Realismo Meridiano, un punto in comune tra Sud-Europa e Nord-Africa: il mediterraneo.

Come per la lettura di un quadro può rivelarsi utilissimo partire da un dettaglio, così, per capire il globale può essere utile cominciare la propria riflessione dal locale. Per farsi un’idea del mondo, tracciare la cornice di un quadro generale troppo ampio per il nostro sguardo, e troppo lontano dalla nostra esperienza personale, è persino necessario analizzare il proprio territorio per poi applicare le nostre osservazioni – sia pure in modo metaforico – a quel che sta oltre l’orizzonte. Insomma, partire sempre dalla realtà, da ciò che i nostri sensi ci permettono di percepire direttamente, per poi provare ad allargarlo fino all’astratto, con l’uso della ragione.

Così, quest’estate mi sono trovato tra le mani, in vacanza a Locri (RC), un piccolo saggio filosofico di un tal Gianfranco Cordì. Il saggetto si intitola “realismo meridiano”, una trentina di pagine, Disoblio Edizioni.

Di per sé, un saggio abbastanza insignificante. Anche per il numero di pagine, 30, per cui il realismo di cui si espone rimane molto astratto e vago. Ma non stiamo qui a fare le pulci a uno scritto che non merita tanta attenzione. In due parole: prendendo le mosse dal Nuovo realismo di Maurizio Ferraris – realismo a cui L’Opinabile fa riferimento sin dal primo numero – l’autore calabrese propone un (vaghissimo) realismo meridiano, ovvero incentrato su un luogo, l’Italia meridionale e insulare. Se Ferraris si ancorava sul tempo, Cordì vuole veicolare una riflessione a partire dal luogo. Il Sud (rigorosamente con la maiuscola) dei “deboli, i perdenti della globalizzazione” […] “un realismo per i deboli, gli emarginati, gli sfruttati, i reietti del postmodernismo, insomma.” (p. 17).

Ora, suggerisce l’autore, e possiamo anche essere d’accordo, questa esclusione del Sud dalla globalizzazione può essere vista come una forma di resistenza (quanto mai passiva, però) alla omologazione culturale che le multinazionali e i media di massa inevitabilmente comportano. Così, il Sud degli emarginati – e l’Italia meridionale “estrema” conserva in maniera sorprendentemente forte tradizioni ancestrali che hanno attraversato quasi indenni persino il cristianesimo e la latinità. In certe zone si parla una lingua discendente diretta del greco antico (il grecanico), esistono riti che, malamente travestiti da cristiani rievocano invariabilmente usanze pagane e, nella migliore delle ipotesi, medievali (come i vattenti).

Insomma, il Sud, nella sua talvolta estrema povertà materiale e morale, rimane un avamposto di antichità che, per un cittadino del nord, un “europeo”, conserva intatto il suo fascino. Quello stesso fascino che può avere un bianco di fronte alle tribù africane più tecnologicamente arretrate. Fascino che si esercita nel turista con velleità antropologiche, ma che ben presto sente il desiderio di tornare alla civiltà più moderna delle città. Se se ne avvicina troppo, immediatamente sente la puzza di chiuso di una mentalità che a lui pare persino offensiva nella sua ancestralità (il discorso sulla libertà sessuale può essere l’esempio più lampante). Una mentalità che vede la tradizione come un limite da non oltrepassare, invece che come una ricchezza da valorizzare.

Questo è il dato di fatto, la realtà che l’osservatore non meridionale del meridione si trova davanti. Così, Cordì scrive:

“C’è una contraddizione che io ravvedo ad esempio nel meridione d’Italia. I giovani sono sempre più in possesso di ritrovati ultramoderni (iPod, iPhone, iPad, Mp3 ecc.) ma nello stesso tempo mantengono ferramente una mentalità molto conservatrice e abbastanza passatista. Il virtuale li intacca e li (sor)prende dal punto di vista del tempo(reale) che essi vi dedicano ma non dall’orizzonte di ragionamento col quale poi compiono le scelte davvero importanti per le loro vite. E neppure nella rispettiva forma-mentis che li abita. […] Per quanto invasive siano le sfere dei mass-media e del digitale ancora non si è verificato il passaggio ad una realtà che, con una buona approssimazione, potremmo definire pienamente elettronica. La tecnica è solo una protesi dell’uomo che continua, per altro, a vivere e a comportarsi come si era sempre comportato e come sempre aveva vissuto.”

Questo è il passaggio più significativo – l’unico – dell’articoletto in questione, a mio modo di vedere. C’è da fare una precisazione: se l’autore sembra voler generalizzare questo dato (di fatto o da dimostrare?) a tutta l’umanità, partendo però dal Sud, personalmente mi sembra di gran lunga più esatto relegarlo al solo Sud. E nemmeno a tutto, ma solo al sud estremo: Calabria, Sicilia, e poi più in giù. Già a Napoli, avrei molti dubbi a considerare questa osservazione esatta, se non in certi strati della popolazione. La trovo invece convincente – e per mia esperienza diretta – per quanto riguarda i giovani della Calabria ulteriore e della Sicilia.

Ma il più giù, non interessa l’autore, che – inconsapevolmente direi – considera il Sud Italia come limite del mondo, e quindi non fa altro che guardare a nord. Lo considera Sud, ovviamente, in rapporto al nostro nord. Ma se guardiamo a nord, vediamo che più si sale e più gli “oggetti” ultramoderni, la comunicazione di massa e i social network hanno già cambiato drasticamente il modo di vita e di concepire la realtà. Se arriviamo fino alla Svezia, troviamo in atto già da decenni nuove forme di famiglia e di società, decisamente più solitarie e “atomizzate”, la perdita delle lingua locali, l’ateismo che sfiora il 100%, libertà sessuale totale e così via. Troviamo insomma, a Nord, società decisamente meno tradizionaliste che non al sud. Si osserverà che la cultura nordica è forse più adatta a tali cambiamenti, e sembra esatto, ma è un altro discorso.

Quel che ci interessa osservare è che, se gli “emarginati” del sud hanno accesso ai ritrovati ultramoderni, non sono poi così tanto emarginati. Almeno economicamente. Anzi: la loro emarginazione sembra essere praticamente autoimposta, e tutta culturale. Osservano il mondo dall’iPhone, come da una finestra, ma non lasciano che questo mondo entri dalla porta a scombussolare l’arredamento mentale. D’altronde, è una conoscenza del mondo solo virtuale, lontana; perché fisicamente (“realmente”) quel mondo non passa per le zone, per esempio, dell’entroterra aspromontano. L’interesse è quindi, per così dire, antropologico anche da parte loro. Il turista del nord osserva il sud “incivile” con interesse folkloristico, e allo stesso tempo è osservato, nella sua solitudine “civile” di una famiglia ridotta a soli tre elementi al massimo, con interesse folkloristico. Internet è insomma, per i popoli del Sud (se l’osservazione di Cordì è esatta), solo una serratura da cui spiare senza toccare e senza essere toccati; non una serratura da aprire.

Perché questo dovrebbe essere interessante? Perché se Cordì guardasse davvero a Sud, vedrebbe che questa caratteristica degli italiani dialettofoni ed “emarginati della globalizzazione” li avvicina agli altri popoli mediterranei – dalla Siria al Marocco – più che ai popoli del centro e del nord europeo. (e non parliamo degli americani per non complicare il discorso).

Ne abbiamo parlato sul numero di marzo 2017 de L’Opinabile, e ci sembra una questione importante riguardo al rapporto tra occidente e oriente, o meglio tra occidentali e mussulmani. L’osservazione di Cordì è infatti sorprendentemente simile a quella avanzata da esimi pensatori arabi: il problema della civiltà islamica nel suo rapporto con l’industria occidentale, dicono, è proprio questo. I popoli, gli individui, mussulmani sono pronti a recepire le ultime trovate tecnologiche, a guardare il mondo, da wikipedia al porno, senza che questo possa intaccare minimamente il loro rapporto con la religione più conservatrice e passatista delle tre. L’iPhone, i prodotti fisici e culturali della nostra contemporaneità, sono prodotti stranieri, del nord del mondo che è stato in grado con essi di cambiare (né in meglio né in peggio; solo cambiare) la propria percezione della realtà. Il Sud, ad essere realisti, (e il sud mediterraneo è realista per definizione), non ha cambiato realtà integrando la virtualità.

Osservava Sartori che il modello della civiltà islamica è il mercato, mentre quello della civiltà europea è l’industria. Ora, una terra di mezzo, medi-terranea per eccellenza come il Sud Italia, di industria ne ha ben poca. Di mercato, essendo geograficamente nient’altro che un porto, un punto di passaggio, ne ha per costituzione naturale. Tutti i popoli, dai normanni agli arabi, sono passati per lì, e continuano oggi.

Ecco quindi lo spunto: esiste un contatto diretto che unisce il nostro Sud (Europa), al loro Nord (Africa), ed è questa impermeabilità alla struttura di pensiero capitalista, a un’etica industriale, nordica, protestante, chiamatela come volete; ci basterà in questo scritto opporre le nozioni di nord a sud (o oriente a occidente). Se la globalizzazione dell’iPhone è un prodotto del nord, rimane il vecchio schema – più subdolo in quanto economico e liberale – che vede opporsi colonizzati e colonizzatori. Si accetta tutta la comodità della tecnologia dello straniero, ma il modello culturale che tale tecnologia ha prodotto rimane per forza estraneo.

Insomma, chiunque di noi ha in testa l’immagine del nativo di Dubai che guida una Lamborghini con cerchioni in oro, guardando gatti che suonano il pianoforte su facebook, rimanendo però nei suoi abiti da nomade del deserto e non vedendo alcuna contraddizione tra la libertà di ciò che vede dalla sua finestrella virtuale e la società in cui vive, assolutamente classista e totalitariamente teologica. E così, i nostri meridionali (che sono i nordici del mediterraneo) sia pure in scala ridotta, continuano a considerare “bottana” una donna che si mette la minigonna, senza sentire la contraddizione tra il loro modo di pensare e il mondo che guardano dal buco della serratura.

Non che questo sia un problema, a questo livello di riflessione, né ci interessa indicare una soluzione. Ci sembra solo interessante indicare un punto di contatto che sembra molto profondo, tra gli emarginati della globalizzazione, o meglio, tra i popoli del mediterraneo, quelli che stanno su questa come quelli che stanno su quell’altra sponda del mare nostro.

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