L’imprescindibile necessità del dolore

NON CALPESTARMI

di Federico Maiozzi

 

Prima di provare a dare un spunto per meglio comprendere il fenomeno cosiddetto della “violenza di genere”, lo scrivente si riserva di offrire al lettore una quanto più possibile breve premessa che riguarderà ciò che è più utile per capire una dinamica sociale complessa come quella, ossia il metodo d’analisi.

Dunque, per comprendere un fenomeno occorre studiarlo con criteri scientifici (per detti criteri applicati alle discipline umanistiche tutte si consiglia tra gli altri Apologia della Storia, di Marc Bloch), per poterlo studiare con criteri scientifici occorre non appassionarsi all’argomento, trattarlo con freddezza e lucidità. Non farne una ragione di vita o di morte, né pensare di essere dei crociati al servizio del Bene se si studia questa o quella tematica.

Occorre capire, in altre parole, che il Bene e il Male esistono, sì, ma sono relativi. Quello che la morale comune pensa che oggi sia “giusto”, “domani” potrebbe essere sbagliato. O potrebbe anche esserlo oggi, spostandosi di qualche metro.

Banale? A dirlo sì, però a vederlo e accettarlo un po’ meno. Per esempio, se i maschi adulti del nostro quartiere prendessero nostro figlio appena adolescente e lo costringessero a numerose fellatio da terminarsi tutte con l’ingoio del seme, penso che non esiteremmo, presi dall’ira e dal dolore, a contravvenire alle leggi dello stato di diritto e a vendicare personalmente l’inaudita violenza subita dal nostro congiunto. Bene, questo vale per noi, non per un popolo della Nuova Guinea, i Sambia, solo per fare un esempio. Laggiù tale rituale, infatti, segna il passaggio tra l’infanzia e l’età adulta ed è assolutamente necessario per il buon funzionamento della società, del mantenimento della pace interna e del rispetto ordinato delle gerarchie. Se un esterno glielo proibisse, causerebbe una serie di squilibri sociali tanto gravi che in breve quel popolo scomparirebbe, così come sono scomparse tante altre popolazioni venute a contatto con noi occidentali, notoriamente esseri superiori scesi in Terra perché Dio in persona temeva la nostra concorrenza in Cielo.

Allora come comportarsi di fronte a simili situazioni? Evitarle nel nostro territorio ed evitare allo stesso tempo di intromettersi se i nostri vicini le giudicano accettabili. Poi se ai padri e madri Sambia non andrà più bene far praticare del sesso orale ai bambini, allora ci penseranno loro a cominciare una lotta interna che poi andrà bene o andrà male a seconda di molteplici fattori.

Bene, per la violenza di genere è necessario applicare lo stesso metodo. Per capirla bisogna inquadrarla come un fenomeno che non è giusto ma neppure sbagliato, è un fenomeno e basta.

Fenomeno, tra l’altro, che aveva e in molte aree del monto ha ancor oggi delle motivazioni  di fondo assolutamente logiche e razionali e non solo per gli uomini.

Semplificando molto, fino a quando non si sono trovate a convivere le macchine industriali e agricole con le armi nucleari, fondamentalmente tutto il mondo era un luogo in cui a fare la differenza tra il reperimento delle risorse o meno e così tra vita e la morte, era la capacità di essere razionalmente violenti sia all’interno che all’esterno del proprio consorzio umano, avendo la decenza di morire o di farsi uccidere una volta non più produttivi.

Si è detto all’esterno e all’interno. All’esterno poiché l’endemica scarsità di risorse imponeva, per vie traverse, di restare quasi continuamente sul piede di guerra. All’interno, perché una società ricca economicamente ma fragile socialmente sarebbe stata facilmente preda di altre, e la nostra penisola ne sa qualcosa.

Dunque la guerra, ma più in generale la violenza, era la vera madre di ogni stato. In epoche in cui la tecnologia era lontana dai livelli attuali, le cose belliche erano sostanzialmente una questione da uomini, malgrado alcune serie TV di successo ci suggeriscano in malafede il contrario. Le armi erano pesanti, le malattie implacabili, le marce a piedi estenuanti e il profilo ormonale maschile, unito alla tendenziale maggior percentuale di muscoli nel corpo dell’uomo a parità di peso con quello della donna, rendevano gli uomini più funzionali per questo tipo di attività.

Dal momento che la guerra era la principale attività umana, chi la portava avanti, quindi gli uomini, erano i naturali rettori delle nazioni (e delle tribù e delle comunità e degli imperi e così via) anche nelle questioni interne. Solo chi la violenza applicata l’aveva vissuta in prima persona poteva garantire una guida competente e lungimirante che garantisse la protezione delle sue genti. Tale modo d’agire indubitabilmente funzionava. Ci sono state tante valide eccezioni, è vero, ma le eccezioni sono casi aneddotici e, come ci insegna la statistica, i dati aneddotici non valgono nulla nel considerare i dati tendenziali di questo o quel processo.

Tale sistema era valido sia per le grandi istituzioni statali e protostatali, che nelle comuni famiglie.

Dunque la donna, in una società simile, restava senza ruolo? No, la donna rappresentava il mezzo di prosecuzione del ceppo familiare ed etnico sia da un punto di vista biologico che economico. Le donne, quanto meno in Europa fino a parte del XX secolo ma il discorso potrebbe valere anche per buona parte del resto del mondo, erano le detentrici di una componente rilevantissima dei beni materiali delle famiglie, anche in virtù del fatto che la dote, solo per citare un’istituzione, restava di proprietà della moglie.

Quindi le donne non avevano un ruolo passivo? No, passive lo erano eccome, perché la dote era di loro proprietà ma di fatto sotto gestione del marito o, se il matrimonio andava male, di un maschio adulto della sua famiglia d’origine che, a seconda dei casi, poteva trattarsi di un fratello, un padre e via dicendo.

Ciò causava una doppia tensione. Il capo famiglia, che doveva garantirsi l’obbedienza del suo nucleo, era socialmente rispettatissimo ma restava il fatto che una parte importante del patrimonio familiare, a volte anche tutto, era di proprietà della moglie. Questa aveva dunque un potenziale sociale enorme ma che andava assolutamente represso per evitare che la società si disgregasse, o almeno così si pensava. Per evitare una simile catastrofe, termine utilizzato senza alcun sarcasmo, anche la violenza appariva come necessaria e infatti i casi di violenze su mogli e figli erano all’ordine del giorno e non costituivano certo nulla di eclatante. Da qui ad abusare del suo potere di controllo, per il padre di famiglia dell’Europa che fu, il passo si dimostrò breve. Mogli e figli erano ritenuti proprietà personali e addirittura, anche contro la morale del tempo, oggetti sessuali (per chi fosse interessato si consiglia  il volume Otras Indias di Adriano Prosperi).

Per quanto duro fosse, tuttavia, questo mondo era l’unico possibile ed è un dato di fatto che pur con tutta questa violenza interna, l’Europa ha saputo dominare il resto del mondo, imporre la sua cultura, divenire un modello ammirato (ma sarebbe meglio dire “osannato”) in tutto il pianeta, esercitando un’influenza sulle altre civiltà che non ha avuto, e per molto tempo ancora non avrà, uguali nella storia umana.

Inoltre, sempre parlando di violenza e ingiustizia, non si pensi che gli uomini non ne fossero esenti. Combattere lontano da casa, anche una sola volta nella vita, era un’esperienza da cui non si faceva ritorno o perché morti materialmente, nella maggior parte dei casi, o psichicamente. Uomini e donne avevano così i loro fardelli di violenza da sopportare, pesanti grosso modo allo stesso modo, che si giustificavano a vicenda. Quasi nessuno aveva realmente alcun controllo sulla sua esistenza, e così i ruoli venivano accettati e interpretati da tutti, spesso indipendentemente dalla volontà individuale.

Ma allora si giustifica tale modo di vivere? All’epoca sì, per l’oggi no, per motivi che si vedranno subito.

Per quanto la guerra sia ancora la madre delle nazioni (per chi “non crede alla violenza“ purtroppo va riferita la trista novella che malgrado non ci creda, la violenza esiste lo stesso), oggi la fisicità e il profilo ormonale maschile non le sono più necessari.

Le armi nucleari contemporanee hanno manifestato l’inutilità di grandi masse umane di fanteria tradizionale che si sperava potessero servire contro le prime bombs, blu o rosse che fossero. Dunque oggi per vincere una guerra servono, anche più di ieri, tecnici e umanisti e meno atleti guerrieri. Le forze speciali, nelle quali ancora servono doti fisiche più difficili da raggiungere da una donna, sono senz’altro necessarie ma il loro utilizzo è limitato e di certo non si può costruire l’immagine di una nazione intorno a piccolissime unità il cui operato per altro è spesso occulto.

Da questo deriva che il controllo maschile sulle questioni di guerra, e quindi sulle questioni di politica estera e quindi sulle questioni di politica tout-court non ha più ragion d’essere. Ora si tratta di capirlo e di costruire una società nuova che permetta a tutti i suoi figli [1] più brillanti di dare il loro contributo indipendentemente dal loro genere, preservando al contempo la loro individualità, necessaria per esprimere quelle potenzialità specifiche la cui espressione determina la grandezza delle civiltà d’oggi.

Facile a dirsi, per nulla facile ad attuarsi. Esistono rendite di posizione millenarie che sarebbe grottesco oltre che dannoso pensare di poter scardinare in pochi decenni. Le armi nucleari e la tecnologia giunta a livelli sommi stanno comportando cambi epocali che necessariamente disorientano, e dunque impauriscono, e chi ha paura reagisce spesso con brutalità.

Ecco perché la violenza di genere, anche oggi che il dominio maschile ha poco senso (quanto meno da noi, altrove ne ha ancora), sarà un problema che ci porteremo dietro per molto tempo e che riguarderà tutti quanti noi. Colpirà gli uomini, perché magari arriverà un momento in cui saranno discriminati come effetto di rimbalzo, o perché potrebbero scontrarsi con persone che pensano che i valori maschile-centrici abbiano ancora la priorità. Colpirà naturalmente le donne, perché tradizionalmente discriminate, e sopratutto colpirà i bambini, vero grande assente del dibattito contemporaneo, perché spesso costretti tra un fuoco incrociato di natura “maschilista” che descrive le loro madri come esseri inferiori e uno d’origine “femminista” che avvilisce qualsiasi valore legato alla forza poiché ingenuamente ritenuto automaticamente distruttivo.

Come fare allora per superare la violenza di genere, ora che non ci è più funzionale? Fondamentalmente con lo studio delle scienze umanistiche, la storia, l’antropologia e la geografia, uniche possibili vie per comprendere il nostro mondo e farci capire, così, quando è il momento di agire in un senso, quando nell’altro e quando invece non fare nulla.

Il resto son parole vuote, e se le parole vuote sono fastidiose in situazioni sotto il nostro controllo, quando vi è il dolore di mezzo queste diventano addirittura perverse. E così conviene evitarle.

NOTE:

[1] Per chi si stesse domandando come mai abbia scritto solo “figli” e non “figli e figlie”, ciò dipende dal fatto che in italiano prevale il maschile quando ci si rivolge a persone, animali o cose di entrambi i sessi poiché esso, in tale caso, deriva dal neutro latino, che l’italiano ha accolto nel maschile. Dire “figli e figlie”, in quel passaggio, sarebbe dunque stato pleonastico come un “ma però”.

immagine:

La Belle Dame Sans Merci, John William Waterhouse, 1893. Hessisches Landesmuseum, Darmstadt, Germania.

 

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