La Jeune Afrique, Un immenso potenziale inespresso – Il Muzungu

Di Marco Simoncelli

I giovani africani hanno straordinarie capacità e potrebbero trainare lo sviluppo nei loro paesi e nel mondo, ma aumentano di numero più velocemente dell’attuale crescita continentale soffocata dal sistema economico mondiale. Investimenti e azioni concrete per creare lavoro, scuola e formazione tardano ad arrivare. Molti di loro si mettono in viaggio, altri sfruttano il loro innato talento imprenditoriale.

Copertina del numero 7 de L’Opinabile (Luglio/Agosto)

Ogni giorno, specie nel periodo estivo, i media ci mostrano le immagini di barconi e navi di soccorso carichi di migliaia di migranti che approdano sulle nostre coste stremati in cerca di un futuro migliore, dopo aver affrontato viaggi lunghi ed estenuanti e aver subìto ogni sorta di maltrattamento o tortura.

Al di là dell’ acceso dibattito interno, delle polemiche (purtroppo spesso riprovevoli) che sono esplose nel nostro paese e di quelle in corso con l’Unione Europea che sta lasciando gli italiani soli a gestire l’accoglienza, non sarà sicuramente sfuggito che a scendere su quei moli sono per lo più giovani africani, molti dei quali nemmeno maggiorenni.

Porsi dei quesiti semplici, magari approfondendo solo una delle migliaia di cause e sfaccettature di un fenomeno così ampio e complesso come quello migratorio in corso, potrebbe risultare più utile rispetto ai ragionamenti generalizzanti e superficiali che troppo spesso la società tende a fare quando si trova di fronte a qualcosa che non riesce a interpretare. E allora parliamo dei giovani d’Africa.

Tema decisivo

Il problema delle giovani generazioni del continente nero e di come garantire loro un futuro è più sentito di quanto si possa credere perché ormai divenuto un tema cruciale per raggiungere il tanto citato ‘sviluppo’. Fornire istruzione, specializzazione, esperienza e soprattutto un impiego è l’incubo di ogni amministrazione africana. Non esiste compagna elettorale in cui i contendenti non mettano tra i primi punti dell’agenda politica la lotta alla disoccupazione giovanile e il miglioramento dell’istruzione pubblica.

Non si può che giustificare tanta attenzione sul tema dato che nel continente vive la seconda popolazione giovanile più numerosa al mondo, dopo l’Asia.

Secondo i dati messi a disposizione dalle Nazioni Unite , nel 2015 i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni erano 226 milioni e rappresentavano il 19% della popolazione giovanile mondiale. Le proiezioni statistiche ci dicono che entro il 2030 i giovani africani cresceranno del 42% e che dovrebbero più che raddoppiare entro il 2055, superando così il continente asiatico che sta invece subendo un arresto demografico. (Grafico ONU)

“Pseudo-Impegni” politici

Alla fine di giugno il presidente ciadiano,  Idriss Deby Itno, aprendo i lavori del primo Forum panafricano della gioventù, che ha riunito nel suo paese rappresentanti di 53 paesi africani più quelli dei giovani della diaspora, ha usato queste parole: “Se è vero che il 21° secolo sarà quello africano, saranno i giovani che scriveranno le pagine di questa gloriosa storia”. Nonostante sia una figura alquanto controversa a parlare, ciò che dice è certamente vero e le istituzioni africane e internazionali non possono più ignorarlo.

L’obiettivo di questo nuovo incontro era quello di raccogliere le richieste della gioventù africana e inserirle in un rapporto da presentare al 29° Summit dell’Unione Africana (UA) ad Addis Abeba del 3 e 4 luglio dove temi come gli investimenti per i giovani e la lotta alla disoccupazione sarebbero stati centrali nell’agenda.

Dal dibattito di N’Djamena sono emerse le sfide che i giovani africani devono continuamente affrontare con tenacia e sacrificio: povertà, disparità economica, disoccupazione, il difficile accesso all’istruzione e alla formazione di qualità e poi le evidenti ineguaglianze tra le città e le campagne, tra gli uomini e le donne e tra le popolazioni nomadi e quelle sedentarie.

Tutti bisogni che poi sono arrivati sul tavolo dei potenti del continente durante il Summit dell’UA. Non possiamo sapere se siano stati attenti a tutte le richieste né quanto tempo gli abbiano dedicato, visto che le crisi, i conflitti e il terrorismo nel Sahel hanno monopolizzato le riunioni, ma nel suo discorso d’apertura il presidente dell’organismo in carica, il guineano Alpha Condé,  ha parlato degli investimenti nei giovani e ha anche accennato a una possibile collaborazione panafricana al fine di creare un “ambiente propizio per lo sviluppo giovanile attraverso la collaborazione e l’interscambio politico ed economico”.  Oltre a lui si è espresso in proposito anche il Re del Marocco Mohammed VI che ha esortato a “nutrire i giovani per nutrire il continente e farlo crescere, se non si vuole che tanti di loro si rivolgano a gruppi estremisti, ribelli o terroristi oppure provino ad attraversare il Mediterraneo”.

“La grande voglia di riuscire, una certa propensione al rischio e l’assenza di opportunità di lavoro dipendente sono elementi chiave nello spiegare come mai i giovani africani hanno la più alta attitudine a mettersi in proprio del pianeta”

M. Ghielmi

Tante parole è vero, ma da quanto si sa sembra che ad Addis Abeba siano state dettate linee guida per un altro summit che si terrà a novembre ad Abidjan in Costa d’Avorio, tra UA e Unione Europea. Lì forse si deciderà qualcosa di più concreto visto che il 13 luglio, dopo l’abbandono dell’idea di un “Piano Marshall per l’Africa” (forse troppo oneroso), è stata già varata l’“Alleanza per il Sahel” sponsorizzata da Francia e Germania che all’interno contiene già obiettivi di sviluppo mirati ad ampliare il mercato del lavoro.

Disoccupazione e aumento demografico a braccetto

Volendo archiviare la politica, che sino ad ora è stata piuttosto latitante, bisogna però guardare ai dati reali per rendersi conto di quello che ora è un problema ma che fra qualche hanno potrebbe essere una vera e propria emergenza. Un recente studio intitolato “The Jobs Gap” redatto dal Tony Blair’s Institute nel Regno Unito, ha lanciato l’allarme sulla crisi di disoccupazione che potrebbe scoppiare in alcune regioni africane già tra qualche anno. I ricercatori britannici prevedono che, nonostante l’economia del continente stia crescendo, ci sarà un deficit di almeno 50 milioni di posti di lavoro entro il 2040. Secondo i dati che provengono dalla Banca Mondiale, la forza lavoro nell’Africa subsahariana nei prossimi 23 anni sarà di 823 milioni di lavoratori, ma stando alle previsioni sulla crescita economica ci si aspetta che per quella data i posti di lavoro disponibili arrivino a circa 773 milioni.

Cosa ne sarà dei milioni di disoccupati che resteranno tagliati fuori? Inutile dirlo, servono investimenti, imprese, industrie e know-how alla svelta.

Sarebbe indispensabile anche  pensare a politiche mirate ad un altro problema collegato alla gioventù: il controllo delle nascite. La questione della natalità alimenta da sempre fantasmi e polemiche. Nemmeno a farlo apposta all’ultimo G20 di Amburgo, il presidente francese Emmanuel Macron di fronte alla domanda su quanto fossero disposti a stanziare i paesi del G20 per lo sviluppo dell’Africa, ha risposto che è da scartare l’idea di un piano Marshall per il continente in quanto “l’Europa del dopoguerra aveva una sua stabilità, degli equilibri… mentre le sfide per l’Africa sono differenti, molto più profonde…c’è un problema di civilizzazione” e ha poi concluso affermando: “quando in alcuni paesi ci sono ancora sette o otto bambini per donna potete decidere di investirci miliardi di euro ma non stabilizzerete nulla”.

Ovviamente la cosa ha sollevato una tempesta di polemiche e molti hanno bollato queste dichiarazioni come l’espressione di una visione “paternalistica”, “neocolonialista” e “razzista” della realtà africana. Non ci sono dubbi sul fatto che le parole usate siano biasimevoli e nemmeno sul fatto che il nuovo inquilino dell’Eliseo provenga da un’élite ancora velatamente impregnata dalla vecchia mentalità colonialista francese, ma, pur nella sua sgraziataggine, il ragionamento secondo cui l’alto tasso di natalità possa essere un ostacolo a uno sviluppo di lungo periodo per il continente è probabilmente corretto; un’esplosione demografica in queste condizioni economiche e con i cambiamenti climatici in corso potrebbe generare delle tragedie umanitarie a cui sarebbe difficile rispondere.

La semplice formula “Meno bambini = più crescita economica e meno migranti” usata da Macron e da molti altri nel vecchio continente, figli della teoria malthiusiana, è una troppo riduttiva e facilona per essere risolutiva. Essa è senz’altro una funzionale teoria scientifica ma che non considera l’uomo in quale tale, e che piuttosto lo rende una macchina riproduttiva a comando. Sicuramente però buone politiche demografiche potrebbero risultare una buona ricetta, un buon incentivo per  creare un futuro sostenibile per i suoi giovani.

Per uno scherzo del calendario appena tre giorni dopo le affermazioni del Capo di Stato francese, a Londra è andata in scena la Conferenza internazionale sul controllo delle nascite “ Family Planning 2020” dove sono state rivelate le ultime cifre a riguardo. In Africa la media è di 4,7 bambini per donna mentre nel resto del mondo è pari a 2,5. Fortunatamente i casi di mortalità materna e infantile sono in calo ma ben il 43% delle gravidanze sembra essere indesiderato.

Come afferma a Le Monde il ministro della salute Burkinabè, Nicolas Meda, portavoce del “Partenariat de Ouagadougou” (un programma di pianificazione familiare dell’Africa occidentale lanciato nel 2011), le nascite devono essere in qualche modo proporzionate allo sviluppo economico, solo così si potrà garantire un futuro a tutte le generazioni.

Per fare ciò occorre una forte emancipazione culturale che non può che passare attraverso l’istruzione, in particolare delle donne che quali hanno bisogno di maggiore indipendenza e che “devono essere libere di scegliere consapevolmente quanti figli fare e con chi farli”.

In molti paesi del continente nero sono proprio i sistemi scolastici ad essere in crisi ed uno dei motivi è proprio la rapida e inaspettata crescita della popolazione che non è stata compensata da altrettante possibilità di istruzione, soprattutto per grosse mancanze di fondi. Secondo il rapporto dell’Unesco del 2015, dal 1990 al 2012, il tasso d’iscrizione alla scuola elementare è più che raddoppiato fino a raggiungere i 149 milioni di alunni. In più dal 2000 i governi di almeno 15 nazioni hanno (giustamente) cancellato le rette scolastiche provocando così una crescita esponenziale della domanda. Il risultato ad oggi è che dei 58 milioni di bambini di tutto il mondo che non vanno a scuola, 38 vivono in Africa.

Ecco da dove Macron e compagni potrebbero partire nel cominciare a stanziare fondi assicurandosi che vengano usati in maniera efficace: scuola per piccoli e adulti e formazione per i giovani in modo da dar loro le competenze necessarie per accedere al mondo del lavoro. I risultati non sarebbero certo immediati ma si inizierebbe ad invertire la tendenza a favore di cambiamenti di lungo periodo e quindi più stabili.

Un grande talento

Anche perché i giovani africani nelle occasioni in cui è stata data loro una chance, hanno già dimostrato di avere un grandissimo potenziale. Fra i tanti pregi che contraddistinguono i popoli che vivono nel continente ci sono anche l’incredibile spirito di adattamento e la formidabile capacità imprenditoriale. Le nuove generazioni hanno assorbito molto bene queste peculiarità e sono in grado di adattarle facilmente alle nuove tecnologie messe a loro disposizione dallo sviluppo.

Da qualche tempo infatti si sta assistendo a una formidabile esplosione di energia imprenditoriale che si sta impadronendo del continente, specie nei centri urbani brulicanti di vita. Ogni giorno, da Est a Ovest, da Nord a Sud, continuano a nascere start up di ogni genere.

All’origine di questa sorta di rivoluzione ci sono per l’appunto i giovani che hanno deciso di lanciarsi nell’ ”auto-impiego” per cercare di superare l’assenza di opportunità lavorative a cui devono far fronte.

Uno studio redatto nel 2015 dal Global Entrepreneurship Monitor (GEM) ha rivelato che il 60% dei giovani africani tra i 18 e i 34 anni si dice “ottimista rispetto al potenziale economico dell’imprenditorialità e crede di avere le competenze e i requisiti per poter creare un’impresa di successo”.

Passare da una situazione di disoccupazione e disorientamento a quella di imprenditore partendo da zero in un ambiente povero di risorse è segno di audacia e genialità non indifferenti. Queste start up, che riguardano per lo più il settore del consumo di beni e servizi, quando riescono ad ingranare hanno un effetto a catena sulla società molto positivo in quanto, divenendo nuovi attori economici, creano lavoro e permettono a numerose famiglie di nutrirsi, vestirsi e mandare i figli a scuola grazie a un salario dignitoso.

Su questo argomento L’Opinabile ha chiesto il parere di chi di certe cose si occupa quotidianamente. Martino Ghielmi, Manager di E4Impact Foundation (Università Cattolica del Sacro Cuore) e fondatore del blog vadoinafrica.com  ha inquadrato così il fenomeno e provato a delineare quali potrebbero essere i sviluppi futuri: “La grande voglia di riuscire, una certa propensione al rischio e l’assenza di opportunità di lavoro dipendente sono elementi chiave nello spiegare come mai i giovani africani hanno la più alta attitudine a mettersi in proprio del pianeta (fonte: African Economic Outlook, OCSE). Se Kenya, Sudafrica e Nigeria sono sicuramente gli ecosistemi startup più vivaci del continente, non sono affatto gli unici. Praticamente in ognuno dei 54 paesi africani ci sono giovani determinati a trasformare i problemi in opportunità, focalizzati sull’utilizzare al meglio le nuove tecnologie. In tutte le principali città africane ci sono spazi, i cosiddetti incubatori/acceleratori, dedicati al supporto delle imprese tecnologiche nelle primissime fasi. In molti contesti (in questo sì, ci sono forti differenze tra paesi) iniziano a esserci investitori disposti ad accettare l’alto rischio che implica scommettere su una startup.

Le prospettive future dipendono da come i governi sapranno incentivare questo movimento e da quanto i partner stranieri prenderanno sul serio l’imprenditoria locale, riuscendo a realizzare più “exit” (vendita di una startup arrivata a maturità) ancora difficili nel continente. Ad ogni modo non ho dubbi che, nel giro di 10-15 anni, assisteremo all’emergere di grandi gruppi su scala continentale un po’ come già oggi Dangote Group – il più grande conglomerato manifatturiero africano, nato dalla produzione di cemento in Nigeria”.

Su questo futuro l’Africa ci sta credendo veramente e i suoi giovani più ambiziosi vogliono fare rete anche senza l’aiuto dei governi per “eliminare il gap esistente le idee dei giovani africani e le limitate opportunità offerte nel continente” come si è visto nel recente Summit YouthConnekt che ha riunito ben 2800 imprenditori a Kigali in Rwanda tra il 19 e il 21 luglio.
Gli esempi di start up di successo non mancano: “Ouicarry” in Senegal lanciata nel 2013 da tre giovani (Labissi Adjovi, Youssou Ndiaye e Pape Oumar), “Propertuity” creata da  Jonathan Liebman in Sudafrica, fino al  famoso “Netflix” del nigeriano Jsason Njoku assieme alla sua versione per i film di Nollywood, “Iroko”. Poi si continua con “Africab” di Vangsy Goma in Costa d’Avorio o il Ruandese “Mergims” di Antoine Muhire e la lista potrebbe continuare ancora a lungo.

Se poi si entra nell’ambito della ricerca scientifica e delle invenzioni ci si può sbizzarrire. Ultimo esempio che viene in mente? A inizio luglio la All Nations University ha lanciato con successo nello spazio il primo satellite del Ghana. Ci hanno lavorato 400 giovanissimi ricercatori e ingegneri ghaniani.

L’”Aiutiamoli a casa loro” che serve davvero

Come afferma Ghielmi solo il sostegno dei governi africani unito al supporto dei partner stranieri potranno alimentare questo enorme potenziale e in particolare quello rimasto ancora inespresso di tutti quei giovani che non hanno avuto l’opportunità di sbocciare o semplicemente di lavorare.

Allora si ritorna al punto di partenza: le migliaia di persone che arrivano sulle nostre coste rischiando la vita, molte delle quali sono giovani pieni di energie e potenzialità inespresse e represse.

Quando in Italia sentiamo frasi del tipo “non siamo moralmente obbligati ad accoglierli e , se dobbiamo farlo, che lo si faccia a casa loro”, non siamo solo di fronte all’ennesimo segno della decadenza etica e umana della società moderna, ma anche a una grande scusa, perché farlo veramente sarebbe ancora più dispendioso dal punto divista economico e non solo.

Per spiegare il perché, citiamo direttamente un recente editoriale di Giovanni De Mauro della rivista Internazionale che a sua  volta cita Ilda Curti, esperta di relazioni internazionali e in passato assessore a Torino:

Bisognerebbe smettere di vendere armi e tecnologie militari ai regimi autoritari (l’Italia è l’ottavo paese al mondo per esportazioni di armi); sospendere ogni forma di sostegno economico ai governi corrotti; interrompere lo sfruttamento delle regioni da cui proviene gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie; affrontare e combattere seriamente il cambiamento climatico; investire in scuole, ospedali, sviluppo locale, infrastrutture, tecnologia, energia rinnovabile, reti di mobilità sostenibile; combattere l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare i pomodori a un euro al chilo nei supermercati; aprire canali umanitari che tolgano ossigeno a trafficanti e mafie; riformare e dare autorevolezza alle istituzioni internazionali, cedendo tutti un po’ di sovranità nazionale. E molto altro ancora, con l’obiettivo di combattere le disuguaglianze globali e pronti a rinunciare a parte dei privilegi dell’essere nati casualmente da questa parte del mondo.

Questo continente e la sua “Jeune Afrique” hanno bisogno di un’opportunità, di fiducia e di valore competitivo a livello locale e internazionale che i potenti del mondo sembrano non voler concedere e forse nemmeno noi, i cosiddetti cittadini comuni; se decidessimo di farlo sul serio dovremmo rinunciare a tutte le sovrastrutture costruite ed imposte, dovremmo spogliarci di pregiudizi storici e sociali che fanno comodo, dovremmo privarci tutti di qualcosa per eliminare il “noi” e il “loro”, “casa nostra”, “casa vostra” ma soprattutto l’abisso tra ricchi e poveri. Un gesto di altruismo puro e lineare…Una rivoluzione.

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