La Velina bionda è nera: uno scontro di… beltà.

IL MITOLOGO

Di Gerardo Iandoli

Le veline nascono come parodia delle vallette, ma ben presto finiscono per partecipare al ruolo canonico della bellezza femminile in televisione. Però, nell’ultima edizione di Striscia la Notizia, il ruolo della bionda è stato ricoperto – genialità di Antonio Ricci – da una ragazza di colore con i capelli tinti.

Striscia la notizia, il famoso programma ideato da Antonio Ricci, ha creato uno dei miti più amati della storia della televisione italiana: le veline. Le veline nascono come parodia delle vallette televisive, figure femminili che avevano il semplice scopo di catturare lo sguardo del pubblico grazie ad avvenenza e movimenti sensuali. Le veline, al contrario, avrebbero dovuto mostrarsi in maniera goffa, esagerata, e farsi oggetto della derisione dei due presentatori. Nonostante tale volontà, le veline hanno comunque partecipato al discorso dello spettacolo, soprattutto di quello legato alla bellezza femminile, in quanto strumento erotico di aumento dell’audience. È noto a tutti: molte delle più affascinanti e famose show girl del mondo televisivo italiano sono diventate celebri grazie a Striscia, che le ha rese stelle grazie alla luce dei riflettori.
Elemento fisso di tale coppia era la contrapposizione tra la ragazza bionda, rappresentate della bellezza nordica, e quella mora, simbolo dell’anima mediterranea del nostro paese. Le due chiome, quindi, dovevano racchiudere tutto l’immaginario europeo intorno alla bellezza, quasi una riproposizione post-debordiana del quadro di Friedrich Overbeck, Italia e Germania [1], in cui si vedono due donne, una bionda e l’altra mora, a simboleggiare le rispettive bellezze delle due terre, stringersi la mano in maniera affettuosa, in tutta la loro grazie e serenità.

In questo 2017 un colpo di scena, degno dell’intelligenza mediatica di Ricci, ha catturato l’attenzione del pubblico televisivo, ormai raccolto intorno alla consolidata tradizione della bionda e della mora: il ruolo della velina bionda è stato ricoperto da Mikaela Neaze Silva, ragazza di “colore” (in realtà il suo meticciato la rende molto chiara), figlia di madre afghana e padre angolano. In questo mondo dall’umanità cyborg, abituato a modifiche piuttosto massicce della propria fisicità, il gesto di Mikaela è fin troppo semplice: ha tinto i suoi rigogliosi ricci di biondo, proponendo un’immagine di sé allegra e grintosa, conforme con la natura del programma. Gesto sì semplice, fin troppo scontato in questa società dei mille cambiamenti, eppure carico di valenza simbolica: infatti, una bellezza di colore avrebbe potuto ricoprire il ruolo di velina mora senza troppi problemi, ma il colpo di genio sta nel fatto di aver deciso, al contrario, di metterla nei panni della velina bionda. Da qui, il putiferio: pioggia di insulti per la ragazza da chi ha trovato scandaloso concedere un ruolo del genere a una “non-italiana”. Ma Mikaela lo è, vivendo qui dall’età di sei anni [2] e quindi, materialmente, avendo vissuto solo nella nostra cultura. A parer mio, però, credo che la forza di tale scelta sta nell’aver sostituito la bellezza bionda con quella moresca, mantenendo invariata quella mora.

Attraverso questa scelta il mondo suprematista bianco (conscio o inconscio che sia), ancorato a ideali di bellezza degni della propaganda ariana, vede nella donna di colore che detronizza la bellezza bionda e angelicata una previsione futura di un’Europa meticciata, invasa dal moro proveniente dalle terre degli infedeli. Quindi il tutto si spiega alla luce di una lotta degli immaginari, lotta che nonostante le premesse fantastiche ha conseguenze reali, che vanno a ledere la dignità di una ragazza che sta solo cercando di portare avanti la sua carriera nel mondo dello spettacolo. Purtroppo, la retorica della bellezza bionda ed eterea invasa dall’umanità di colore [3] è stata alimentata anche e soprattutto dalla politica: in questa continua ricerca del nemico, lo scontro di bellezza è diventato uno strumento facile e veloce per discernere, con un colpo d’occhio, la parte amica da quella che invade, mettendo a rischio la nostra civiltà.
Di fatto, il problema della paura del meticciato sta in questo: il mescolamento delle caratteristiche proprie con quelle dell’altro rende difficile il riconoscimento del sé nell’altro. Poiché se la comunità che ci trascende è già da sempre parte di noi, allora avere difficoltà nel riconoscersi in essa diventa motivo di una crisi identitaria molto forte: eppure, il termine identità dovrebbe ruotare non intorno al concetto di provenienza, bensì a quello di arrivo. Non è da dove si viene, ma il dove si vuole andare che dovrebbe definire il nostro senso di appartenenza alla comunità. Avere una visione comune del futuro significa credere nell’utopia, in questo al di là temporale che dovrebbe essere migliore del quotidiano al di qua, vissuto nel presente. Purtroppo, la perdita di ogni tipo di sguardo verso il futuro sia per la caduta dei grandi discorsi utopistici (politici e religiosi), sia per il bisogno incessante di cogliere l’attimo presente come se fosse l’ultimo (massima rappresentazione dell’ideale consumista) ha distrutto la dimensione del futuro, mantenendoci in uno stato di crisi permanente. Crisi significa punto di svolta, in cui bisogna irrevocabilmente scegliere per andare avanti: essere in un perenne stato di crisi significa non potere scegliere, stare di fronte al bivio immobili: in questo stato di confusione, il potere di turno cercherà di prendere la scelta al posto dell’individuo, dissolvendo di fatto la crisi, ma distruggendo anche qualsiasi possibilità di autodeterminazione del proprio desiderio e della propria volontà.
Se non si può guardare avanti, allora si guarda indietro: per tale motivo, un arroccamento sul concetto di tradizione, per andare alla ricerca di punti fermi dai quali giudicare la realtà. Ma, mentre l’uomo può scegliere come morire, non può farlo per la propria nascita: rinchiudersi sul proprio passato significa condannare ogni individuo a essere vittima del caso. Un tipo di discorso che serve solo a chi, per caso, è nato in una condizione di forza. E, dietro alla difesa della propria bellezza bianca, si nasconde il desiderio di proteggere un proprio status quo non guadagnato, bensì ereditato. Una lotta di resistenza pigra, per chi si limita a ereditare, senza progettare alcunché. E in un insulto contro una bella donna di colore c’è la fine del futuro, una lunga stasi che cerca di asfissiare la bellezza a favore del penetrante umidiccio floreale sui gloriosi sepolcri dell’eteree bellezze di un tempo.

NOTE:

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_e_Germania

[2]http://www.ilmattino.it/spettacoli/televisione/mikaela_neaze_silva_velina_bionda_striscia_insulti_razzisti_ius_soli-3286666.html

[3] http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2016/03/11/biancofiore-bionde-religiosissime-ragazze-alto-adige-rischio-per-ormoni-immigrati-video_gZonSzgYmXU4cUJoABx4GI.html?refresh_ce

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