Africa gay: un tabù frutto della confusione storica

IL MUZUNGU

di Marco Simoncelli

Essere gay nel continente africano significa vivere senza diritti, nello stigma ed emarginato. In molti casi si rischia il carcere o la pena di morte. Generalmente l’opinione pubblica vede gli LGBT come un’anomalia sociale importata dall’Occidente colonizzatore, ma il passato ci racconta un’altra storia.

Lo scorso 26 settembre almeno sette giovani sono stati arrestati in Egitto perché avevano sventolato i drappi multicolore che acclamano i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender durante un concerto del gruppo “Mashrou’ Leila” alla periferia est della città di New Cairo.
Qualche giorno prima a Zanzibar, arcipelago semiautonomo della Tanzania, 12 donne e 8 uomini sono stati arrestati perché omosessuali mentre si trovavano all’interno di un hotel per seguire un corso sulla prevenzione dall’Hiv/Aids.
Il 19 agosto scorso in Uganda gli organizzatori del “Uganda gay pride” hanno dovuto di nuovo rinunciare alla loro manifestazione per celebrare la cultura e i diritti LGBT a causa delle minacce d’arresto da parte del governo di Kampala.
In queste nazioni notizie di questo tipo si possono leggere periodicamente perché essere gay è considerato un reato. In Egitto l’omosessualità è un tabù e, pur non bandita per legge, è perseguita come “depravazione”.  In Tanzania è invece un crimine punibile fino a 30 anni di carcere e la stessa cosa vale per il vicino Uganda dov’è prevista una pena che va da sette anni di reclusione fino all’ergastolo.

Purtroppo sono solo alcuni esempi perché il continente africano, assieme al Medio Oriente, è una delle regioni del mondo dove lesbiche, gay, bisessuali o transgender sono maggiormente esposti al rischio di discriminazione, persecuzione e di morte. Essere gay in Africa spesso equivale ad avere una vita dannatamente difficile: emarginati dalla società e dalla propria famiglia e trattati come una minaccia criminale alla pubblica morale.
Se vogliamo avere un piccolo assaggio del clima percepito nella maggior parte del continente, basta ascoltare una delle tante dichiarazioni in proposito del Presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, il più anziano capo di stato in attività al mondo (94 anni). A inizio settembre ha definito i gay che vivono nel suo Paese “peggio di cani e maiali” affermando che l’omosessualità è una pratica deviante e “un-African” (non africana), perché “frutto dell’idiozia degli uomini bianchi”. Mugabe fa parte di quell’ampia cerchia di leader africani convinti che l’omosessualità sia una “malattia” importata dagli colonizzatori bianchi nel continente. Una linea politica che sfortunatamente riscuote grande successo fra l’opinione pubblica che, bisogna ammetterlo, appare sempre più omofoba.

Il quadro generale
Ma prima di analizzare l’origine di queste barriere culturali è meglio fare il punto sulla situazione giuridica dei diritti Lgbt nel continente. Ogni anno l’International Lesbian and Gay Association (Ilga) (http://ilga.org/ ), che riunisce più di 400 gruppi omosessuali e lesbici in tutto il mondo, pubblica un rapporto sulla legislazione riguardante l’orientamento sessuale  a livello mondiale in termini di criminalizzazione, protezione e riconoscimento, intitolato “State-Sponsored Homophobia”. L’ultima edizione , pubblicata lo scorso maggio, disegna un quadro molto preoccupante per l’Africa.

Un recente sondaggio condotto dal PewResearch Center di Washington ha rivelato che il 98 % dei nigeriani, il 96 % cento dei cittadini di Senegal, Ghana e Uganda, e il 90% dei keniani è convinto che la società non debba accettare l’omosessualità, ma combatterla.

L’omosessualità è considerata un crimine in 32 dei 54 paesi africani e in 11 di questi le misure contro i gay sono state inasprite negli ultimi 5 anni.In 24 di questi stati le stesse leggi punitive si applicano anche nel caso di relazioni sessuali tra donne.Le pene previste variano dalla multa salata, fino all’incarcerazione e in alcuni casi sono contemplati lavori forzati e anche la pena di morte.

In altri 22 stati del continente, apparentemente più tolleranti, non esistono leggi che criminalizzano pratiche LGBT, ma ciò non vuol dire che siano socialmente accettate, anzi.
Nella legislazione non ci sono riferimenti chiari all’omosessualità, ma l’applicazione ricorre ad interpretazioni giuridiche a difesa del “buon costume” o della “pubblica morale”. Molti governi negano agli attivisti LGBT il diritto di associarsi liberamente e ostacolano l’attività di qualsiasi Ong impegnata nei temi legati all’orientamento sessuale.

In quattro nazioni è prevista la pena capitale per atti sessuali con membri dello stesso sesso: in Sudan, dove è vige la sharia (la legge islamica) a livello nazionale;  Somalia, in cui la sharia è applicata dagli Al Shabaab nel Sud del paese; Nigeria,dove la sharia è rispettata in alcune provincie del Nord e infine la Mauritania dove la legge prevede la pena di morte anche se al momento non sembra essere applicata.

In alcuni paesi del continente si arriva a punire persino i comportamenti ed le espressioni di sostegno alla causa LGBT. In Nigeria per fare un esempio, è in vigore dal 2013 una legge che prevede la condanna a 10 anni per i sostenitori di un’organizzazione gay. Regolamentazioni simili possono essere trovate in Algeria, Marocco, e nei già citati Egitto e Tanzania.

Purtroppo occorre ammettere che l’opinione pubblica accetta e sostiene queste norme discriminatorie e le pratiche anti LGBT dei governi. Un recente sondaggio condotto dal PewResearch Center di Washington ha rivelato che il 98 % dei nigeriani, il 96 % cento dei cittadini di Senegal, Ghana e Uganda, e il 90% dei keniani è convinto che la società non debba accettare l’omosessualità, ma combatterla.

Esiste solo una nazione africana dove, almeno formalmente, i diritti della comunità gay vengono tutelati: il Sudafrica. Qualsiasi discriminazione o atto d’odio basato sull’orientamento sessuale è vietato dalla costituzione sin dal 1994 ed è stato legalizzato sia il matrimonio fra persone dello stesso sesso che l’adozione in coppia o da parte del partner del genitore. Ciò rende il Sudafrica un elefante bianco nel panorama continentale e uno Stato pioniere anche in confronto alla media dei paesi occidentali. Ciononostante anche qui si registrano casi di violenza ed emarginazione sociale contro gli LGBT, alimentata per lo più da figure politiche e religiose.

Contesti peggiori
Se dovessimo domandarci quali sono il luoghi nel dove è più dura essere gay o transgender, come ha fatto il quotidiano britannico The Guardian lo scorso marzo, l’Africa globalmente sarebbe in testa alla classifica. Ma non basta: nel continente c’è chi si distingue in termini di crudeltà verso queste persone.

Dal già citato Uganda dell’eterno Museveni chi ne ha possibilità fugge a causa della pericolosità rappresentata dal clima sociale. Tra il 2014 e il 2016 sono stati registrati circa 1800 “rifugiati LGBT” dal Friends Ugandan Safe Transport Fund, ma potrebbero essere molti di più. Non è difficile da capire visto che nel 2014 il governo cercò di far approvare l’Anti-Homosexuality Act che includeva la pena di morte. La Corte Costituzionale lo dichiarò illegittimo, ma il danno era stato fatto e l’opinione pubblica si sentì autorizzata a compiere violenze confidando sull’impunità di istituzioni compiacenti. Gli organi di stampa  arrivarono a pubblicare la lista dei 200 più importanti omosessuali del Paese pur sapendo che si sarebbe rischiato la loro vita.

L’Egitto può essere tranquillamente considerato il più importante “Stato-carceriere” di gay al mondo. Il New York Times ha stimato che dal 2013, anno in cui Al-Sisi ha rovesciato il governo di Morsi, siano state arrestate 250 persone LGBT, ma secondo alcuni blog LGBT “Erasing 76 crimes” il numero sarebbe superiore ai 500. Al-Sisi sta usando il pugno di ferro contro la comunità LGBT sfruttando il reato di “depravazione” con pene fino a 17 anni di detenzione.

Infine non può essere dimenticata la Nigeria, dove lo stigma sociale sembra essere estremamente forte e radicato fra l’opinione pubblica.  Secondo il rapporto dell’Ilga il 51% dei nigeriani intervistati si dichiara “pienamente d’accordo” sul fatto che l’essere LGBT sia considerato un crimine. Ciò fa della Nigeria il paese più omofobico del continente. Non sorprende dunque che nel paese siano previsti 14 anni di carcere per chi compie atti omosessuali e che in dodici regioni a maggioranza musulmana siano previste la pena capitale per gli uomini e la fustigazione per le donne.

Perché?
È difficile trovare le ragioni che scatenano la particolare repulsione culturale che il continente mostra nei confronti delle persone LGBT che, anche laddove non costituisca reato, continuano a vivere nell’oscurità per via della mancanza di ogni forma di tutela.

Durante la sua visita nel continente nell’estate del 2015, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama rivolse un accorato appello alle nazioni africane e ai loro leader affinché abbandonassero le leggi e tendenze discriminatorie nei confronti dei gay. “Quando i governi trasmettono l’abitudine di trattare le persone in maniera diversa perché sono diverse, le libertà si erodono e accadono brutte cose” disse aggiungendo “lo Stato non ha il diritto di punire le persone in base a chi amano”.

Questa presa di posizione pronunciata in Kenya (dove l’omosessualità è punita con pene fino a 14 anni di reclusione) durante un incontro con il presidente keniano Uhuru Kenyatta, provocò la replica immediata da parte di quest’ultimo che rispose: “Ci sono cose che dobbiamo ammettere di non condividere (con gli Usa). La nostra cultura, la nostra società non le accetta”. Dopo questa reazione ne seguirono altre dal resto del continente basate tutte sulla stessa linea: le pratiche Lgbt sono “un-African”,  state importate dall’esterno e non fanno parte dei modelli dei comportamento della cultura africana.

Seguendo questa tesi si potrebbe affermare che effettivamente le culture tradizionali delle popolazioni di questo continente sono spesso incentrate sulla “propagazione della vita”. Quindi l’omosessualità, come tutte ciò che ostacola l’idea della procreazione ( l’aborto o la sterilità di una donna, che può essere interpretata come una maledizione nei culti religiosi africani), può essere marchiata come atto molto negativo. Ma un’interpretazione di questo genere è incompleta, inesatta e generalizzante perché non tiene conto né dell’incredibile ricchezza di culture e credenze del continente né della sua storia.

In realtà diversi studi dimostrano come l’omosessualità facesse già parte di culture ancestrali africane molto tempo prima dell’arrivo del colonialismo. Nel corso della storia della società umana le popolazioni hanno esplorato e sperimentato la loro sessualità in vari modi. Tale tendenza o desiderio non è mai rimasto confinato in particolari regioni geografiche, ma si è manifestato ovunque. Il diffuso mito africano “dell’innocenza sessuale” dell’epoca pre-coloniale usato come base per promulgare leggi discriminanti è una grande menzogna.
Ci sono interi studi condotti sul campo da antropologi a dimostrare che queste argomentazioni revisioniste della storia sono sbagliate, come espresso in “Boy Wives and Female Husbands”di Stephen O Murray e Will Roscoe, e “Heterosexual Africa?” di Marc Epprecht.

Già nelle testimonianze dei primi esploratori inglesi e portoghesi nel sedicesimo secolo si parla di sesso fra uomini in alcune tribù del Congo e di matrimoni poligamici in Angola nei quali alcuni uomini avevano preso anche membri dello stesso sesso come sposi. Il travestitismo è stato documentato in Etiopia e Madagascar. Per il popolo Pangwe fra Camerun e Gabon i rapporti omosessuali sono comuni e si pensa trasmettano benessere. In Sudan nella tribù Zande per i guerrieri era normale sposare altri giovani uomini con modalità molto simili a quelle dell’antica Grecia. L’omosessualità era presente anche fra i Siwa in Egitto e come rito di passaggio in Benin.

Gli esempi sono dunque numerosi e ci sono anche reperti archeologici a pitture rupestri a dimostrarlo. Molte delle quali esplicite come quelle del popolo San in Zimbabwe, con buona pace del vecchio Mugabe. Nel regno Buganda che si estendeva in parte dell’odierno Uganda, ci sono inequivocabili testimonianze che il re Mwanga II fosse apertamente gay e non venne mai disprezzato fino all’arrivo della religione cristiana. Ma forse questo l’opinione pubblica ugandese non lo sa.

Controsenso…La storia parla
A proposito di religione. Se non è sempre stato così, da dov’è nata l’avversione africana nei confronti degli LGBT? La risposta sta nell’eredità coloniale.
Sembra troppo facile scaricare le colpe sempre e solo sul colonialismo quando si parla di Africa, ma questo è uno di quei casi in cui non ci sono scusanti. È la semplice verità.
I coloni hanno portato con se le loro credenze culturali e religiose, e, forti della loro superiorità morale, plasmarono il continente a loro immagine e somiglianza imponendo usi e costumi. Culti religiosi come il Cristianesimo e prima ancora l’Islam hanno pian piano sradicato i sistemi sociali e religiosi dei popoli nativi e contribuito alla persecuzione e demonizzazione dell’omosessualità visibile oggi in Africa.
Ovviamente va detto che durante l’epoca coloniale il Cristianesimo aveva un impatto molto più forte sulla cultura e sul diritto occidentale di quanto ne abbia oggi dopo la secolarizzazione della società. Ma fu proprio quell’insieme di valori a passare e restare impresso fino ad oggi nella cultura africana anche grazie ai numerosi predicatori fondamentalisti presenti nel continente.

L’opinione pubblica africana assieme ai suoi leader dovrebbe riflettere sul fatto che è stata l’omofobia e non l’omosessualità ad esser stata importata in Africa.
Bisi Alimi, attivista per i diritti umani e uno dei fondatori dell’Ong “The Kaleidoscope Trust”,nel 2004 è stato il primo nigeriano a dichiarare la sua omosessualità in diretta nella televisione nazionale. A causa delle minacce ricevute è fuggito nel Regno Unito dove ha ottenuto asilo politico. Intervistato sull’argomento nel 2015 rispose così: “Quando gli africani argomentano dicendo che l’omosessualità è un’importazione occidentale, a loro volta stanno usando la religione e i precetti occidentali come base per le loro tesi. Quando ho avuto discussioni con persone omofobe, molte di loro hanno risposto che non fa parte della cultura africana. Tuttavia, andando più in profondità sul tema e mettendole alle strette, queste finiscono inevitabilmente col sostenere che l’omosessualità ‘non è nella Bibbia’. Ma la Bibbia, come sapete, non fa parte della nostra cultura storica. Ciò dimostra che c’è una grande confusione sul passato dell’Africa…

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