L’Editoriale #6 – EUROPA!

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Salute, o Satana,

o ribellione,

o forza vindice

della ragione!

(G. Carducci, Inno a  Satana, 1869)

Di Antonio Marvasi

La Copertina del numero di Giugno 2017

L’Europa. Discorso immenso, labirintico, teorico e pratico, filosofico e storico. Fenomeno religioso e artistico. Solo con grandi forzature politico. Probabilmente culturale. Proprio come l’Italia. Difficilmente geografico: celebre la definizione di Derrida della geografia d’Europa come una protuberanza che si sporge dal continente asiatico, una penisola. Occorre muoversi con prudenza, su pochi punti fermi, per non perdersi troppo.

La copertina di questo mese rappresenta il più antico mito d’Europa, giovane e bellissima ragazza che viene rapita da Zeus, in forma di toro bianco. Ma si tratta di una rappresentazione moderna, che viene, per di più, da fuori, dalla Colombia di Botero. Quel che ci piace di questo quadro è proprio questo: la possibilità di riprendere un mito che, pur se non esattamente popolare tra gli europei di oggi, conta innumerevoli rappresentazioni nell’arte e ha dato materia di riflessione a tutti coloro che si sono soffermati seriamente sulla questione dell’Europa. Questo mito infatti si fonda sul rapimento – come moltissimi miti fondativi, non ultimo quello di Roma – cioè sullo spostamento. E la tradizione iconografica vede sempre l’atto del movimento, spesso evidenziato dai capelli al vento della giovane Europa a cavallo del toro. Questo per sottolineare una caratteristica dell’Europa, quella di spostarsi, sia fisicamente nello spazio (a parte l’esplorazione e il colonialismo, la stessa civiltà europea, da un punto di vista “geofilosofico” ,  si muove nel corso della storia dalle coste orientali del mediterraneo fino al nuovo mondo, passando per Atene, Roma…), sia culturalmente nel tempo, dalla filosofia greca al “nuovo mondo” del cristianesimo (e poi il rinascimento, poi il protestantesimo, e poi l’illuminismo, e poi la rivoluzione industriale…). Ne abbiamo già parlato nei numeri precedenti: questo progredire per sussulti rivoluzionari ci distingue in quanto occidentali, ci differenzia dalle millenarie culture orientali, in continuità almeno fino al ventesimo secolo.

Ma non è certo un caso se abbiamo scelto un quadro di Botero, pittore che non ha bisogno di presentazioni. I suoi quadri si caratterizzano, forse ancor più che per i suoi personaggi umani rigorosamente obesi, per una certa atmosfera calma, morbida di consistenza pastello. Ma non ci avventuriamo in azzardati giudizi di gusto: la genialità di questo quadro in particolare sta nel rappresentare un’Europa obesa, di modo che il movimento tradizionalmente rapido, “ratto” appunto, ne viene in qualche modo rallentato, diventa più morbido, più grasso. Il che è particolarmente significativo se prendiamo il movimento, (il “divenire” deleuziano), come principio fondatore della storia culturale europea, che pretendiamo così di scandire per grandi momenti di rivoluzione – seguiti sempre da controrivoluzioni che ben poco hanno cambiato il corso della storia, tutt’al più bilanciandolo. Ne risulta un’idea hegeliana della storia come progresso (evoluzione verso l’essere); concezione che rifiutiamo sin dalla nostra fondazione in quanto rivista culturale (si veda il programma esposto nel numero 1). Ma tant’è: un’Europa obesa ci permette di rappresentare in un colpo d’occhio, e con quell’ironia pacioccona che ci sembra caratterizzare Botero, un occidente ricco, opulento e corpulento, viziato, persino vizioso; e insomma, puntare il dito contro il consumismo, se non contro quel che chiamano ultra-capitalismo finanziario. In ultima analisi: criticare l’occidente in quanto causa, di fatto e oggettivamente, della povertà (politica, non solo economica) di altri paesi, Africa in primo luogo. Il consumo eccessivo di risorse che l’uomo occidentale compie in una atmosfera tanto opulenta che non è neanche più godereccia. Bensì un mangiare e un godere forzato, ideologico, suicida: ci torna in mente una scena de “La grande abbuffata”, in cui uno dei protagonisti, sofferente, viene imboccato con grandi cucchiaiate di purè (“poco burro”, commenta qualcuno), tra le scoregge. Lo stesso personaggio morirà cagandosi addosso. Insomma, una critica abbastanza radicale, provocatoria. Ma reale.

Più astrattamente però, ci piace che il movimento rappresentato da Botero sia rallentato; ci piace richiamare l’attenzione e la riflessione sul fatto che oggi la capacità “rivoluzionaria” dell’Europa sembri vacillare in maniera preoccupante: che la nostra capacità di movimento culturale – cioè le nostre idee, il nostro idealismo (e, mannaggia, ci agganciamo a Hegel un’altra volta) – sia appesantita dal nostro benessere materiale. E lo pensiamo; anzi, riteniamo che questo sia il problema principale oggi che l’Europa deve affrontare. Anche e soprattutto, a livello di politica internazionale. L’Europa, in quanto espressione politico-culturale, rimane sempre più sola, tra Trump e Putin, a difendere idee rivoluzionarie come i diritti dell’uomo, i diritti del lavoro, la libertà politica e religiosa etc. sforzandosi con tutte le forze di non seguire l’andazzo generale, di non rigettarle semplicemente in quanto idee, invenzioni astratte e giuridiche (cosa che, di fatto, sono). Sembrerà allora una provocazione: ma oggi, la resistenza anticapitalista, il cambiamento, può venire solo dall’Europa (e forse, dal Sudamerica). Non è affatto un caso che gli accordi sul clima, rigettati da Trump e mai sottoscritti da Putin, siano stati presi a Parigi. L’Europa è sola per esempio a rifiutare ancora di dare l’agricoltura in pasto a un industrialismo assoluto. Non diciamo che ci riesca bene; ma, unica, si pone il problema. Gli OGM sono molto regolamentati della UE, rispetto agli USA, non tanto per una non dimostrata nocività, ma per difendere la biodiversità e la produzione agricola tradizionale; e così l’esistenza-resistenza dei pascoli e delle transumanze contro il modello dell’allevamento intensivo americanizzante, la tutela dell’artigianato, persino delle minoranze linguistiche… tutto questo, tipicamente europeo, è di fatto una resistenza, istituzionale, burocratica, malfatta, buonista se vogliamo, ma è la sola (a parte, secondo alcuni personaggi alla Fusaro, il fondamentalismo religioso) a opporsi all’omologazione del mercato globale. E nonostante le critiche, gravissime, che si possono muovere contro Bruxelles, riteniamo opportuno (per quanto provocatorio) ricordare la portata rivoluzionaria di un’idea che in nome della pace vuole annullare le frontiere. Ma cominciamo a cedere. La legge sul lavoro italiana, identica nel contenuto alla Loi du Travail che tanto fa discutere anche oltralpe, si basa esplicitamente su un discorso arrendevole. Il mercato del lavoro è stato rivoluzionato dall’industrializzazione di altri paesi: lavoratori senza diritti producono merce a un prezzo fuori competizione. La praticamente esplicita giustificazione dei sostenitori di tali modifiche è l’idea di rinunciare anche noi a una parte dei diritti, per competere sul mercato internazionale. Così come stiamo rinunciando gradualmente a molte libertà individuali per paura del terrorismo, in nome della sicurezza.

L’Indice di Giugno 2017

Ma insomma, l’Europa. Sono gli stessi europei ad aver perso fiducia – ad aver perso la memoria – in quelle idee che hanno fondato la nostra modernità. I valori dell’antifascismo in primo luogo. Questo è il paradosso: siamo ancora attirati dall’idea di rivoluzione, di cambiamento: ma sono Putin e Trump ad apparirci come rivoluzionari, Grillo il duce-garante; mentre la Merkel ci appare come l’istituzione borghese e conservatrice. E lo è, senza ombra di dubbio. Così Juncker e altri politici europei, appaiono burocrati sottomessi a un sistema, mestieranti che seguono un metodo; appaiono come coloro che bloccano ogni possibilità di decisione politica e di cambiamento. Il problema è che si reagisce col nazionalismo, con la divisione invece che con la solidarietà e la tolleranza. Eppure, se oggi in quanto europei ci troviamo sempre più soli, politicamente e culturalmente, la conoscenza di ciò che siamo ci impone una presa di posizione per l’Europa. Non in quanto istituzione politica, ma in quanto cultura, nostra patria culturale. Ora, sarebbe facile prendersela con l’occidente (Europa e America) per la sua storia di conquista e dominazione, violenza e guerra, olocausti, consumo del territorio e delle risorse. Tanto facile che è questo il discorso che va per la maggiore. Ecco perché questo mese citiamo Carducci. Poeta borghese, patriottico, oggi più o meno odiato, sia dagli scolari che dagli specialisti. Una forma che oggi suona mielosa e stucchevole; un contenuto talvolta quasi infantile, talvolta, oggi, ridicolo. Carducci non è sopravvissuto bene al ‘68; eppure è un poeta da rivalutare. Quando pubblica il suo inno a Satana, riprende in chiave risorgimentale l’importante tradizione illuministica, libertaria e per lo più francese (Proudhon, Michelet…) che si può definire senza indugi satanista. L’illuminismo stesso, nelle sue radici massoniche, si definisce nella luce appunto in senso luciferino. Satana, in un senso ovviamente non religioso/superstizioso, ma simbolico e culturale, l’angelo della luce /Lucifero personificazione della natura, della scienza, della rivolta, della ragione che dubita di ogni dogma. In particolare, ci piace la forma scelta da Carducci, quella tradizionale del brindisi, il che dà al suo componimento una impressione di immediatezza, e una volontà di piacere umano, terrestre, mondano… satanico. Una esaltazione confermata anche dal numero di punti esclamativi. Sulla sua falsariga, allora, noi prendiamo partito per la tradizione satanista della modernità europea, libera da dogmi religiosi e/o fascisti. In alto i calici per quell’umanesimo rinascimentale che dichiara il primato umano della libertà, fino all’umanesimo kantiano che dichiara l’uomo come fine e non come mezzo, fino alla volontà di potenza che dichiara la morte di Dio, fino al pessimismo non nichilista dell’esistenzialismo.

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Sissignore. Se dobbiamo prendere posizione, oggi, parlando di Europa, onoriamo il principe delle tenebre, il primo che ha detto NO, e che per questo è stato scagliato, obbligato a muoversi (come un rapimento) sulla terra, anzi, sotto. Scagliato via dal paradiso, certo: ma è qui, nel mondo. è Satana il sobillatore che ci permette di formulare idee rivoluzionarie – oggi filosoficamente superate, certo, ma ancora pregne come minimo di significato storico – come “cogito ergo sum”. Così vogliamo rileggere il mito: Europa è donna, bella, giovane. Così è la rivoluzione. La donna è d’altronde l’essere satanico, l’incarnazione del peccato per antonomasia, a partire da Eva, che disobbedisce a dio. È alla donna che rivolge la parola il serpente, poiché l’uomo l’avrebbe scacciato. Ma il frutto che abbiamo mangiato è niente meno che quello della conoscenza del bene e del male; della conoscenza. Abbiamo così distinto la luce dal buio, come dio quando creò il mondo! C’è da ricordare infatti che i frutti proibiti erano due: quello dell’immortalità non l’abbiamo mangiato, e solo questa ci distingue da dio; per il resto siamo a sua immagine e somiglianza, compresa, nostra culpa, la conoscenza. Grazie a Satana.

Ma bando alle ciance pseudo teologiche; celebriamo il satanismo di base della cultura europea, in senso se vogliamo antifascista – è questa la parola storicamente più esatta – ma, ad essere sinceri in senso anarchico. Rifiutiamo ogni dogma. Anche quello che vede l’occidente come Babilonia, regno terreno del male. Anzi, non lo rifiutiamo, ma arriviamo persino, contraddicendoci, a celebrarlo come regno della libertà, e cioè, per definizione, regno dell’Uomo. Non degli angeli, non di Dio: solo l’uomo ha il potere di scegliere cosa essere, solo l’uomo può, anzi deve diventare ciò che è. Mentre dio è condannato a essere colui che è. Muoversi, nello spazio e nel tempo. Satana ci ha dato accesso alla libertà; e ovviamente, al dolore (più che al male) che ne deriva. Se Dio ha ruolo di padre, pone dei limiti al nostro desiderio, in termini strettamente freudiani, allora Satana è Madre. È l’oggetto del nostro desiderio; il suo ruolo è di abbandonarci. Lasciarci soli – traumatizzandoci – e liberi. In questi termini, l’Occidente, sarebbe una cultura che ha superato (e in maniera quanto traumatica!) il complesso di Edipo, tagliando simbolicamente la testa al Dio/Re: sarebbe mentalmente sana. Purtroppo non abbiamo sottomano la Nuova enciclopedia di Alberto Savinio; rimandiamo il lettore alla voce “Europa”, definita se non ricordo male proprio in quanto ha assassinato dio.

Ma interviene allora l’obesità innegabile di Europa (“gli zigomi rifatti”): che questa libertà senza dio sia diventata depressione? La conoscenza razionale (la scienza) è diventata frustrazione del desiderio – quella depressione che fa lamentare Leopardi: ahi ahi, ma conosciuto il mondo non cresce, anzi si scema – e quindi del piacere ricercato compulsivamente in una bulimia di benessere? “Comodo, ma come dire poca soddisfazione” . Il problema dell’Europa, allora, è che gli europei oggi hanno paura e soffrono della loro libertà, dell’assenza di un dogma (e del dogma ultraterreno e disumanizzante del mercato globale) che soddisfi e giustifichi universalmente la nostra esistenza. Paura delle loro responsabilità individuali e storiche. E, restando in termini psicanalitici, si trovano in pieno nel complesso di Telemaco descritto da Massimo Recalacati: hanno nostalgia di un padre che aspettano, politicamente e religiosamente.

Ci sembra questa la premessa necessaria, per esempio, a elaborare una riflessione sulla nostalgia fascista che evocano nelle masse europee personaggi autoritari, figure di padri severi come Putin; o il fenomeno del generale ritorno alla religione, in particolare tra gli europei mussulmani di terza, quarta generazione, figli dello sradicamento coloniale e completamente privi di appigli ideologici offerti dalla cultura occidentale.

La nostra presa di posizione non può essere che un brindisi: sorta di rito magico, ma terreno, religioso ma tutto umano. Un brindisi alla verità, al mondo (e non al cielo), a un laicismo radicale, a una libertà che responsabilizzi l’individuo attraverso la conoscenza. E non tanto vogliamo sottolineare il contenuto, che pur condividiamo con alcune riserve, ma la forma. Vogliamo celebrare la terra, il piacere, la verità e la libertà di essere individui e tutto quel che viene dall’essere riusciti, niente popò di meno, a liberarci da dio quando scriviamo le leggi, le pene, e i diritti individuali.

Siamo coscienti d’altra parte che la dimensione satanica, cioè il peccato e il male, vengono, anche secondo la filosofia greca, dall’eccesso, dall’obesità. È satanico infatti anche il mito di un’Europa come Babele che abbiamo già citato, simbolo del peccato di superbia dell’uomo di fronte a Dio (lo stesso peccato di Lucifero d’altronde). Rivendichiamo questo peccato dell’uomo occidentale in quanto merito. Il mito della torre oggi è realizzato praticamente nell’istituzione burocratica, confusa e inegalitaria dell’Unione Europea, ne siamo coscienti e non possiamo semplicemente aderire in modo acritico a questa istituzione. Così, arriviamo al rovescio della medaglia. Infatti, in una prospettiva più generale (ritorniamo alla nostra copertina) è satanico il consumismo (per dirla col teologo, la gola, l’avidità, la lussuria), che noi condanniamo. E così, pur rivendicando la preziosità delle radici sataniste della nostra cultura, qualcosa non quadra ancora.

È giusto, è buono e quindi bello ciò che è nel giusto mezzo, equilibrato, simmetrico. Come una statua greca. L’eccesso è male, non perché sia un peccato contro dio, ma contro l’uomo, contro la bellezza della natura. Ecco probabilmente la dimensione da recuperare per una resistenza ‘europea’, quella che deve essere la vera forza dell’Europa di oggi: l’umanesimo che, formulando un’etica libera da dio, ha le chiavi per liberarsi anche di Satana, della tecnica, dello sfruttamento esponenziale delle risorse, del lavoro, dell’eccesso di ragione. Siamo quella cultura che trova nel rispetto dell’uomo, e non astrattamente della vita, e non nella paura di dio, la conoscenza del bene e del male. Quell’umanesimo è forse condannato a morire, se si pensa al ruolo della tecnica che sembra sempre di più prendere il posto dell’uomo fino al lento affermarsi di una visione animistica pseudo-orientale che permette di superare i problemi etici di una eventuale coscienza artificiale. Ma noi, non troviamo niente di meglio, ancora, che esaltare l’umano, contro il passato di dio, e contro il futuro delle macchine. In fin dei conti, allora, chissenefrega di Satana, dei rivoluzionari e dei pensatori. Brindiamo, brilli ma non ubriachi, all’uomo, al pensiero umano. Ai nostri limiti, al nostro disordine, ai nostri sbagli, ai nostri conflitti e anche alla nostra cattiveria. Alla libertà. E questo miscuglio di umanità angelica e puzzolente, questo ventaglio di esistenze che va dalla santità alla perversione, secondo noi, non può che esprimersi, sinteticamente, con un grido: “Europa!”, dove più che altro ci teniamo a segnalare il punto esclamativo:

Europe! Europe! Je crie:

ne te laisse pas mourir! Cramponne-toi. Crispe-toi.

Reprends ta vie dans un spasme !

Ecrase le dieu terrible !

Jules Romains, Europe, N.R.F./Gallimard, 1916, p. 68

Europa ! Europa! Grido : / Non lasciarti morire! Aggrappati. Reagisci. / Riprendi la vita in uno spasmo! / Schiaccia il dio terribile!

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