L’Editoriale #7 – Giovine Italia

Copertina del numero 7 de L’Opinabile (Luglio/Agosto)

La copertina di questo numero richiama, per il sorriso, l’uscita di febbraio 2017 de L’Opinabile – L’insostenibile leggerezza – in cui affrontavamo un tema simile, ma dall’altro punto di vista. Per questo numero delle vacanze, abbiamo voluto opinabilmente parlare di lavoro, concretezza delle azioni. Ma per il piede incancrenito, la copertina va opposta anche a quella di marzo, che rappresentava L’Uomo che cammina. Per indicare quel che ci pare una mancanza di gioventù, da un lato, e di giovinezza, dall’altro. Cioè di speranza, di qualcosa di irrazionale. I giovani d’oggi descritti, opinabilmente, come giovini, vecchi, con vecchiaia.

In inglese, mi ha fatto notare un amico, cemento si dice “concrete”. Sembra anche a me uno slittamento semantico molto interessante: viviamo in città “concrete”, in un mondo pesante, materiale. Ci sarebbe davvero piaciuto, per un numero sui giovani, fare un elogio della vitalità, della leggerezza, della potenza, anche sessuale, della promessa che è la giovinezza. Ma ad essere onesti, non ne vediamo nella nostra generazione; al contrario, un peso di concretezza materiale blocca i movimenti, i sentimenti  . I giovani europei, e particolarmente gli italiani, si sentono, e sono, imprigionati in una specie di limbo, con le ali tarpate.

Così, per rappresentare i giovani, per riflettere sulla giovinezza, prendiamo spunto da “Lo Storpio” di Jusepe de Ribera, detto Lo Spagnoletto (1591-1652). Il pittore, notissimo esponente dell’epoca d’oro della pittura napoletana, ritrae un giovane del popolo, povero, con un piede incancrenito, sordomuto, che tiene in mano un biglietto per chiedere le elemosina. Ecco: ci sembra che questo quadro rifletta perfettamente la situazione dei giovani, almeno per quanto riguarda l’Italia. Zoppi, e incapaci di esprimersi. Non solo per colpa loro, probabilmente. Ma il dettaglio che ci colpisce, oltre al sorriso genuino del giovane diseredato, è la prospettiva dal basso, tipica dei ritratti aristocratici, che dà alla figura una forza dignitosa, a dispetto del crudo realismo di scuola caravaggesca, che avrebbe, all’epoca, fatto scandalo ovunque, tranne che a Napoli, dove fu realizzata l’opera.

Più che denunciare un paese gerontocratico, insomma, più onestamente, ci mettiamo a denunciare la rassegnazione, la passività, l’immobilismo aristocratico dei giovani, incapaci di sorridere. Rassegnazione che non sembra frutto di una riflessione razionale e pessimistica; ma arrendevolezza, implicita nella mancanza di idee, di volontà, semplice pigrizia. Non abbiamo né il pessimismo della ragione, né, soprattutto, l’ottimismo della volontà. Se la giovinezza è soprattutto uno stato mentale, oggi i giovani non sembrano averlo, quel modo di essere, cioè agire; sembrano persino rifiutarlo coscientemente.

Non solo. Manca la giovinezza (stato mentale), ma manca anche la gioventù (le persone giovani): stiamo vivendo una crisi demografica acutissima nel nostro paese. Si potrebbe obiettare: chi sono i giovani italiani? Sono davvero così pochi? In fondo ce ne sono moltissimi che sono giovani, sono italiani, ma non rientrano nelle statistiche perché non li includiamo burocraticamente. E solo burocraticamente, perché per il resto ci sono dentro fino al collo; e puoi pure non riconoscergli la cittadinanza, ma non certo eliminare chi vive e lavora e parla e tifa italiano. D’altra parte non si può semplicemente ignorare o negare – fino a “negare” fisicamente, negare il diritto di vivere – il fatto che ci sono popoli che crescono materialmente molto più velocemente di noi.

Popoli che sono, come sempre accade, poveri, che fanno anche i figli che noi non facciamo. Ma il problema non riguarda solo l’Italia, né è il risultato solo di cause socio-politiche, bensì pare allargarsi fino a toccare la genetica, se crediamo a quanto scrivono i giornali, cioè che l’Università di Tel-Aviv avrebbe dimostrato che l’uomo occidentale ha perduto negli ultimi 40 anni quasi la metà degli spermatozoi. A causa (pare) proprio della vita “industrializzata”, del cibo spazzatura, della sedentarietà. Ci stiamo estinguendo? Può darsi; di certo gli europei non sono un popolo giovane. Come si sono estinti i romani, e a ben vedere, per motivi del tutto simili. Vita troppo confortevole che porta al calo delle nascite, crisi di un sistema culturale che porta alla caduta degli ideali, i barbari, il piombo nell’acqua (letteralmente, per gli antichi; in senso lato per noi: pesticidi e tutto il resto).

Quindi, se dobbiamo parlare di giovani in questo numero de L’Opinabile, necessariamente andiamo a cercare lì dove la gioventù c’è, e pare destinata nei prossimi decenni a dominare quantitativamente, e forse qualitativamente, il mondo intero: gli africani. Masse di giovani africani che stanno dimostrando, nonostante le difficoltà oggettivamente molto più gravi delle nostre, una volontà di rivalsa, di potenza, uno spirito imprenditoriale (impresa, non solo, né soprattutto, in senso economico) che noi non sembriamo avere.

Non sembriamo avere giovinezza, problema più impalpabile, meno concreto. È colpa nostra, dei giovani, se non guardiamo al nuovo, se non crediamo in un ideale per il futuro, agganciandoci al passato, senza una impresa nel cuore, cercando di adattare noi stessi al mondo (accettando paghe da fame, elemosinando lavoro all’estero) invece che il mondo a noi – agendo cioè saggiamente, come uomini e donne di mezza età. Pochi anni fa, a Londra, i giovani delle periferie scesero in strada, e con mazze e strumenti di fortuna cominciarono a impadronirsi della merce esposta nei negozi. Qualcuno lo ricorderà, fece notizia, tanto che fu presa ad esempio da quel “filosofo dell’ideologia” Slavoj Žižek . A cosa era dovuta quella protesta? La cosa spaventosa è che non c’era nessuna idea dietro; anzi, esclusi dal benessere materiale, si erano riversati in strada spontaneamente col solo scopo di accaparrarsi quei beni di consumo che la pubblicità gli vendeva. Riproducevano il peggio dell’ideologia dominante, conclude il filosofo. Era un tentativo di ottenere con la forza il proprio adattamento al mondo, al mondo della pubblicità; era una protesta, per così dire, perché tutto resti come è. Non è necessario essere d’accordo con Zizek; l’osservazione porta però a riflettere sul fatto che di questi tempi la gente scende in piazza perché le cose NON cambino; espressione, si sarebbe detto in altri tempi, borghese, e non rivoluzionaria. Per questo numero, la definiamo vecchia, non giovane.

Al di là del merito, le manifestazioni collettive più importanti e sentite del popolo italiano negli ultimi tempi sono state per non cambiare il matrimonio; non cambiare la costituzione, tornare alla lira, persino tornare alla divisione interna, al regno di Napoli. Al di là del merito, pare l’espressione di un popolo vecchio; anagraficamente, certo; ma anche e soprattutto mentalmente. Non solo nel senso che non accettiamo il nuovo, ma anche – peggio – che non sappiamo immaginarlo, trovarne uno. Tanto che ancora, istupiditi, i giovani parlano di fascismo e comunismo, di destra e sinistra; senza neanche crederci. O di borghesi e proletari. Usiamo parole preconfezionate dalla storia, quando ancora (per colpa nostra, sia chiaro) non eravamo ancora nati.

Ma il problema allora è davvero difficile, duro, “concreto”, pur riguardando l’aspetto meno concreto dell’esistenza (del singolo come della società): l’Occidente è ancora in grado di offrire “valori” che non siano materiali? Il vecchio cerca la comodità materiale; il giovane ha ben altre questioni da risolvere. L’Occidentale sente di aver perso un senso del sacro, una metafisica; al di là del culto di Apple, o la divinazione di Justin Bieber. Il problema risale almeno al XIX secolo, se così si vuole interpretare l’attrazione degli occidentali più annoiati per l’oriente mistico e misterioso.

Il giovane può, e deve – e la nostra generazione è probabilmente quella che più di ogni altra dovrebbe arrabbiarsi coi propri padri – puntare il dito contro il mondo che ha ereditato, necessariamente sbagliato, e cercare di cambiarlo, contro i genitori, contro l’autorità. Agendo di cuore, sbagliando immancabilmente, è ovvio. Ma è questa l’espressione stessa di una gioventù attiva, degna di portare sulle spalle quel fardello che è il futuro. Solo che “non c’è più il futuro di una volta”. Neanche la pace, per il prossimo futuro, è assicurata. Così i giovani italiani, oggi, sostanzialmente tendono a rinchiudersi nella paura, persino in un ottuso nazionalismo fascio-razzista – si veda l’inchiesta recentissima de L’Espresso su “Nazitalia” – o in un non meno ottuso no-globalismo smanettone. La chiusura nella paura, nel rimpianto, nelle idee del passato, è l’atteggiamento tipico, tratto distintivo, del vecchio, individuo o società che sia, che sente più di avere un passato da proteggere che un futuro da inventare. Un po’ come i gatti che per morire vanno a nascondersi, soli, e aspettano.

G. Isola – Mazzini in un ritratto giovanile. 1830 – disegno a matita – Istituto Mazziniano – Genova

Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante che noi conosciamo[…]. Ascoltatemi con amore, com’io vi parlerò con amore. (Giuseppe Mazzini, incipit de I doveri dell’Uomo).

Per rispecchiare tutto questo andiamo a cercare idee nel passato anche noi. Ma una scelta del tutto fuori moda e superata storicamente. Il nostro intento in quanto rivista, lo abbiamo dichiarato sin dal primo numero, è quella di rispecchiare l’attualità, non di capirla. È la condanna scelta da questa rivista quella di essere inattuale per poter essere domani più attuale degli altri. Così, per svelare e anche ridicolizzare il vecchiume che vediamo nei giovini del vent(un)esimo secolo, andiamo a pescare Mazzini, che ci dà modo di titolare il numero in maniera opinabile, cioè dare un titolo vecchio parlando di giovani, usando la forma antica “Giovine” Italia. I “giovini” d’oggi. D’altra parte Mazzini ci permette anche di fare un piccolo ragionamento astratto che tocca in un colpo solo sia il problema oggi centrale del dibattito politico e culturale oggi – quello tra nazionalismo e europeismo – sia sul problema socio-filosofico che ci interessa sollevare, cioè il rapporto tra gioventù e ideale, giovinezza e movimento, per richiamare l’attenzione su una certa dimensione mistica della vita attiva. Per richiamare i giovani al loro dovere di agire in quanto tali: cioè col cuore, in maniera romantica, appassionata, idealistica e incosciente. Con grande fatica, cioè sentendo il dovere di farlo. Certo, tanto siamo vecchi oggi che per trovare ispirazione di futuro nel passato che domina questo presente, ci tocca risalire addirittura a prima del ventesimo secolo. Quando ancora, per un europeo, era sensato pensare al futuro.

La Giovine Italia di Mazzini era solo una delle “giovini” organizzazioni che nacquero in Europa nel diciannovesimo secolo sulla scia di Mazzini, che non stava fermo: c’era una giovine Francia, Spagna, Polonia, e così via. Ma perché giovine? Proprio perché Mazzini riponeva nei giovini, nei suoi coetanei, (nati e cresciuti nelle rivoluzioni dell’epoca) la speranza, la certezza, che potessero capire accettare e combattere e morire (“i giovani amano la morte”, dice Daniel Pennac, senza contare che chi muore giovane è caro agli dei) per le idee repubblicane di unità e uguaglianza, tra gli italiani (polacchi ecc.) prima, tra i popoli, poi, tra tutti gli esseri umani, infine. Un’idea che per stare in piedi deve essere incosciente: essere cioè del tutto priva di paura. Giovine.

Ma si trattava, per Mazzini, di una lotta esplicitamente, concretamente, intergenerazionale. Il regolamento era ben chiaro: per aderire alla Giovine Italia era necessario avere, letteralmente, meno di 40 anni. Bisognava avere questo privilegio anagrafico. Non era una giovinezza ideale, “stato mentale”; bensì era una condizione fisica, una gioventù. E aveva ragione da vendere. Ma il bello è proprio questo: non aveva solo ragione, aveva anche e soprattutto fede, sentimento, pathos, istinto, amore, fede, chiamatelo come volete. Era giovane. Anche oggi – anzi da sempre – la lotta è intergenerazionale. Questa passione, questa irrazionalità, si esprime nel pensiero politico mazziniano anche in un ruolo centrale della religione, Dio. Ma ci interessa concretamente, nella sua azione politica e umana; Mazzini agisce con il cuore. Così, se nell’ultima uscita (Giugno 2017), dedicata all’Europa, L’Opinabile osava alzare il calice a Satana – cioè al razionalismo assoluto e scientista dell’Occidente – questo mese ci rammarichiamo della mancanza di spiritualità, che rende i giovani così tanto rassegnati.

Al di sopra e insieme a tutte queste giovini organizzazioni, Mazzini fondò anche, in esilio in Svizzera, la Giovine Europa. Non si era ancora fatta l’Italia, e già lui guardava all’Europa. Il principio era lo stesso, ma già allora il sognatore capiva la necessità storica dell’unione (federale, proprio come immaginava per l’Italia) dei popoli europei. Era un po’ la conseguenza ovvia e naturale dell’unità nazionale.  Da considerarsi con uno sguardo molto più ampio, come una tappa utile a ben altri fini, su ben altra scala; figuriamoci oggi che le distanze si sono drasticamente accorciate e che il mondo, il pianeta, ci sta stretto. Ecco il punto: l’idea, il sogno, del nazionalismo italiano si basava sin da subito sull’idea di comunità dei popoli europei. Tanto il nazionalismo mazziniano guarda al di là delle frontiere che il nostro utopista arriva a formulare, un un’ottica anti-imperialista, l’idea romantica, giovine, di una Terza Roma, una Roma europea, cosmopolita, che dopo quella dei cesari e quella dei papi (cosmopolite anch’esse), avrebbe guidato culturalmente e politicamente i “fratelli d’Europa”. Sarebbe stata un’idea di Europa a guida romana; una guida spirituale, culturale, prima e più che economica. Un bel sogno. Durato poco, (Giovine Europa: 1834-36) come ogni sogno, come la giovinezza stessa. Roma come un centro di gravità per i popoli europei e mediterranei, l’Italia come un telescopio, crocevia di idee, osservatorio del mondo. Il sogno, per il proprio paese, si badi, della massima apertura, avere cioè più futuro possibile.

Ma è un’altra storia: si era prima delle Guerre Mondiali, prima del suicidio dell’Europa e del fallimento di fatto del vecchio sogno europeo, fallimento dovuto proprio alla volontà di egemonia dei singoli staterelli sugli altri. Dopo, il nazionalismo e l’imperialismo hanno portato alla prima e alla seconda guerra mondiale, l’Europa si è suicidata, ha ceduto il posto ad altre potenze. E oggi, il ritorno al nazionalismo, tra crisi economica, migranti, un’UE che non funziona e uno stato che funziona peggio, sta tornando, di nuovo. Per la terza, e probabilmente ultima volta, l’Europa sta mostrando, in ogni paese, lo stesso istinto suicida del passato, a dimostrazione paradossale di quanto di fatto sia uno spazio omogeneo. Mazzini non solo per ricordare che, se ci si pensa, essere italiani e essere europei è uguale, ma anche per ricordare che l’idea di futuro scaturisce, necessariamente, da una personalità, una società, giovane, cioè con una forte dose di fede, di ideale. Non ancora disillusa.

In ultima analisi, quel che vogliamo indicare è il legame che esiste tra  irrazionalità, speranza e realizzazione concreta, lavoro, futuro immaginato e futuro reale. La salvezza potrebbe arrivarci dai giovani con meno di 40 anni; ma questi guardano a terra, occhi bassi sull’Iphone, imprigionati nel “concrete” invece di osservare l’orizzonte-utopia d cui parlava Galeano. Guardare l’orizzonte come invece fa, concretamente, chi, giovanissimo, prende un gommone per attraversare il mediterraneo. Agisce col cuore, con speranza, disperazione, e ama la morte. Per forza di cose. E il futuro viene necessariamente dalla giovinezza, dalla gioventù.

 

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