccontarvi di tre di questi: Moby Dick, Niente di nuovo sul fronte occidentale e l’Odissea.

Moby Dick è un libro affascinante, un libro pieno di scene drammatiche e di dialoghi drammatici. La trama è semplice. Il misterioso Capitan Ahab – capitano di una barca chiamata Pequod – un egomaniaco con una gamba di legno a caccia della propria nemesi, la grande balena bianca Moby Dick che gli ha staccato la gamba. E gli dà la caccia in lungo e in largo dall’Atlantico fino alla punta dell’Africa e all’Oceano Indiano. Rincorre la balena ai due capi del mondo. È un proposito astratto, niente di concreto o definito. Chiama Moby l’Imperatore, lo vede come la personificazione del male. Ahab ha lasciato una moglie e un figlio a casa a Nantucket, di cui si ricorda saltuariamente. Potete già immaginare come andrà a finire.

Tutto nel libro è mescolato. Tutti i miti: la bibbia Giudeo cristiana, i miti Indù, le leggende britanniche, San Giorgio, Perseo, Ercole – sono tutti dei cacciatori di balene. La mitologia greca, la sanguinosa occupazione di sezionare una balena. Un sacco di fatti, conoscenze geografiche, olio di balena – buono per incoronare i reali – nobili famiglie nell’industria delle baleniere. L’olio di balena si usa per ungere i re. La storia delle balene, la frenologia, la filosofia classica, teorie pseudo-scientifiche, giustificazione per le discriminazioni – tutto buttato lì e senza un minimo di razionalità. Vediamo solo la superficie delle cose. Possiamo interpretare cosa c’è sotto in ogni modo che ci sembra abbia senso.

[…]

L’Odissea è uno strano racconto avventuroso di un uomo maturo che cerca di ritornare a casa dopo aver combattuto una guerra. Si imbarca in questo lungo cammino verso casa, pieno di insidie e di tranelli. È destinato da un sortilegio a deviare in continuazione. È sempre risospinto in mare da un richiamo più vicino. Enormi pezzi di roccia gli spezzano la barca. Fa arrabbiare le persone sbagliate. Nella sua ciurma ci sono dei combinaguai. I suoi uomini vengono tramutati in maiali e poi ritramutati in uomini più giovani e belli. Lo ritroviamo sempre intento a salvare qualcuno. È un uomo in viaggio, ma che si ferma in un sacco di posti.

In molti modi, alcune di queste cose sono successe anche a voi. Anche a voi hanno versato della droga nel vino. Anche voi avete condiviso il letto con la donna sbagliata. Anche voi siete stati ammaliati da voci incantate, dolci voci accompagnate da strane melodie. Anche voi siete arrivati e siete stati risospinti indietro. E anche voi avete avuto un richiamo più vicino. Avete fatto arrabbiare le persone sbagliate. Avete girovagato per questa nazione. E avete anche avvertito quel vento sbagliato, in cui non soffia niente di buono. E non è ancora finita.

Quest’uomo non era nessuno. E quando tutto finisce, quando finalmente torna a casa, si siede con sua moglie, e le racconta tutte queste sue storie.

Cosa vuol dire tutto questo? Io e molti altri cantautori siamo stati influenzati da questi stessi temi. E possono significare mille cose diverse. Se una canzone ti smuove, questo è tutto ciò che conta. Non ho bisogno di sapere cosa significa una canzone. Ho scritto di tutto nelle mie canzoni. E non ho intenzione di starmi a preoccupare di cosa significhi tutto questo. Quando Melville mise insieme Antico Testamento, citazioni bibliche, teorie scientifiche, dottrine Protestanti, e tutto quel sapere sul mare e sulla navigazione e sulle balene, tutto in una singola storia, non credo che si sarebbe preoccupato di cosa stava significando tutto ciò.

Quando Odisseo fa visita al famoso guerriero Achille nel regno dei morti – Achille che aveva barattato una lunga vita piena di pace e di appagamento per una vita breve piena di onori e di gloria – dice a Odisseo che è stato un errore. “Sono morto, e questo è tutto.” Non c’è onore. Né immortalità. E che se potesse, ritornerebbe indietro per essere un umile schiavo di un proprietario terriero piuttosto che essere quello che è – un re in una terra di morti.  Che qualunque fossero le sue sfide in vita, erano pur sempre preferibili a quel regno di morte.

Le nostre canzoni sono vive nella terra dei vivi. Ma le canzoni non sono come la letteratura. Sono fatte per essere suonate, non lette. Le parole delle opere di Shakespeare erano fatte per essere recitate su un palco, non per essere lette su una pagina. E spero che qualcuno di voi colga l’opportunità di ascoltare questi testi nella maniera in cui furono concepiti: in un concerto o su una registrazione o in qualunque modo le persone ascoltino canzoni oggi. Lasciatemi ritornare a Omero, che dice: “Canta dentro di me, o Musa, e attraverso me racconta la tua storia.”

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