L’Editoriale #8 – La questione di genere oggi riguarda il maschio

 

Dopo l’immigrazione, il dibattito più incandescente è quello sulla violenza sulle donne. Non sembra nemmeno il caso di ricordare gli innumerevoli casi degli ultimi mesi, come le accuse di molestie hollywoodiane a scoppio ritardato, gli stupri diventati casi nazionali, come quello scandaloso dei carabinieri di Firenze, e gli innumerevoli femminicidi. Cerchiamo di descrivere il problema nei suoi effetti più profondi, per rilevare a grandi linee quella che ci sembra oggi la vera questione sessuale: quella del maschio.

di Antonio Marvasi

“Una donna senza uomo è come un pesce senza bicicletta” (Slogan femminista apparso nel 1969 su un muro dell’Università del Wisconsin).

La parola, molto discussa, è femminicidio. Discussa, dai più delicati d’orecchio, perché è una parola che Dante non usava, e gli italiani hanno in odio qualsiasi neologismo che non sia inglese. Ma anche concettualmente: che bisogno c’è di distinguere un omicidio in base al sesso della vittima? Solo perché la vittima è donna, l’atto è in qualche modo più grave? Ovviamente no; il fatto è che si tratta di una donna uccisa dal compagno/marito. Ma esiste già uxoricidio, rispondono i più saccenti. Non è la stessa cosa.

Un femminicidio non è l’uccisione della moglie, è l’uccisione della donna: non si intende valorizzare la vittima, ma indicare il carnefice. Si designa quel tipo di omicidio con moventi che hanno a che fare col possesso brutale, con la pretesa di controllo e di potere che caratterizza talvolta il rapporto dell’uomo nei confronti della donna, specie nei paesi cattolici e mussulmani (cioè, mediterranei). Il disporre del corpo e dell’identità dell’altra al punto da privarla della vita, o della bellezza, in caso dovesse trasgredire alle promesse fatte o anche solo rivendicare per sé un minimo di libertà. Il femminicidio ha più a che fare con l’omicidio razzista che col delitto d’onore. Sarà allora il caso di avvertire che qui non stiamo dando opinioni, non prendiamo posizione; bensì con spirito da lessicografi spieghiamo il significato di una parola.

Frida Kahlo, “Unos cuantos piquetitos”. Abbiamo scelto questo quadro per la copertina de l’Opinabile n. 8

Il tema è caldo, al punto che per la prima volta ci sono stati disaccordi in redazione. Proprio la presa di posizione che può sembrare troppo violentemente di parte, in questa copertina, è stata oggetto di discussione. Invece, per il nostro discorso, questo particolare quadro di Frida Kahlo ci permette di inquadrare in un colpo d’occhio quello che ci sembra il punto centrale della questione, al di là del clima da guerra civile tra i sessi che si sta creando, e al quale ci rifiutiamo categoricamente di partecipare. Il colore dominante del quadro è il rosso sangue, che esce anche dalla tela per imbrattare la cornice. Al centro, un corpo di donna martoriato dalle coltellate, sdraiato su un letto in una posizione da pietà cristiana (quindi madonna e cristo insieme). In piedi, un uomo in camicia bianca, sporca di rosso, con un pugnale sembra accarezzare il corpo della donna. Un drappo, (richiamo anch’esso a certa pittura religiosa), tenuto da una colomba bianca e da un corvo nero, riporta la frase “unos quantos piquetitos”.

Tutto l’annientamento della donna non solo in quanto essere umano ma persino in quanto essere vivente che questa frase esprime, basta a spiegare cosa si intende per femminicidio: non designa tanto una vittima, ma un carnefice, ne problematizza la figura. E il problema esiste, è reale, se l’ispirazione venne a Frida da un episodio di cronaca, fatto per noi non indifferente. Un uomo infatti, a processo per femminicidio, si giustificò dicendo appunto di aver inflitto alla donna “solo qualche piccolo colpo di pugnale”, frase che ha dovuto far venire alla pittrice un rigurgito il cui prodotto è questo quadro. Quel che ci piace, è che il protagonista, colui che compie una azione, colui che ha diritto di parola, è il maschio, non la donna, il cui corpo giace a farsi funzione, allegoria di tutte le donne pugnalate, fisicamente e psicologicamente, da uomini che affermano di amarle (un cristo, appunto). La stessa poetica del corpo femminile di Frida ci indica questa interpretazione: nei suoi quadri è sempre la sua condizione di donna, il suo essere un corpo sofferente, ad fare da punto focale della rappresentazione. Numerosissimi, infatti, gli autoritratti. Inserendola nella storia dell’arte tradizionale, Frida riprende la lunghissima tradizione di pittura del corpo femminile, facendone però un corpo di carne e sangue, e non una immagine mariana impalpabile. Da donna, dissacra quell’immagine astratta del corpo nudo femminile che la tradizione pittorica patriarcale aveva canonizzato. Qui, invece, non si tratta della sofferenza della donna, non al primo livello : qui si tratta, piuttosto, della violenza dell’uomo. Il sangue che imbratta tutta la scena, non è testimone del dolore della donna, ma atto d’accusa della brutalità dell’uomo. Brutalità che va spiegata, se la questione è diventata tanto importante oggi.

Sia chiaro che non stiamo in nessun modo cercando di trovare giustificazioni pseudo-sociologiche per dei pazzi assassini (basandoci per di più su fatti di cronaca statisticamente trascurabili, ingigantiti dai media). Cerchiamo invece di riconoscere il fatto che esiste un problema, e che questo problema è il maschio. Non (più) la donna. Si tratta di trovare un nuovo ruolo al maschio nella nuova società; si tratta cioè di creare una teoria politica di genere per l’uomo, un femminismo maschile. Cerchiamo di partire dall’inizio.

Punto primo: il femminismo è un prodotto culturale del capitalismo. Da una parte, è l’evoluzione tecnologica in tutti i campi, dalla medicina agli elettrodomestici ad aver reso possibile la libertà lavorativa e sessuale delle donne. Gli assorbenti e l’igiene, partorire senza rischiare la vita, la pillola, sono elementi necessari, e non accessori, alla libertà della donna e alla rivendicazione di una propria sessualità, del diritto di provare piacere (diritto ancora oggi scandaloso, in alcune parti del mondo addirittura punito con l’infibulazione). Più semplicemente, senza una lavatrice, un supermercato, acqua corrente ecc. serve qualcuno che si dedichi interamente a questi lavori. Teoricamente poteva essere l’uomo, e la donna andare a lavorare; di certo, non era possibile che entrambi tornassero a casa la sera per farsi un piatto di pasta Barilla col pesto pronto. È il sistema di produzione economica capitalista e liberale a permettere che il problema del ruolo della donna nella società si ponga. Ovviamente, da un punto di vista ideologico il femminismo affonda le sue radici nel pensiero marxista, dunque, più esattamente si dirà che è un prodotto della rivoluzione industriale. È molto semplice: in una società pre-industriale, i ruoli dei sessi nella produzione e nel lavoro sono rigidamente divisi in base alla convenienza fisica. L’uomo va a caccia, a pesca, combatte contro i nemici, la donna coltiva, fa la farina, i tessuti, cresce i figli. Lo stesso figliare è una necessità economica, creare forza lavoro. Ciascuno dipende direttamente dal lavoro dell’altro, e l’unità economica minima è la famiglia. Con la fabbrica, il lavoro salariato, arriva necessariamente una uguaglianza tra i sessi (“Qui vige l’uguaglianza, non conta un cazzo nessuno”). Va da sé che anche la libertà degli omosessuali (a parte la fecondazione assistita, ma è comunque oggi questione esclusivamente di affetti), è concepibile solo in un sistema che concede indipendenza economica individuale: infatti gli omosessuali d’antan, si sposavano, per poi concedersi le avventure d’amore che gli convenivano di più. Non si tratta più di gente che produce i propri beni di consumo, ma di gente che vende il proprio lavoro; funzioni, ingranaggi. Che siano maschi o femmine, bianchi o neri, importa poco. Durante la prima guerra mondiale, la svolta: mentre gli uomini morivano in guerra le donne hanno avuto accesso al mondo del lavoro salariato, e quindi alle rivendicazioni politiche che ne derivano necessariamente. Curiosamente, lo spazio storico necessario è stato creato dallo schema antico: l’uomo in guerra, la donna a casa.

Ma qui una prima obiezione: questo schema resiste ancora oggi in molti casi, ed è come sempre dovuto alla convenienza fisica. Quello che nessun saggio femminista riconosce è che se le sfere di competenza lavorativa non sono più così nettamente divise, questo è avvenuto solo in alto. Sono ancora i maschi a fare i lavori pesanti, pericolosi, sporchi e deterioranti. Guarda caso, il diritto di una donna ad accedere alla presidenza del consiglio è più rivendicato del suo diritto a ripulire gli scarichi industriali con macchinari pesanti e maschera antigas. Tanto che addirittura, se dovessimo analizzare la situazione con gli stessi strumenti di matrice marxista del femminismo, oggi essere femministi ortodossi dovrebbe significare dare molto peso a questo aspetto. Ma sembra poco probabile: tutto il pensiero, proveniente per lo più dalla sinistra americana (la più faziosa del mondo), finisce per creare un gigantesco atto d’accusa contro una certa figura, che è sostanzialmente l’uomo, bianco, eterosessuale, cisgender e di classe media. Lui è il nemico delle minoranze, delle donne, dei gay, lui è il colonizzatore, lo schiavista, il conservatore. Una figura astratta, ma che sta scontando ideologicamente tutti i mali della storia dell’occidente. Insomma, sarebbe molto difficile per una militante che ha costruito il proprio pensiero sulla dicotomia in lotta tra padroni (gli uomini) e gli sfruttati (le donne), riconoscere che le cose sono più sfumate, e che forse stanno cambiando al punto da imporre un nuovo sguardo sul rapporto tra i sessi. Ricercatrici americane riconosciute arrivano a sostenere che la penetrazione, anche quando voluta dalla donna, sia sempre e comunque una violenza sessuale. Si cerchi per approfondire, su google in lingua inglese, l’acronimo “PIV” (penis in vagina). Cioè: l’uomo è geneticamente, per il fatto di avere un pene, il potere da abbattere. La sessualità maschile è male in quanto tale. Si sfora, insomma, in una sorta di razzismo di genere. E sottolineo: non da parte di sbandate dei centri sociali, ma di antropologhe famose e accademicamente potenti.

Arriviamo quindi al secondo punto: al di là dell’economia, le due sfere di competenza tradizionali erano anche di ordine morale e simbolico. Possiamo rappresentarci i due campi di azione rappresentate da Antigone e da Creonte nella nota tragedia di Sofocle. Lui, rappresentante della legge terrena, scritta dagli uomini; lei rappresentante della legge divina, legge morale non scritta, dell’amore; uno scontro senza soluzione che si risolve ovviamente in tragedia. A questo punto, però, più che di uomo e donna, sarebbe più esatto parlare per categorie come maschile e femminile, o persino apollineo e dionisiaco. Si potrebbe forse diagnosticare, con l’irruzione della donna all’indipendenza economica e sessuale, anche una diserzione di quella sfera di azione più sotterranea e difficilmente descrivibile. Quel ruolo rivestito dalla sacerdotessa, madre, divinità benevola, maga. Riportarlo addirittura alla diserzione della società occidentale verso la religione e l’attaccamento a valori astratti. Ma è un discorso complicato e astratto. Varrà forse la pena indicare una recente proposta – idiota più che inutile – di Michela Murgia per L’Espresso di sostituire Patria con Matria, perché quest’ultima richiamerebbe valori appunto più “materni” e meno guerrafondai rispetto al richiamo al padre. Osservazione che lascia il tempo che trova, e che come minimo ci spinge a ricordare alla Murgia che la Patria è, per definizione, Madre-patria, lingua-madre, madre-terra… Però, partendo da questa suggestione, possiamo indicare nelle parole matrimonio e patrimonio la divisione tradizionali dei ruoli del maschile e del femminile.

Ad ogni modo, ci basta constatare che un certo processo è in atto, e che in qualche società più evoluta dell’Italia, è praticamente concluso. L’uomo-patriarca, comunque, non si è opposto, se non debolmente e sporadicamente, nell’ultimo secolo. C’è da dire che in molti punti la critica femminista, specie quella delle origini, è inattaccabile ed è utile anche per gli uomini. Nella società occidentale, a parte qualche sacca di conservatori poco rilevante, persino in Italia, nessuno si sogna davvero di relegare la donna a un ruolo esclusivamente casalingo. Non sarà una società perfetta, ma il femminismo ce l’ha fatta; e ce l’ha fatta perché era storicamente vincente. Ma ora che la donna ha pari diritti, e talvolta più diritti, dell’uomo, si pone il problema speculare: e l’uomo? L’uomo ha perduto la sua peculiarità tradizionale – quella del sostentamento economico, della difesa e della stabilità – poiché il sistema economico attuale offre agli individui, e non alle famiglie, la possibilità di sopperire ai bisogni. L’uomo risulta quindi inutile, nello schema tradizionale, per un individuo donna, emancipata e indipendente.

Dovrebbe allora, l’uomo, spostarsi leggermente per occupare una parte della sfera femminile, per creare un nuovo equilibrio. Cosa che, di fatto, sta succedendo, ma in maniera un po’ goffa. Nasce per esempio il fenomeno della cosiddetta metro sessualità: giovani maschi eterosessuali che si depilano, si curano i capelli, le sopracciglia, e la pelle con creme e pomate, diete ed esercizi, che curano il loro corpo in maniera “tradizionalmente” femminile. Persino la barba, incontrovertibile simbolo di virilità, oggi va di moda forse per correggere un troppo di femminile nei maschi; ma nella maggior parte dei casi è estremamente curata, morbida e regolare. Niente a che vedere col barbone tradizionalista di un Lincoln. Giovani maschi eterosessuali che fanno meno sesso dei loro padri e nonni, più emotivi, più empatici, di fronte a ragazze che fanno più sesso delle loro nonne, meno emotive, meno empatiche. Una femminilizzazione abbastanza superficiale e goffa, ma credo sotto gli occhi di tutti. E persino antifemminista, se consideriamo che invece di liberare le donne dalla schiavitù del trucco e della depilazione, vi stiamo imprigionando anche gli uomini. Il fatto è che queste cure significano consumare prodotti. Quindi, il vero vincitore in questa evoluzione è il consumismo. Bel paradosso per un discorso che si vuole rivoluzionario, come quello femminista.

Fino agli anni 50, le donne sex-symbol non avevano problemi a mostrare i peli sotto le ascelle. Fu la ditta Gillette che, dopo aver conquistato il mercato maschile, si inventò un nuovo prodotto, e impose un nuovo bisogno, per il mercato femminile. Un canone di bellezza, la depilazione, oggi contestato dal femminismo.

Questo crea un problema. Riprendiamo un’osservazione di Umberto Galimberti, che propone questo schema: se le donne hanno invaso una parte della sfera del maschio, d’altro canto però non sembrano disposte a lasciare al maschio una parte della loro sfera. Di modo che il maschio non sa più come comportarsi. Detto banalmente: le donne cercano ancora il principe azzurro senza essere delle cenerentole. E forse la questione si pone al limite tra cultura e natura: a una donna piace, chimicamente, l’uomo che piange, l’uomo che manifesta esplicitamente la propria debolezza, magari anche economica? Sessualmente, la stragrande maggioranza delle donne etero sembra cercare ben altro; le fantasie sessuali più diffuse (si faccia una rapida ricerca su google) riguardano lo stupro, il dominio fisico e/o economico, l’idea di cedere il proprio corpo a uomini potenti per avere vantaggi di varia natura ecc. L’idea, in generale, di sfruttare e/o di essere sfruttata per la propria debolezza e passività (solo recitate, a dire il vero). Certo, si tratta solo di fantasie, niente a che vedere con le pratiche reali… forse. Il successo dell’inno alla sessualità piccolo borghese della serie “cinquanta sfumature…” può comunque essere preso come esempio di questo fatto. Comunque, mi pare un bel problema: forse il limite del femminismo è dato dalla sessualità delle donne, forse la cultura si è allontanata troppo dalla natura dell’essere umano. Ma ancora c’è da specificare che il problema esiste per l’uomo: infatti, non c’è nessuna contraddizione per una donna tra l’avere fantasie di dominazione e l’essere femminista. La contraddizione arriva per il maschio che non sa gestire questa apparente contraddizione: gli si chiede di essere “macho” mentre allo stesso tempo gli si impone di non esserlo. Richiesta non-contraddittoria, verrebbe da dire, tipicamente femminile, se non fosse una battuta sessista…

Così, riprendendo la metafora delle due sfere di competenza proposta da Galimberti, al maschio resta ben poco spazio di azione, vedendo la sua sfera invasa e non potendo invadere l’altra, e messo alle strette reagisce, quando non ha appigli culturali, come un animale messo all’angolo. Si noti per esempio come a un crescere degli spazi dedicati a sole donne (bar, vagoni della metro, piscine ecc…) corrisponda una graduale sparizione (o apertura bisex) dei luoghi tradizionalmente maschili. Per esempio, il vecchio barbiere un po’ viscido col suo calendario di donne nude, è oggi, almeno in città, sostituito da parrucchieri che elaborano, per entrambi i sessi, capigliature strabilianti e curatissime. E non c’è che dire, il servizio è migliore, molto più curato. A una donna media piace un uomo così tanto curato? Mi pare una domanda legittima.

L’emergenza riguarda il maschio. In certi frangenti, l’onestà ci spinge a prendere posizione per i maschi, contro la violenza delle donne. Il femminismo radicale ormai esprime senza mezzi termini idee che sono chiaramente misandria. Esiste addirittura un movimento internazionale per la “ginarchia”, ovvero il dominio totale della donna nella società, relegando l’uomo al solo ruolo di produttore di seme, modello alveare. Schiavizzare i maschi perché maschi. L’amore, il sentimento, sarebbe possibile solo tra donne. Esiste, e ha un certo successo. L’idea è la vendetta – principio di ingiustizia, non di giustizia – poiché secondo queste lesbofemministe l’uomo ha relegato la donna al mero compito di sfornare figli. Idea faziosa e facilmente smontabile; basti vedere al ruolo che la donna ha nella religione cristiana, nell’arte antica e moderna, nella letteratura… Gli uomini non hanno fatto altro, nella storia dell’umanità, che cantare amore per le donne. La prima poesia del mondo fu scritta senza ombra di dubbio da un uomo per fare colpo su una donna.

Ma oggi il clima è da guerra civile. Esistono, molto meno forti, e molto meno ideologicamente elaborati, movimenti di maschi che si esprimono timidamente e talvolta in maniera alquanto comica, contro il femminismo estremo. Esistono soprattutto gruppi che meriterebbero molta più attenzione di quanta non ne ricevano dai media, di padri divorziati, rovinati economicamente e ai quali si impedisce di vedere i figli, derisi e umiliati dalla società, perché hanno fatto lo sbaglio, in quanto uomini, di mettersi contro una donna. E le donne godono di veri e propri privilegi inspiegabili, per quanto riguarda la divisione dei beni e l’affidamento dei figli. Inspiegabili perché non seguono affatto i principi storici di oggi – l’indipendenza individuale – e nemmeno i principi femministi. È proprio il femminismo a spiegarci che una donna non è (buona) madre solo perché è donna. È proprio il femminismo a insistere perché la donna sia indipendente: che il marito debba provvedere al mantenimento della moglie dopo il divorzio si adatta a una società in cui le donne non lavorano, non a una società che incoraggia le donne a rifiutare l’interdipendenza con il maschio, a vedere la famiglia in conflitto con la propria realizzazione personale (conflitto interno reale per molte donne, a dirla tutta). Il notissimo slogan femminista, che a un’epoca aveva un certo significato rivoluzionario, oggi appare invece come illiberale, inutilmente arrabbiato e brutalmente capitalista. Una donna non ha bisogno di un maschio, anzi, sarebbe per lei un peso inutile, come una bicicletta per un pesce. Qualcuno dovrà pur notare che mai, nella storia dell’umanità, un maschio ha mai pensato di poter fare a meno delle donne, mai si è arrivati a pensarle come un peso alla loro individualità. Esiste una nobilissima tradizione di letteratura misogina che descrive in generale le donne come demoni tentatori senz’anima, disoneste e incoerenti, semplicemente cattive. Ma mai come limite alla propria realizzazione individuale. Semplicemente perché non lo erano – al contrario, “dietro a ogni grande uomo…” – mentre gli uomini, per le donne, lo sono stati eccome. E lo sono ancora in alcuni casi. D’altra parte, pensare che una donna, un individuo, sia completo da solo, è da una parte una considerazione che rasenta la psicopatia narcisistica, dall’altra fa il gioco di un sistema economico che vuole individui consumatori insoddisfatti e adepti dell’ideologia del godimento, che non si pongono limiti morali, ma solo imperativi frustranti di piacere. E così, si arriva, oggi, a una società dove l’amore – la follia dell’amore – è percepito come qualcosa di volgare e insensato, mentre il sesso, anche estremo, anche con sconosciuti, è invece approvato e incoraggiato. Si è insomma invertita la gerarchia dei valori morali nella sfera delle relazioni tra i sessi. Questo, in due parole, è quanto suggerisce Roland Barthes in “frammenti di un discorso amoroso”, libro che consiglio a chiunque. Diserzione delle romanticherie e di tutta una serie di sentimenti melodrammatici, fatta principalmente dalle donne e alla quale gli uomini cercano di adattarsi.

L’Italia è uno dei paesi europei con meno “femminicidi” procapite. L’emergenza è solo sui media. (fonte: Termometro politico)

Punto terzo: mi prendo la responsabilità di dire che oggi stiamo assistendo a una vera e propria propaganda anti-maschio che è anche la negazione del femminismo. Propaganda perché crediamo a cose false, come l’emergenza femminicidio in Italia. Non solo l’Italia è uno dei paesi europei dove i casi sono meno frequenti, ma in occidente ci sono altrettanti casi di uomini uccisi e picchiati da donne che casi opposti. Questo è un dato risaputo e verificato da numerosissimi studi [1], e d’altronde sarebbe sorprendente il contrario, ma nessun giornalista lo ricorda. Passa l’idea, agghiacciante, che la violenza di genere sia prerogativa dei maschi. Ora, i maschi hanno più a che fare con la violenza: sono più spesso vittime di omicidio (da parte di altri uomini), sono più spesso vittime di incidenti sul lavoro, si suicidano molto, molto più spesso delle donne. Sarà il testosterone che li spinge a soluzioni fisiche, sarà che spesso non ricevono né sanno chiedere aiuto dalla società. Fallire, per un uomo, è ancora una vergogna, nonostante la pretesa liberazione dai valori della famiglia ad opera del femminismo. Quindi anche il problema violenza (psicologica e fisica) riguarda più gli uomini che le donne; e proprio il metodo femminista ci aiuta a scoprirlo. Ad ogni modo, nella statistica del tutto minoritaria dei casi di violenza di genere (categoria comunque molto vaga), questa è equamente distribuita tra tutti gli strati della società, senza distinzione di sesso, razza, o religione. Se c’è un’emergenza di violenza di genere, cosa da verificare, al massimo stiamo assistendo a uno scontro bilaterale, non ad una aggressione di forti contro deboli. Aggiungiamoci che, secondo gli stessi studi, le donne dimostrano di essere più insensibili degli uomini di fronte a casi di violenza e sopruso verso un individuo dell’altro sesso [2]. Il che significa, a mio modo di vedere, almeno che 1) il ruolo tradizionale dell’uomo essendo di proteggere, l’uomo ha istintivamente un rispetto per la debolezza fisica (culturale più che reale) della donna, sensibilità che le donne non hanno, essendo tradizionalmente più normale vedere un uomo picchiato, e 2) l’opera di sensibilizzazione sul copro della donna ha fatto effetto, e oggi è moralmente condannata ogni violenza di un uomo sulla donna, ma non il contrario.

Non saranno fonti autorevole, ma mi pare significativo quanto si vede in molti esperimenti sociali su youtube che mettono in scena in pubblico un atto di violenza prima di lui contro lei – e immediatamente i passanti intervengono, chiamano la polizia, denunciano, bloccano eroicamente il manesco – e poi di lei contro lui – e allora i passanti restano indifferenti, e deridono addirittura il malcapitato che si fa picchiare da una donna. Possiamo quindi vedere un cambiamento nel giudizio morale degli occidentali. Fino agli anni 50 almeno, dare uno schiaffo a una donna non era niente di speciale, e anzi, la scena si può vedere in molti film in bianco e nero, dove il Rodolfo Valentino di turno esprime così la sua immensa virilità. E le donne del pubblico gemevano. A quell’epoca, una ragazza che accettasse il compromesso di concedere il proprio onore per il successo, era giudicata malissimo. Oggi, accade l’esatto opposto, come dimostrano le denuncie contro Kevin Spacey, Sylvester Stallone, Franco Moretti, Brizzi, Weinstein ecc. Oggi, è giudicato male l’uomo che abusa della propria posizione di potere, e non la donna che cede, considerata (abbastanza giustamente) vittima. Fino ad oggi, se queste donne non hanno parlato, è perché l’opinione pubblica si sarebbe accanita contro di loro, e non contro il maschio.

Un cambiamento epocale, anzi, una serie di cambiamenti epocali, forse senza precedenti in assoluto. Noi abbiamo cercato di indicarne solo alcuni, quelli che ci sembrano più profondi, più inconsci. Tutte queste considerazioni, e molte altre, significano però, a nostro modo di vedere, una sola cosa: che il problema oggi è quello del maschio, e non quello della donna.

Da un lato, il maschio non sa bene dove posizionarsi nella società rispetto alla nuova posizione della donna, e dall’altro, rimane bloccato (anche per colpa delle donne) in uno spazio angusto di tradizione virile, famigliare, mentre deve relazionarsi a donne che rivendicano continuamente la loro individualità economica, sessuale e morale. In questa confusione, di fronte a un tradimento, alla minaccia di vedersi portare via i figli, la casa, i soldi, e essendo derisi, ripeto: derisi, dalla società se non riescono ad andare avanti, alcuni uomini reagiscono con la violenza. Ma reagiscono, almeno in alcuni casi, alla violenza di una persona perfida, e che abusa del ruolo di vittima che la società le ha cucito addosso. E questo va detto senza mezzi termini, anche se niente, mai, giustifica l’omicidio o la violenza.

“On ne nait pas femme, on le devient”.

Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe, vol. II : L’expérience vécue, Paris, Gallimard, coll. « NRF essais », 1949

 

Se ai tempi di Simone de Beauvoir non si nasceva donna, ma lo si diventava, oggi è il contrario: i giovani maschi non sanno come diventare uomini, mentre le giovani femmine sono già donne. È nata, nell’ultimo decennio, una nuova questione di genere, urgentissima, che non riguarda né le donne, né gli omosessuali, né i trans. Riguarda, nessuno lo avrebbe potuto prevedere all’inizio del XX secolo, il maschio eterosessuale, carnefice o vittima che sia. Il problema riguarda il suo nuovo posizionamento nei rapporti sociali. Questo è quello che sembra più urgente da dire sulla questione. Per concludere, però, vorrei che chi legge cominciasse a guardare ai recenti scandali e ai fenomeni generali di questo ambito, con gli occhi di chi sta assistendo a una stupida battaglia di principio, spesso ideologica e faziosa, talvolta creata ad arte dai media, e che condanni questo conflitto in quanto tale. Che ci si sforzi tutti/e di re-imparare ad amare l’altro sesso, etero o omo che si sia. Anche, e soprattutto, in chiave rivoluzionaria, perché il femminismo non basta più, ha perso la sua carica di innovazione e partecipa a un nuovo tipo di totalitarismo.

NOTE:

[1] Si vedano per esempio: “Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile” , in Rivista di Criminologia, Vol. VI – N. 3, 2012 ; John Blosnich, Comparisons of intimate partner violence among partners in same-sex and opposite-sex relationships in the United States, American Journal of Public Health, 2009 ; Violence within the family: the place and role of men, Conference Proceedings, Strasburgo, 6-7 dicembre 2005.

[2] Straus, Murray A., Paper presented at conference on Trends in Intimate Violence Intervention, 2006, New York University.

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