Il Muzungu – Minerali insanguinati. Europa fai troppo poco

L’Opinabile – Rivista di critica in formazione

Due mesi fa, dopo tre anni di discussione, l’Unione Europea ha dato il via libera al Regolamento “Conflictminerals” per disciplinare le importazioni di mineraliutilizzati dall’industria dell’elettronica e provenienti da zone di conflitto. L’obiettivo è quello di porre fine al finanziamento di gruppi armati, ma la logica del compromesso con le lobbies e gli interessi statali rende le norme inconsistenti.

Di Marco Simoncelli

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Quella che vi voglio raccontare è una delle più grandi tragedie moderne. Quella di persone povere e semplici che vengono scaraventate negli oscuri cunicoli di miniere senza alcuna misura di sicurezza, alla ricerca di quei materiali indispensabili per costruire i giocattoli elettronici che noi abitualmente utilizziamo, soddisfacendo il nostro sollazzo e la nostra sete di consumo.
Quando acquistiamo un cellulare e altri strumenti elettronici spesso siamo indirettamente complici della violenza e della barbarie che si perpetuano da decenni in alcuni dei paesi più poveri del mondo, molti dei quali nella martoriata Africa, dove sono in corso conflitti “silenziosi” di cui non si sente parlare sui principali media. Proprio l’apparente “naturalezza” nell’uso di questi prodotti tende a farci dimenticare di porci delle domande su cosa si trova dietro la loro produzione.
Molto spesso, infatti, questi beni sono composti dai cosiddetti “minerali dei conflitti” o “di sangue”: ossia quelli estratti da povera gente che viene schiavizzata in miniere illegali, non risparmiando neppure i bambini, impiegata a estrarre i materiali preziosi sotto il controllo di bande armate e organizzazioni fuorilegge che riescono a finanziarsi grazie al contrabbando e alla “complicità” criminale e interessata di multinazionali da noi tutti ben conosciute.
Minerali come: coltan, cobalto, tantalio, tungsteno, stagno e oro sono imprescindibili per l’industria elettronica e infatti senza di essi non ci sarebbero i nostri amati smartphone, né computer, né tablet. Anche se il continente africano, e in particolare l’est della Repubblica democratica del Congo,ospita il 75% delle riserve mondiali di questi minerali, essi si possono trovare anche nei giacimenti in Canada e Australia, ma le multinazionali della potentissima industria elettronica preferiscono quelli importati da zone instabili perché costano meno e gli permettono di massimizzare i loro profitti. Inutile dire quanto gli interessi in gioco siano enormi e quanto a livello geo-economico faccia buon gioco che le cose restino come sono, per questo assistiamo ad attività di lobbying spregevoli ogni qualvolta si tenta di cambiare le cose o quantomeno di ostacolarle.
Il tentativo di Bruxelles
Proprio a tal proposito due mesi fa, dopo sei anni di discussioni e confronti dai toni  (apparentemente) anche molto accesi, l’Unione Europea ha finalmente approvato una legge sull’approvvigionamento di minerali provenienti da zone di conflitto. Il regolamento riguarda le importazioni all’interno dell’Unione di tungsteno, stagno, tantalio e oro (sfortunatamente non del Coltan, minerale utilizzato come conduttore nell’industria elettronica, né del cobalto, sul quale l’anno scorso Amnesty International pubblicò un rapporto che fece scandalo, ed è stato approvato il 16 marzo per poi essere successivamente adottato da parte del Consiglio dell’Ue il 3 aprile. Il testo entrerà però in vigore solo a partire dal 2021. In questi quattro anni, gli importatori europei dovrebbero adeguare la loro struttura commerciale alla direttive dettate dalla nuova normativa.
Non stupisce che le trattative, iniziate nel marzo del 2014 , quando la Commissione ha presentato una proposta di regolamento, si siano protratte tanto a lungo. Gli interessi economici in gioco sono davvero consistenti: il mercato europeo è uno dei maggiori target di consumo per le imprese operanti nell’industria elettronica. Basti pensare che Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Francia si trovano rispettivamente dal terzo al sesto posto nella classifica dei maggiori importatori di portatili e telefoni cellulari al mondo. L’Italia è l’undicesimo paese al mondo e il quinto in Europa. Senza l’oro proveniente dai Paesi del Sud del Mondo anche la prestigiosa industria orafa (soprattutto quella italiana) avrebbe seri problemi. Con una percentuale di quasi il 35% del commercio globale, l’UE è uno dei più grandi importatori di stagno, tantalio, tungsteno e oro, in forma grezza o concentrata. Dato il volume d’affari la posta in gioco era alta e infatti il risultato finale è stato un annacquato “compromesso” e quindi la nuova normativa non avrà la stessa ambiziosa efficacia prevista nel progetto iniziale.

Il Muzungu – Minerali insanguinati

Negli ultimi 40 anni, secondo l’Unep, circa il 60% dei conflitti ha avuto una qualche connessione con l’approvvigionamento e il commercio di risorse naturali.

Quello che si è ottenuto è una via di mezzo tra la proposta dalla Commissione, che prevedeva un sistema volontario di auto-certificazione e controllo dei propri fornitori da parte delle imprese in linea con i principi di “due diligence” dettati dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico),e la bozza di regolamento votata dal Parlamento un anno dopo, la quale, attraverso alcuni emendamenti, introduceva l’obbligatorietà della due diligence  per tutti i soggetti della filiera produttiva. Quest’ultima  posizione – nettamente più sensata – si è trovata di fronte al blocco del Consiglio dell’Ue, che ovviamente è espressione dei singoli interessi nazionali e delle rispettive imprese le quali, come detto, fanno pressione sulle istituzioni per mantenere lo status quo estremamente vantaggioso.
Ma alla fine dopo questo negoziato interminabile cosa dice concretamente questo nuovo regolamento? In base alle nuove norme gli importatori di minerali e metalli provenienti da zone di conflitto o ad alto rischio, dovranno garantire che non ci sia alcun legame tra la loro catena di approvvigionamento e i gruppi ribelli che operano nelle regioni in cui vengono estratti i minerali. Dovranno farlo seguendo le regole stabilite dall’Ocse e, dal momento che l’Ue non ha individuato quali siano le “zone di conflitto” (pur facendo molti riferimenti alla Repubblica democratica del Congo), un gruppo d’esperti dovrà fornire alle istituzione europee una lista aggiornata periodicamente delle aree instabili.
Nel regolamento è stabilito anche che le imprese europee più grandi (con più di 500 dipendenti) che producono o vendono i prodotti che contengono stagno, tantalio, tungsteno e oro, saranno “incoraggiate” (fa sorridere) a riferire sulle modalità di approvvigionamento in base a una serie di indicatori sviluppati dalla Commissione Europea. Sempre stando al regolamento le nuove norme non verranno applicate sui piccoli importatori e sui materiali riciclati da giacenze europee.
Stando a quanto assicurato dalla Consiglio Ue, il nuovo regolamento dovrebbe coprire almeno il 95% di tutti i metalli e di minerali importati nel continente europeo.
Molti punti deboli
Ovviamente sono molte le criticità delle norme che rendono questa legge debole e hanno deluso soprattutto il network di Ong europee che hanno seguito tutto il processo di dibattito. “La conclusione del negoziato ci lascia con la sensazione di un risultato a metà”, ha commentato Axelle Fischer, Segretario Generale di Justice and Peace. “Troppe concessioni sono state fatte alle imprese che si opponevano a una due diligence obbligatoria, inclusa una soglia di minerali al di sotto della quale le imprese sono esentate dal provare la dovuta diligenza, e l’inserimento del principio dell’autoregolamentazione”  hanno affermato invece Focusiv, la Rete per la pace in Congo, il Cidse e più di 50 organizzazioni della società civile in un comunicato.
Fra gli aspetti più deludenti c’è sicuramente il fatto che le regole non si applicheranno agli importatori di prodotti semilavorati o finiti. Ciò significa che si va ad incidere solo a monte delle filiera, a livello “upstream” (fonderie, raffinerie, importatori di minerali e metalli grezzi), ma non su quelli a valle, “downstream”, come ad esempio i rivenditori di prodotti finiti (tablet, smartphone, macchine, etc…), mentre la proposta iniziale copriva ogni tipo d’importatore. Nella pratica un’azienda europea che usa componenti semilavorati provenienti da paesi extra Ue non dovrà controllare la provenienza della materia prima usata nella loro produzione. E la stessa cosa vale per chi importa prodotti finiti nel continente: “Prendiamo l’esempio dei telefoni cellulari “made in China” – afferma Emily Norton, portavoce dell’Ong Global Witness, essi possono contenere minerali provenienti da zone di conflitto dove molti Paesi asiatici continueranno a rifornirsi. Questi cellulari potranno però essere importati nell’Unione europea perché le nuove norme non lo vietano espressamente”.
Altri punti deboli si possono riscontrare nei controlli e nella tempistica di entrata in vigore. Il regolamento prevede che la verifica sul rispetto della legislazione avvenga attraverso le autorità degli Stati membri, ma non è chiaro come ciò avverrà. In più il tempo concesso prima dell’applicazione nel 2021 è estremamente lungo dando la possibilità alle grandi aziende di organizzarsi inventandosi ogni tipo d’escamotage (subappalti ad esempio) per sfuggire alla normativa.
Trump il distruttore
Nonostante si tratti di un’occasione persa a causa delle tante lacune nate da compromessi politici e lobbistici,la legge rappresenta comunque un importante passo avanti nella direzione di un maggior rispetto dei diritti umani.

Continua a leggere l’articolo sul numero di Giugno 2017

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