Daniele Luttazzi – Mentana a Elm Street 

Riproponiamo per la rubrica “riflessioni opinabili” un articolo di Daniele Luttazzi del 2010, utilissimo per fare un doveroso distinguo tra la Satira, che attacca anche violentemente il potere, e la violenza della derisione delle vittime del potere.

La satira è nobile perché il suo bersaglio (il potere e le sue declinazioni oppressive) merita di essere attaccato. E’ questo principio a rendere disgustoso e fascistoide, invece, il ridicolo a scopo di tortura (le foto di Abu Grahib); il dileggio verso chi ha subito un torto (le foto di Veronica Lario a seno nudo pubblicate da Libero); e lo sfottò continuo contro chi osa opporsi all’illegalità berlusconiana (gli editoriali di Renato Farina su Panorama prima che venisse scoperta la sua attività spionistica per conto del Sismi; i corsivi di Marcenaro sul Foglio; gli attacchi del Giornale; i fondi di Feltri; lo scherno di Ghedini contro la Bonino ad Annozero).


Il potere usa il ridicolo, il dileggio e lo sfottò per aumentare il conformismo generale. È una tecnica di oppressione. Nelle sue memorie («The sunflower», 1970) Simon Wiesenthal racconta degli ebrei impiccati dai nazisti nella piazza di Lemberg. «Un buontempone… attaccò a ogni corpo un pezzo di carta con su scritto ‘carne kosher’» dopodiché, per giorni, i cittadini di Lemberg risero dei prigionieri dei campi di concentramento che i nazisti portavano a lavorare in città perché «vedevano in quegli ebrei altra carne kosher a passeggio».
Il dileggio invita la massa a prendere le distanze dalla vittima e a partecipare del divertimento sadico del violento.
Shakespeare attribuisce ai suoi cattivi (Iago, Shylock) questo humor crudele proprio per definire la loro immoralità: uno stratagemma narrativo che ritroviamo nel Joker di Batman, nelle gag da incubo di Freddy Kruger e nella comicità assassina di Hannibal Lecter. Il potere è sovraumano in quanto disumano. Ti illude che, unendoti a lui, diventerai predatore: ecco spiegati i sondaggi sulla popolarità del premier. E tu, non ridi alle sue barzellette?
Un disagio del genere ha finalmente aperto gli occhi a Mentana. Conosco la sensazione. E’ come sniffare wasabi.

Da quando ho aperto sul mio blog una Palestra di satira (www.luttazzi. it) questa riflessione sul dileggio fascistoide si è approfondita grazie al contributo di molti. Ogni giorno arrivano in Palestra circa duemila battute satiriche sull’attualità. Scelgo solo quelle che mi fanno ridere. Fra quelle scartate, alcune partecipano del clima fascistoide imperante. Si tratta di battute in cui si deride una vittima: se ne banalizza la tragedia vera, schierandosi coi carnefici. Esempi:
Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle e una macchina per respirare.
Tumore seno: una vittima ogni 45′. A rischio i campionati di calcio femminile.

Qualcuno ha obiettato: «E allora la tua battuta sul feto abortito che sa di pollo crudo»? Come se l’argomento fosse il buon gusto. L’umorismo è sospensione del sentimento e può arrivare fino al grottesco più cinico; ma se sei cinico a spese di una vittima e ne prendi in giro la sofferenza, fai umorismo fascistoide, cioè eserciti una violenza. La battuta del feto abortito, invece, prende in giro me e l’idea che io, per esprimere quel giudizio, ne abbia assaggiato uno.
Mattia ha elaborato una variazione non fascistoide della battuta sul tumore al seno:
Sempre più vittime per il tumore al seno. Per ovviare ai tagli sulla ricerca, sospeso il rimpatrio delle immigrate clandestine. (Mattia Manica)
Lo stesso accadrebbe (si tratterebbe cioè di satira, non di violenza) se a fare la battuta sul tumore al seno fosse una donna colpita da tumore al seno. Mai sottovalutare il valore del contesto: Richard Pryor può fare tutte le battute che vuole sui «niggers»; le stesse battute in bocca a Woody Allen diventerebbero razziste.
A questo proposito, va ricordato che la deontologia del comico consiste nel proporre solo battute che lo facciano ridere. E’ proprio il criterio della «risata del comico» a far sì che egli possa essere giudicato per quello che è. Se fai battute razziste perchè ti divertono le battute razziste, sei un razzista.
Il punto non è se una battuta fa ridere o meno. Si ride infatti per il meccanismo comico e l’abilità consiste nell’imparare la tecnica migliore per scatenare il riflesso della risata; ma se questa abilità ti serve a veicolare un’idea razzista, sei un razzista.
Ecco un esempio di comicità nazista trovata da Ska:
http://www.czeta.it/wp-content/ uploads/2008/11/annefrank.jpg
Il meccanismo di questa gag, nell’immediato, potrebbe farti ridere (per riflesso); se però poi ti compiaci della tua risata, e non te ne vergogni, sei un nazista. E’ il riso di scherno su una vittima vera, non ipotetica, della cui tragedia vera ci si fa beffa.

Giorgio e Matteo mi scrivono di una scena dei «Griffin» nella quale Peter mangia patatine in modo molto rumoroso nel rifugio di Anna Frank mentre soldati nazisti si trovano a portata d´orecchio:
http://www.youtube.com/wa-tch?v=RTBDpyVyET8
Giorgio: «Una battuta anche sacrilega su certi orrori può rendere ovvio l’orrore che resta reale anche quando il tabù viene infranto. Non è ragionevole supporre che certe battute rinforzino il senso critico del pubblico e lo responsabilizzino?»
Quell’esempio dei Griffin calza a pennello. E’ proprio il tipo di banalizzazione della violenza sulla vittima (comicità fascistoide) cui mi riferivo. Tv e internet la stanno diffondendo nel mondo da diversi decenni attraverso la spensieratezza apparentemente innocua dei cartoon Usa, non a caso mentre quel governo si rendeva responsabile di massacri reali e criminali, stampa propagandistica appresso.
Questo tipo di comicità è insidiosa: funziona infatti per tutta una serie di motivi sociologici e culturali che ne inducono l’esigenza. Cresce l’ansia sul tuo futuro, minacce vere incombono, i problemi sembrano irrisolvibili, e tu senti il bisogno di una fuga nella deresponsabilizzazione e nella forza muscolare che l’idea fascistoide può fornirti a buon mercato: «Ti lamenti che non hai più diritti e che abbiamo ridotto la tua vita uno schifo? Guarda, c’è gente che sta ancora peggio di te: a loro abbiamo tolto anche lo status di esseri umani».
Occorre fare attenzione perché la regressione culturale è già oltre il livello di guardia, specie qua in Italia. Se uno ride di quella gag dei Griffin, deve porsi una domanda: fino a che punto la mia scala di valori, in questi anni, senza che neanche me ne accorgessi, si è corrotta?
«Una battuta anche sacrilega su certi orrori può insomma rendere ovvio l’orrore che resta reale anche quando il tabù viene infranto», scrive Giorgio.
No. L’analisi dev’essere meno approssimativa: la violenza sulla vittima non è un tabù che si può infrangere come niente fosse. Ne va della democrazia. E della civiltà. Infatti è comicità fascistoide. C’è un solo caso in cui si verifica quello che Giorgio auspica. Ne parlo in «Bollito misto con mostarda». E’ il caso della «risata verde» dei cabaret di Berlino degli anni ’30. Gli artisti si ribellavano alla violenza nazista esagerando la provocazione dell’orrore. «Su Hitler non mi viene in mente nulla» di Karl Kraus è un capolavoro di satira perché oppone orrore a orrore. E’ satira, però, perché Karl Kraus sa come si fa e perché sappiamo chi è Karl Kraus. La stessa frase detta da Himmler o da Borghezio sarebbe una boutade nazista. (Valore del contesto e e della tecnica.)
Nell’intrattenimento passano sempre più spesso contenuti fascistoidi perché «funzionano» e funzionano per tutta una serie di motivi bio-politici (là dove la politica si intreccia al biologico e al senso morale) che rendono appetibile la fuga nel disumano che il fascismo e il leghismo offrono.
E’ un attimo caderci, se non si sta attenti. Paolo ad esempio mi ricorda il caso recente del comico Michael Richards, il Kramer di Seinfeld:
http://www.youtube.com/wa-tch?v=amjUNF_R_PY
L’attenzione dev’essere collettiva. E’ uno dei sensi della Palestra. Fino a ieri nessuno si poneva il problema. Da oggi, almeno qualche migliaio di persone in Italia sanno che il problema c’è. E’ un inizio.

Matteo replica: «So distinguere il bene dal male e non faccio dei Griffin il mio stile di vita, ma una volta a settimana mi piace ridere disumanamente. Ciò non fa di me un essere disumano. (…) Il contesto, come dici tu, conta molto: si tratta di un cartone animato. Americano. Del 2009. La tragedia dell’olocausto è di anni fa e trovo la libertà di riderne, nei limiti (contesti), una cosa positiva. Mi pare di averlo sentito da te “Se non trovi niente che ti offenda, non vivi in una società libera”».
Caro Matteo, una società libera ammette tutte le idee, anche le più trasgressive, ma non può ammettere l’idea violenta (quella fascista o nazista o stalinista). L’idea violenta è già stata giudicata dalla storia. E’ un’idea che, quando va al potere, cancella i diritti umani e la democrazia. La trasgressione culturale dei tabù e dei pregiudizi («ciò che ti offende in una società libera») è legittima, ma non puoi paragonarla a un’idea violenta quale lo scherno della vittima. E’ un equivoco tragico, AGGRAVATO dal fatto di venir banalizzato da un cartone animato: una superficialità che non solo tu, ma nessuno può permettersi, soprattuto in tempi reazionari come questi.

Scrive R.G.: «La scena dei Griffin non è scherno della vittima. Credo che lo scopo fosse quello di mostrare fino a che punto Peter sia incapace di trattenersi dal continuare a mangiare patatine, mettendolo nella situazione in cui l’importanza di fare silenzio è la più grande che lo sceneggiatore sia riuscito ad immaginare. Quindi l’oggetto della presa in giro è Peter, non gli ebrei». No. Lo sceneggiatore usa l’olocausto per far ridere sulla fame di patatine di un cartoon. E’ una banalizzazione nazista. La violenza non può essere eufemizzata. Anna Frank è una martire realmente esistita della persecuzione razzista nazista. Quella gag dei Griffin è una bestemmia. E’ una catarsi comica blasfema. Non si può. Se la fai, sei dalla parte dei nazisti: non c’è modo di usare una vittima compiacendosene, e uscirne puliti.
Silvius nota: «La gag di Peter poteva essere riproposta in qualsiasi altra situazione. Si ride di rimando e paradossalmente senza neanche accorgersi del contesto. Questo è subdolo. Personalmente ho sempre mostrato parecchie critiche sulla struttura comica dei Griffin, critiche che sono state qualche tempo fa esposte in due puntate di South Park».
Giusto. Quella gag dei Griffin è blasfema non perchè può venire fraintesa (come può capitare per altre gags) ma sempre. E’ blasfemo che l’autore non si renda conto che NON SI PUO’ usare Anna Frank per un anticlimax comico. Addirittura in un cartone animato. Dopodiché, il meccanismo comico funziona e tu ridi. (La risata è un riflesso: scatta per il meccanismo, non per il contenuto come tutti credono ingenuamente. Il contenuto contribuisce alla salienza della battuta, ma da solo non ti fa ridere. Infatti quando un giornalista fa la parafrasi di una battuta o descrive una gag, la risata non scatta. ) Ma se subito dopo aver riso non te ne vergogni, la banalizzazione blasfema ha avuto il suo effetto. Hai riso da nazista senza sentirtene in colpa.

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