Il Mitologo – Promesse di gioventù

Di Gerardo Iandoli

Quando si parla di giovani, oggi, si compie un passaggio logico che appare ovvio, ma che in realtà non lo è affatto: si dà per scontato che l’essere giovani sia un valore di per sé. Ma, per essere davvero onesti nei confronti della gioventù, bisogna analizzare quali sono i termini e i limiti di questo particolare valore.

(Immagine: Lucio Fontana, Concetto spaziale, attese. 1968)

Copertina del numero 7 de L’Opinabile (Luglio/Agosto)

Immaginiamo di possedere una cassaforte con dentro un milione di euro. Per aprirla, abbiamo bisogno di una chiave. Fin tanto che avremo cura di questa chiave, potremo accedere al denaro e spenderlo; ma se la perdiamo, allora la nostra ricchezza sarà solo apparente: per quanto pieni di soldi, questi, rinchiusi nella cassaforte, non potranno mai esercitare il loro potere di acquisto e, quindi, il loro valore sarò solo potenziale. Inoltre: non basta possedere la chiave, poiché se si fanno investimenti sbagliati, il denaro va sprecato e, quindi, il suo valore si dissolve in un nulla di fatto, che ha ben poche conseguenze sulla vita reale. Fuor di metafora, la giovinezza è come il nostro milione di euro: sulla carta è una ricchezza, ma solo osservando come questo viene speso si potrà scoprire se questa ricchezza è effettiva oppure no.
Il giovane è anche colui che “ha tempo”, ci dice una certa opinione comune. Così facendo, della linea temporale di ogni essere umano, si privilegia il tempo a venire: eppure questo è il più incerto non solo perché nessuno può prevedere la data della sua morte, ma anche perché nessuno è in grado di fare dei progetti così precisi da avere un controllo totale su ciò che avverrà. Se, invece, si rovescia questo sguardo, si vedrà come il giovane è colui che manca di esperienza: la sua linea del tempo “passato” è più corta rispetto a quella dell’uomo maturo e dell’anziano. Il tempo che passa, però, non ci dona automaticamente l’esperienza: questa arriva soltanto quando si agisce nel tempo, compiendo gesti capaci di lasciare dei resti sia materiali, sia psicologici (la produzione di oggetti, l’acquisizione di una conoscenza). Il giovane è, quindi, colui che “potenzialmente” può fare esperienza.

 

La gioventù è anche l’età della bellezza, del vigore fisico e sessuale: ecco, forse è questo il valore più proprio ed effettivo dell’essere giovani. Un corpo non ancora logorato dal tempo, la capacità di compiere sforzi fisici e di affascinare l’altro. Eppure, una tale consapevolezza ci mostra come, di per sé, la gioventù non è che un valore superficiale: è qualcosa che riempie gli occhi con la sua bellezza e grazia, che sembra promettere un futuro radioso davanti a sé.
Ecco, il termine che si cercava: la giovinezza è una promessa.
È la promessa della sensualità del corpo nudo, non ancora infiacchito nella sua fierezza dalla vergogna del tempo che passa.
È la promessa di viaggi, di posti da vedere, di luoghi ancora da scoprire.
È la promessa di saperi, di cose da conoscere, di enigmi da risolvere.
Ma soprattutto è la promessa di una risposta, almeno in parte, a quelli che sono le domande del fanciullo. La promessa accende il desiderio: è il principio di un’attesa e ad attendersi è sempre ciò che si vuole. Purtroppo, ad attendersi è anche sempre ciò che non c’è: la promessa è sempre la segnalazione di un’assenza. La gioventù è la fragile dialettica tra il ruggito del desiderio e l’eco del vuoto che ci circonda. In entrambi i fattori c’è una voce che ci chiama, destandoci e costringendoci a fare delle scelte.
La giovinezza è l’epoca della decodifica: si percepiscono delle voci, delle vocazioni, ma non si conosce né il messaggio né il codice: è una lingua nuova e intima, che non ha nulla a che fare con il linguaggio della società, con il linguaggio della madre. Certo, da questi è condizionato, eppure resta sempre un surplus di senso che qualsiasi linguaggio in nostro possesso non è capace di formalizzare, di renderlo sotto forma di testo. La giovinezza è la ricerca del linguaggio della sotto traccia, di ciò che è celato tra il testo comune.
Promessa e decodifica: la gioventù è quando si sa che qualcosa ci aspetta, che qualcosa ci è stato promesso, ma si ha difficoltà ad ascoltare quanto formulato, quanto detto. La vita potrebbe essere il tentativo di ricostruire quella sacra frase: sacra perché oltre noi, che non dipende da noi, ma allo stesso tempo sacra perché impronunciabile di nuovo, ma solo balbettabile, ripresentabile nella forma mediata dell’interpretazione.
E una di queste interpretazioni possibili è il fatto che sia tutto una menzogna: in effetti, ogni promessa non ha in sé la certezza del suo mantenimento. Potrebbe essere infranta, in qualunque momento. La vita è possibile quando si ha fiducia nel fatto che qualcosa sia possibile, indipendentemente dalla sua efficacia e dal suo senso. Che ci sia un masso da portare su di una montagna, non importa se poi bisogna ricominciare da capo.
Il tragico contemporaneo prende forma all’interno di una tirannia della giovinezza: si è giovani, forzatamente. Essere giovani non è più uno stato, bensì una responsabilità, un fine. Non importa quale età si abbia: bisogna essere giovani. Bisogna esserlo nello spirito, compiendo tutti quei gesti che ci fanno apparire freschi. Bisogna esserlo nel corpo, ricorrendo a tutti i mezzi in nostro possesso: dallo sport all’alimentazione, dalle creme alla chirurgia estetica. Quindi, se la giovinezza può essere raggiunta, allora diventare vecchi diviene una scelta e per tale motivo una colpa: poiché non si è fatto nulla per limitare i danni del tempo, allora la vecchiaia la si è voluta. Condizioni naturali si sono trasformate in situazioni artificiali, dipendenti dalla volontà dei singoli. La promessa della gioventù è diventata promessa di controllo sulla gioventù stessa: eppure, fin tanto che non si avrà modo di mettere in questione la certezza della morte, tale promessa si esercita in una sola direzione: quella della menzogna.
Inoltre, mantenere la dimensione della giovinezza troppo a lungo significa prolungare l’effettivo corso della promessa: se si resta giovani, allora si è sempre nella promessa e quindi nell’attesa. Per tale motivo, l’altra parte, il mondo maturo, tarderà ad arrivare con i primi segni di un avvenuto mantenimento della promessa. Maggiore è l’attesa, maggiore è il desiderio. Ma se quest’ultimo diventa troppo forte, troppo irruento, prende il sopravvento e inizia a dominarci, rendendoci ricattabili: questo si declina nell’eterna corsa alla ricerca di un corso di formazione, di uno stage, di un tirocinio, di un’esperienza lavorativa non pagata, di qualsiasi cosa che possa darci l’illusione che la promessa sia stata mantenuta. Purtroppo, è la promessa e non ciò che dice a mantenersi, nel senso di perpetrarsi nel suo costringere all’attesa. La giovinezza eterna è un’attesa eterna, quindi il fallimento di qualsiasi aspirazione al compimento. Mantenere un essere incompiuto significa costringerlo all’apertura totale: in completa balia dell’Altro, l’essere umano non potrà definire un suo spazio, un suo compimento e sarà condannato alla precarietà totale: pur di continuare a vivere la promessa, si accontenta delle false promesse di compiutezza che provengono dall’esterno, perdendo il totale controllo sulla propria possibilità di compiersi.

Dalla ricerca della propria vocazione, si passa al continuo trasferirsi tra una possibilità e l’altra, possibilità concesse dall’Altro, che gestisci i termini di ciò che si può essere o no. Nelle commedie antiche, il giovane vinceva sul vecchio nella fase finale e questo avveniva quando, finalmente, riusciva a sposare la sua amata. Al di là del lato romantico, l’atto del matrimonio è la fondazione di una società: un nuovo nucleo si forma, acquisendo i pieni diritti di una forza sociale capace di agire sul contesto politico. Il matrimonio giungeva alla fine di numerose peripezie: l’intreccio della commedia non era che la rappresentazione di tutte quelle prove che bisogna superare affinché si possa acquisire sia la giusta esperienza che le condizioni materiali necessarie alla fondazione di un nuovo nucleo stabile e prospero. Infatti, nelle commedie antiche il coronamento dell’amore avveniva insieme al raggiungimento di una certa agiatezza economica. Oggi, invece, si resta sul palcoscenico, senza giungere al momento del matrimonio che fa calare il sipario: così posseduti dal desiderio di visibilità, ci si impantana nelle peripezie affinché lo spettacolo continui, affinché si possa mantenere il più a lungo possibile la pura superficialità estetica della giovinezza: e il matrimonio resta lontano, in questo continuo mantenere in vita la vecchia società con le sue regole e desideri.

L’amore occasionale, lungi dall’essere rivoluzionario, è sintomo di questa monadizzazione delle coscienze: il matrimonio – visto come una simbolizzazione di una presa di responsabilità nei confronti dell’altro – diventa il gesto rivoluzionario che pretende che la promessa sia mantenuta e poi tolta, ponendo fine all’attesa. Ma sia ben chiaro: l’immagine del matrimonio diventa rivoluzionaria non quando è la perpetrazione di un vecchio rito, ma quando fonda i suoi stessi termini rituali, le sue stesse regole.

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