L’Europa non è un paese per donne (ma può diventarlo)

L’EUROPEIDE – di Valentina Palladini

La violenza di genere non si esplica solo nei crimini e negli omicidi legati alla violenza individuale maschile ma è anche il segnale di una mancata parità di diritti ed opportunità tra donne e uomini, a livello culturale ma anche “pratico”. Tuttavia, anche laddove l’emancipazione femminile è considerata una meta pienamente raggiunta, la violenza domestica sulle donne registra dati impressionati. E il silenzio delle vittime di questi abusi resta ancora assordante.

Immagine: opera di Bios Vincent, installazione Ma-donne.

Ogni anno, precisamente il 25 novembre, molte donne e ahimè ancora troppo pochi uomini escono a “contare quante scarpe rosse incontreranno sulla loro strada”. Perché mai, direte voi, devo ricordarmi da ora di uscire di casa il 25 novembre ed andare alla ricerca di scarpe rosse, neanche stessi andando a funghi?

Provo a raccontarvelo.

Ogni anno, precisamente il 25 novembre, si celebra la Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Non cominciate, sulle Giornate mondiali indette dall’ONU abbiamo forse lo stesso pensiero: utili come una forchetta quando a cena ci sta il brodo. O forse no. Perché la storia che si cela dietro la scelta di questa specifica data è una storia che merita di essere conosciuta e che può aiutarci a comprendere meglio quella che, negli ultimi anni, viene chiamata violenza di genere. Può aiutarci a capire, forse, se il termine che viene utilizzato è corretto o se oppure possa essere, ad esempio, fuorviante, uno slogan, qualcosa che mette in luce solo una parte della faccenda.

Andiamo con ordine.

L’Assemblea Generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta nell’ “Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi”, tenutosi a Bogotà nel 1981.

Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo, feroce dittatore che tenne in scacco la Repubblica Domenicana per trent’anni.

Il 25 novembre 1960, dicevamo, le sorelle Mirabal, impegnate già dai primi anni ’50 nella lotta contro il regime, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione Militare. Condotte in un luogo nascosto, furono torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.

Le sorelle Mirabal erano donne istruite, coraggiose, indipendenti. Erano militanti. Siamo dunque di fronte ad un omicidio di Stato, non ad un caso di violenza domestica.

 

Per quanto riguarda le scarpe rosse, queste sono diventate un simbolo a livello mondiale della lotta alla violenza contro le donne grazie ad un’artista messicana, Elina Chauvet, che le utilizzò per la prima volta il 27 luglio 2012 in un’installazione artistica pubblica davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne uccise nella città messicana di Juarez. Da quel giorno le scarpette rosse, dello stesso colore del sangue versato da tantissime donne in tutto il mondo, ma che rappresentano anche la femminilità, sono diventate il simbolo della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

Le sorelle Mirabal sono una figura politica ed è per questo che è importante conoscere la loro storia e capire è nel giorno della loro uccisione che scendiamo in piazza in difesa delle donne e delle violenze che subiscono, non solo nel mondo in via di sviluppo, ma soprattutto qui, nella civilissima Europa, dove stando ad un sondaggio pubblicato nel 2014 dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, 1 donna su 3 ha subito, nel corso della sua vita, violenze e abusi fisici e/o psicologici di vario genere. Il più altro tasso di violenza sulle donne si è registrato nel Nord Europa: Danimarca, Finlandia, Svezia (i dubbi dello scrittore Stieg Larsson forse non erano così infondati), seguiti da Francia e Gran Bretagna.

L’indagine è stata senza precedenti: 42mila donne, in età compresa tra i 18 e i 74 anni, intervistate faccia a faccia in 28 paesi dell’Unione Europea. Circa 1500 persone di sesso femminile per nazione.

Maura Misiti, prima ricercatrice del CNR, ha tentato di spiegare questi dati e la difficoltà di avere rilevazioni comparabili tra paese e paese: L’indagine ha fatto emergere il cosiddetto paradosso nordico. Nei paesi del nord Europa che hanno i più alti standard in materia di tutela dei nuovi diritti e di parità di genere, l’indice di violenza domestica sulle donne è sorprendentemente più elevato rispetto a quei paesi che sono comunemente considerati arretrati in questa materia”. Tuttavia, ha continuato la Misiti, “questi potrebbero essere influenzati dalla maggiore disponibilità delle donne appartenenti agli stati con le percentuali più alte a raccontare le violenze subite, rispetto a quei paesi dove la violenza è vista come un evento vergognoso da nascondere. Va poi considerato il campione di riferimento composto da numeri ancora troppo bassi. Non devono nemmeno tralasciati fattori come l’alcool: nei paesi scandinavi l’abuso di alcoolici è più elevato e la correlazione con la violenza è nota”. In sostanza, questi sono dati riferiti, vale a dire che a fare la differenza è quanto le vittime raccontino.

La faccenda però è più complessa, a mio avviso.

La lotta alla violenza fisica e psicologica, sia essa domestica che subita da estranei, è una battaglia sacrosanta. Ma non è l’unica da portare avanti. E – spero sia chiaro quello che voglio dire – non sono solo gli uomini ad essere violenti con le donne: anche le donne sono violente tra loro, in mille modi. Pensiamo all’aborto: quante sono le donne che si indignano di fronte alla violenza fisica che ha subito una povera cristiana protagonista dell’ultimo fatto di sangue raccontato al TG della sera e poi, il girono dopo, sputano veleno sotto un post di FB che parla di libertà di aborto e lotta contro l’obiezione (illegale) di coscienza? Non so se mi spiego: la lotta contro la violenza sulle donne passa anche – soprattutto- per il pieno riconoscimento dei diritti fondamentali dell’individuo, e quindi anche delle donne, da parte di tutti gli individui – uomini e donne. Si rendono necessari, oltre che sacrosanti, riconoscimento e comprensione delle altrui scelte.

Non solo. L’emancipazione reale delle donne dipende dalle donne stesse – insieme agli uomini, che di donne sono figli, mariti, padri – e che dovrebbe camminare a fianco di queste nelle loro battaglie per l’uguaglianza. E l’uguaglianza deve essere politica, economica, salariale. La lotta alla violenza di genere deve colpire chiunque imponga ruoli, scelte, possibilità, stili di vita legati al genere. Deve colpire dunque gli uomini e le donne che si macchiano di questa colpa che è un reato, in qualsiasi realtà che come esseri umani, tutti, viviamo.

In ricordo delle sorelle Mirabal, quello che va combattuta tutti i giorni è l’omologazione imposta, da chiunque.

Quello che va combattuto è l’utilizzo, questo sì maschilista e paternalista, di immagini di donne musulmane per fomentare l’islamofobia, o quelle di donne violate e abusate non per gettare una luce su un fenomeno deprecabile –e quindi fornire aiuti e risposte concrete, politiche, a questi fatti che sono quotidiani, creando strutture e reti funzionanti che aiutino davvero queste donne – per alimentare razzismo e paura dello straniero. Le donne, assieme agli uomini, contro questo devono schierarsi, contro l’utilizzo della loro immagine, spesso stereotipata, usata per raggiungere fini che nulla hanno a che fare con la loro emancipazione, la tutela dei loro diritti e la protezione contro le violenze che subiscono. Devono, dobbiamo tutte, chiedere pene certe a fronte di reati  e al tempo stesso riconoscimento degli stessi diritti e tutele sul lavoro, ad esempio. Per questo le sorelle Mirabal sono un simbolo quanto mai ideale per rappresentare queste lotte: le tre sorelle furono uccise come furono uccisi gli uomini che fecero le stesse scelte, cioè quelle legate alla lotta aperta ad un regime violento ed oppressore. Come si tutelaun lavoratore maschio così va tutelata la lavoratrice, sulla base di differenze che ci sono e che non vanno né negate né fatte pagare. La differenza è un bene prezioso ma non deve presupporre trattamenti diversi. Questo vuol dire uguaglianza. Le sorelle Mirabal non furono uccise perché donne, furono uccise perché erano e volevano essere libere e perché volevano che lo fossero anche gli altri.

In questa battaglia, che è l’insieme di tante lotte quotidiane, spero davvero che saremo unite e che avremo gli uomini al nostro fianco, perché la disparità e le numerose violenze ed ingiustizie di genere che le donne sono costrette a subire, colpiscono anche loro. Spero che avremo gli uomini al nostro fianco perché, come disse il segretario della CGIL Susanna Camusso nel 2010, leggendo una lista di cose che le donne non vogliono più affrontare, non solo le violenza da un uomo ma anche non poter decidere di diventare madri per paura di perdere il posto di lavoro o sentirsi minacciare ad un colloquio di lavoro che una scelta del genere non sarebbe “accettata” dall’azienda o vedere un lavoratore maschio parigrado ricevere uno stipendio più alto o non avere uno straccio di asilo dove lasciare un figlio per potere andare a guadagnare i soldi per pagarlo, questo benedetto asilo, o non dare voce a troppa femminilità e bellezza perché se no sei scema come una gallina, ma d’altronde se sei troppo brutta manco la segretaria puoi pensare di fare, ecco spero che gli uomini giusti siano al fianco delle donne in queste battaglie per l’uguaglianza, perché beato il giorno in cui le donne non dovranno mettere in conto che probabilmente dovranno fare il doppio e sopportare il triplo per ottenere qualcosa. Quel giorno, sarà un giorno migliore anche per gli uomini.

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