Non calpestarmi – “No pain, no gain” non fa poi così ridere

di Federico Maiozzi

 

Come in tutti gli stati del mondo, democratici o meno, grandi o piccoli, anche negli Stati Uniti le sorti del paese sono rette in buonissima parte da un ristretto numero di famiglie ricchissime, e per lo più di “antiche” tradizioni, che indirizzano qualsiasi attività umana della nazione. Dall’elezione del presidente al menù delle mense scolastiche degli asili nido.

Di per sé non è allarmantissimo e poi non potrebbe essere altrimenti in un paese dove l’ingerenza di Washington negli affari interni, per milioni di motivi, non sempre è ben vista. L’organizzazione interna deve essere così lasciata in buona parte ai privati e gli unici che possono garantire sistemi funzionanti, anche per questioni meramente materiali, sono i privati ricchi. Parrebbe questo sembrare un metodo eccessivamente materialista nonché assai violento.

Dunque, per l’”accusa” di materialismo non ci sono basi. Le grandi famiglie americane, sia che si tratti di venerabili WASPs che di parvenus di recente fortuna, sono tutte intrise di una religiosità fortissima. Così forte che, anche quando non praticata, non mette mai in dubbio l’esistenza di Dio. Le eccezioni esistono ma ancora per un bel po’ resteranno tali. La differenza tra i magnati americani e quelli del resto del mondo è in realtà anche questa.

Il senso di missione divina a cui i figli dello zio Sam si sentono destinati. O magari non ci credono, ma nella loro auto-rappresentazione a questo aspetto assolutamente non ci rinunciano.

Quanto alla violenza, be’, naturale che sono violente! Anzi, dal loro punto di vista si potrebbe quasi aggiungere: per fortuna che sono violente! Tali famiglie non solo devono controllare oltre trecento milioni di cittadini americani con metodi legali, ma devono anche garantire che i loro interessi all’estero – e quando si parla di Stati Uniti per “estero” si intenda “resto del mondo – non vengano minacciati e, qualora lo fossero, soffocare la minaccia sia con truppe governative che private (i contractors di cui ogni tanto si sente parlare). Come potrebbero assolvere ad un simile compito senza la violenza!

Si faccia però qualche considerazione. Una cosa è essere un bullo, che non dosa la sua forza e alla lunga finisce schiacciato da essa. Un’altra cosa è essere un affarista senza scrupoli, che non ha la violenza come fine ultimo e la usa come mezzo, mai come fine.

Copertina del numero 7 de L’Opinabile (Luglio/Agosto)

Anch’egli, però, agisce senza entusiasmo perché alla lunga la vile materia annoia e la sua gloria finisce con lui o con i suoi figli spendaccioni. Un’altra cosa ancora, invece, è essere prodi cavalieri investiti da Dio stesso di una santa missione, ossia quella di difendere i valori americani, che sono anche quelli di Dio (Quale Dio? Volutamente nella carta costituzionale non lo si dice). In virtù di questa missione, si dispone di una ricchezza faraonica, ricevuta alla nascita o costruita in tempi relativizzante brevi dal prode cavaliere in questione.

Il prode cavaliere combatte con coscienza, combatte sempre perché il male è bestia forte e quando cade c’è sempre un fratello che ne raccoglie la spada, perché il suo esempio è così fulgido che gli porta pochi discepoli, ma lealissimi.

Bene, i componenti dell’oligarchia americana si sentono pienamente in quest’ultima categoria (“Ma come? Anche Trump?” forse si starà maliziosamente chiedendo qualcuno dei lettori. Ebbene sì, anch’egli ne è parte).

Quest’affermazione potrebbe creare non poca ilarità in noi europei, eppure se queste persone sono state capaci di conquistare a vario titolo più della metà del mondo qualcosa, oltre al pur necessario interesse economico, senz’altro c’è stato. O forse, si potrebbe dire per accontentare i più marxiani, gli interessi materiali erano e sono talmente enormi che nessun essere umano avrebbe potuto gestirli se non credendo – convincendosi di credere, che fino a un certo punto è la stessa cosa – in un’entità superiore, che fosse abbastanza confusa da non doverle rendere conto proprio di tutto tutto (qualche monelleria la combinano anche i cavalieri) ma abbastanza grande da aiutarli, combattere con loro, sostenerli nelle enormi tensioni quotidiane della pace e della guerra.

Anche la gioventù dorata dell’Impero britannico possedeva una fede del genere, e infatti questo tipo di retorica deriva proprio da quella compagine.

Così come fu per la Gran Bretanga, anche negli Stati Uniti si è sempre posto il problema di come poter educare persone così qualificate ed equilibrate da essere in grado padroneggiare sia la componente morale della loro missione che quella materiale, il tutto senza fanatismi religiosi né tentazioni alla ricchezza ad ogni costo, atteggiamento che nel tempo finirebbe per essere pagata cara. La risposta è stata chiara fin da subito: bisogna iniziare quando il cavaliere è molto, molto giovane. Durante la sua infanzia e la sua adolescenza dovrà studiare così tanto da essere già potenzialmente pronto ad essere un capo di uomini già intorno ai vent’anni, perché potrebbe non esserci il tempo o la condizione per restare anni all’università, eventualità niente affatto remota fino agli anni Settanta, quando la leva era per tutti e le destinazioni di servizio spesso pericolosissime.

Certo, alcuni hanno potuto eccellere nella vita anche senza un simile percorso. G. W. Bush, per citare un nome, è diventato presidente pur avendo avuto difficoltà negli studi ed avendo evitato di andare in Viet Nam, conflitto evitato anche dal suo predecessore. Ma sia Bill Clinton che George Bush erano circondati da un influentissimo entourage che invece rispecchiava perfettamente l’ideale di impegno, dedizione e forza sia morale che fisica prima descritto. Possiamo dunque affermare che quanto scritto circa la preparazione dei giovani futuri comandanti americani è tendenzialmente vera.

A questo punto bisogna però notare come i problemi per l’aristocrazia americana nel dominare gli Stati Uniti non siano mai stati pochi e che uno in particolare era urgente, ossia l’esiguità numerica di detta aristocrazia. Con questo termine riferito all’America si vuole intendere grosso modo quelle famiglie di discendenza tendenzialmente inglese o olandese, proprietarie di grandi latifondi o compagnie commerciali già prima dell’indipendenza. Con il passare degli anni gli innesti con componenti influenti delle altre comunità nazionali presenti nel paese hanno comunque fortemente mitigato l’appartenenza originaria, anche con esiti apparentemente divertenti (la nipote di Kennedy è l’ex-moglie di Arnold Schwarzenegger), garantendo anche la sopravvivenza e la buona saluta biologica delle “casate” più antiche.

Tale allargamento, però, non poteva e non può nemmeno oggi bastare perché da un punto di vista numerico si parla di poche migliaia di persone che devono controllarne qualche miliardo, tra interne ed esterne. Come fare allora? Estendendo la stessa retorica del prode cavaliere anche ai dipendenti delle innumerevoli attività di famiglia, quali aziende, fondazioni o università. Ma detta retorica potrebbe davvero essere compresa e accettata anche da chi per sopravvivere deve tenersi tre impieghi e lavorare diciotto ore al giorno?

Certamente no e anzi, se queste persone ne intuissero in pieno la portata metafisica capirebbero che altro non sono e sempre saranno che pedine nella mani del loro datore di lavoro, che si ergerebbe nelle loro menti come padrone tirannico e quasi teocratico con conseguenze interessanti per gli scienziati umanisti, certo, ma meno per i capitani d’impresa americani. Molto meglio allora proporre al popolo una versione semplificata e deliberatamente fallibile, perfetta per far autoflaggellare chi è povero in sensi di colpa solo in parte ascrivibili a sue colpe. Tale filosofia si può felicemente riassumere nella formula tanto cara ai bodybuilder di tutto il mondo: “no pain, no gain“.

Non c’è guadagno senza intenso sforzo. Si potrebbe dire: “Ma in fondo che c’è di male?”. C’è di male che non è vero, perché negli Stati Uniti non si studia né si lavora più che altrove perché quello che viene premiato non è l’impegno ma il talento, e il talento ce l’hai o non ce l’hai, piove dal cielo e non si strappa dai libri né dalla pratica, per quanto si possa essere volenterosi. Ecco perché negli Stati Uniti è così difficile far parte dell’élite che controlla il paese. Perché questa accetta, e ha creato un sistema di selezione tarato per l’abbisogna, solo elementi esterni dotati di genialità e pensiero strategico innati. Solo per chi ha queste doti il “no pain, no gain” è valido. Per gli altri equivale a fare una vita durissima alla rincorsa di un sogno che non arriverà mai, passata ad accontentarsi di obbiettivi risibili se confrontanti con l’impegno profuso. Il tutto incolpandosi sé stessi per qualsiasi cosa, anche la più assurda. Guido una Ford e non una Ferrari? Be’, è colpa mia e se voglio cambiare devo solo lavorare sodo. Assurdo, non trovate?

Altrettanto assurdo sarebbe però immaginare che la grandissima maggioranza degli americani sia così sciocca da non accorgersi di questo sistema. Se ne accorge eccome, ma subentrano due fattori. Il primo, è l’auto-convincimento che invece sia vero, perché se non lo fosse la prospettiva di passare una vita grama senza miglioramenti all’orizzonte non sarebbe sostenibile, soprattuto psicologicamente. In breve, si sa che è un’illusione ma è talmente bella da non volerci rinunciare.

Il secondo fattore riguarda le nuove generazioni. Nel senso, se non ho talento io forse l’avrà mio figlio, ma finché non viene notato facciamolo lavorare perché non sia mai pensano che non sia intelligente per mancanza di impegno!

E così il ciclo d’illusioni ricomincia. La gioventù è la più soggetta a questo tipo di logorante comportamento perché la scuola e l’università sono i luoghi in cui maggiormente sono quantificati i progressi, i successi e gli insuccessi (si pensi, banalmente, alle interrogazioni) ed è l’età dove l’idea di “futuro da costruire” ha più senso, per ovvie ragioni. Certo, per i ragazzi davvero in gamba l’avvenire è dorato, ma non possiamo avere la certezza che vengano scoperti e aiutati tutti, anzi, vista la ristrettezza numerica di chi comanda è più probabile che non sia affatto così. Vero è, e di questo va dato atto, che oggi sono gli Stati Uniti a governare il mondo, dunque questo sistema non lo si può rigettare del tutto per questioni umanitarie, ma va studiato e comparato con i nostri, senza preconcetti o umanitarismi fuori luogo. Il guaio di noi europei risiede nel fatto che, da brava colonia, prendiamo tutto quello che fa il padrone come oro colato, senza però volerne replicare la complessità e le funzionalità più sottili, così da ucciderne i pregi ed esaltarne i vizi.

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