Il Caffè omeopatico

SACCADI

di Enricco Varriale

Nonostante la grande diffusione attuale dell’omeopatia, sono poche le persone che conoscono in quali aspetti questa medicina differisce da quella ufficiale, quando e dove nacque, come si preparano i medicinali e cosa dicono le evidenze sperimentali sulla sua efficacia. Allora oggi prepariamo insieme un caffè omeopatico.

Immaginate di svegliarvi una mattina veramente stanchi. Magari la sera prima siete stati a un concerto, oppure avete studiato fino alle 3 di notte per il prossimo esame, oppure avete bevuto un po’ troppo. Allora avete bisogno di un caffè per risvegliare i vostri neuroni intorpiditi, e di un caffè bello forte. Tuttavia è da un po’ che state sentendo in giro dei benefici dei rimedi omeopatici e inoltre si sa che troppi caffè potrebbero far male allo stomaco, alla pressione e magari anche al vostro cuore e chissà a che altro, per cui stamattina decidete di prepararvi un caffè omeopatico. In fondo, dicono che l’omeopatia sia una medicina molto antica e, se è stata applicata e i suoi principi hanno resistito attraverso i secoli, vuol dire sicuramente che sia efficace.

Dunque prendete il vostro caffè in polvere e ne mettete un po’ in una brocca piena d’acqua (in alternativa potete usare l’alcol, o acqua+alcol) e aspettate alcune settimane, dopo le quali rimuovete la parte solida: avete ottenuto la base per il vostro rimedio omeopatico, la cosiddetta tintura madre. Ora dovete applicare i due principi chiave dell’omeopatia: la diluizione e la succussione. Per cui prendete un po’ di tintura madre e versatela in una quantità d’acqua 9 volte maggiore, operando cioè una diluizione di 10 volte: avete ottenuto un rimedio 1X, rimedio diluito per 1 volta di un fattore 10 (X indica 10 in numeri romani). Ora la succussione, che in parole povere consiste nello scuotimento: agitate vigorosamente la soluzione ottenuta, shakerate come fosse un cocktail – questo è un modo per liberare la potenza della sostanza. Tuttavia la maggior parte dei medicinali omeopatici, per essere più attivi, ha bisogno di diluizioni maggiori, infatti essi sono tanto più potenti quanto più diluiti. Molti presentano la dicitura 10C o 30C (o CH), il che significa che la vostra tintura madre verrà diluita in quantità d’acqua 100 volte maggiori, rispettivamente per 10 o 30 volte. Ciò vuol dire che un caffè 30C sarà diluito di un fattore totale di 1000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000. Non dimenticate di agitare dopo ogni singola diluizione.

Alcune farmacie vendono medicinali omeopatici anche a 100000C: sarà un lavoraccio trovare così tanta acqua (molta più di quella presente sul pianeta Terra), ma ne vale la pena; pensate alla potenza che verrà acquistata.

Eccovi davanti il vostro caffè 30C: sarà rimasta qualche molecola di caffeina? Non importa, perché quello che conta è la memoria dell’acqua, altro cardine dell’omeopatia: le molecole di H2O venute a contatto con il caffè in polvere hanno assunto una specifica conformazione geometrica nello spazio (“ricordano” il soluto), che nel vostro corpo genererà gli stessi effetti biologici del rimedio intero. Avete creato un perfetto farmaco omeopatico, così come descritto dal fondatore di questa scienza, Samuel Hahnemann, medico tedesco della fine dell’’800 (ops, su una cosa avevate sbagliato: l’omeopatia non è una scienza millenaria, è molto più giovane della medicina occidentale tradizionale, la quale nasce con il metodo scientifico di Ippocrate nel V secolo a.C. nella Magna Grecia).

Hahnemann, durante la sua carriera, iniziò a sviluppare diffidenza rispetto alla medicina praticata dai suoi colleghi, e spesso non a torto: era un’epoca in cui si prescrivevano ancora le sanguisughe come cura per diverse patologie, le diagnosi erano inaccurate e non si conosceva l’importanza dei principi igienici durante le operazioni chirurgiche. Il primo passo verso la creazione di una sua propria medicina fu compiuto intorno al 1790, quando sperimentò su di sé, in ottima salute, gli effetti della Cinchona, derivato della corteccia di un albero peruviano1. La Cinchona contiene il chinino e veniva utilizzata con successo nella cura della malaria. Sorprendentemente, Hahnemann sviluppò i sintomi caratteristici proprio di questa malattia: febbre, prostrazione fisica, sudorazioni. Cominciò a sperimentare altri tipi di piante e notò nuovamente che le sostanze utilizzate per curare particolari sintomi in un malato generavano gli stessi sintomi se dati a una persona in salute. Sviluppò quindi la teoria del Similia similibus curantur2 e nel 1807 chiamò la sua medicina Homöopathie, dal greco homoios (=simile) e pathos (=sofferenza, malattia), per contrapporla alla medicina ufficiale, che è allopatica (allos=diverso), poiché cura i sintomi delle malattie con farmaci che creano nel corpo azioni biologiche opposte a quei sintomi, per tentare di ristabilire la condizione d’equilibrio.

Il concetto della cura col simile non era nuovo: lo conosceva già Mitridate VI, re del Ponto, che nel I secolo a.C., per paura di essere avvelenato, si somministrava quotidianamente piccolissime quantità di svariati veleni. La storia della sua morte narra che, per evitare di essere consegnato ai Romani, ingerì del veleno che portava con sé, e lo fece bere anche alle sue figlie. Queste caddero morte immediatamente; egli, invece, essendo assuefatto, non subì un danno mortale e cercò allora di uccidersi con la spada, ma per la scarsa forza rimastagli non riuscì neanche stavolta, finché non giunse uno dei suoi nemici a trapassarlo3. Anche il grande Paracelso, nel Cinquecento, sosteneva che “nessuna malattia può guarire per contrapposizione, ma solo grazie al suo simile”, e attualmente molti cercano di curarsi l’hangover della mattina con un cicchetto di superalcolico, rimedio giusto se si vuole intraprendere la strada dell’alcolismo.

Tornando ad Hahnemann, proseguendo le sue ricerche scrisse i suoi due testi, Organo dell’Arte Medica del 1810, e il successivo Materia Medica Pura, in 6 volumi, vera Bibbia per gli esperti di genere anche attualmente, che descrive tutti i sintomi curabili con 67 rimedi omeopatici. Per ogni rimedio sono indicati i sintomi curabili con lo stesso; in pratica l’omeopatia mira a curare non la malattia alla base che produce determinati sintomi, ma le manifestazioni esteriori che possono essere la spia di diverse malattie, secondo l’idea che ogni singolo individuo reagisce a un processo patologico sottostante in modi differenti, per creare una medicina estremamente soggettiva (e non che sia un male), dimenticando che per eradicare qualsiasi cosa bisogna agire sulle sue cause e non sugli effetti. Inoltre potrebbe essere un lavoro arduo decidere quale farmaco o quali farmaci omeopatici siano giusti per curare i sintomi di un paziente, poiché uno stesso sintomo è associato a moltissimi rimedi, e più sintomi (che di solito un paziente presenta) saranno associati a un numero di rimedi ancora maggiore; allora come destreggiarsi in questo gran casino? Pensate che in seguito, nel 1907, William Boericke pubblicò una nuova versione della Materia Medica, includendo più di 600 rimedi, e oggi la Farmacopea Omeopatica statunitense ne riconosce più di 1000.4 Non si tratta solamente di piante; vi rientrano anche secrezioni di animali (veleni di serpenti, latte di lupa) o l’animale intero (api), minerali (sale, oro, granito) o i cosiddetti nosodi, preparati ottenuti a partire da un materiale patologico, come batteri, virus, pus, vomito, feci e vermi intestinali, oppure le sorgenti imponderabili, quali raggi X e campi magnetici.1 Per cui l’omeopatia si configura come una disciplina profondamente diversa dalla fitoterapia, non solo per il non esclusivo uso delle piante, ma anche e soprattutto per l’enfasi sulla diluizione e sul curare col simile (laddove invece la fitoterapia è una medicina allopatica).

Quello che vi potrà succedere è che omeopati diversi vi prescrivano rimedi diversi, perché ci sarà chi applica l’omeopatia “clinica” (ci si focalizza sul sintomo principale e si ignorano gli altri), chi quella “di combinazione” (fondamentale sempre un sintomo chiave, e si prescrivono più farmaci basandosi su di esso), chi prescrive in accordo alla teoria delle signature, secondo la quale bisogna ricercare un indizio chiave che indichi che un particolare farmaco sarà efficace in quel caso.

Facciamo un esempio di farmaco omeopatico: prendiamo l’Oscillococcinum, sviluppato e messo in commercio dalla Boiron, in Francia, e venduto per esempio a 6,60€ ogni 6 dosi (vi invito a cercarlo su Internet). Il presunto principio attivo è un batterio (altre volte dicono un virus), appunto l’Oscillococcinum, presente nel fegato e nel cuore dell’anatra muschiata; dovrebbe prevenire e curare l’influenza (talvolta viene pubblicizzato come un vaccino per l’influenza). In nessun’anatra muschiata è stato mai ritrovato tale batterio, frutto di pura fantasia; ma basta sgozzare solo uno di questi poveri animali, prelevare un pezzetto di cuore o fegato, metterlo in acqua o alcol e poi procedere a diluire e scuotere energicamente per ottenere milioni di compressine (globuli), ognuna delle quali è stata “toccata” con una goccia della soluzione finale. Tutto ciò a prima vista sembra una ciarlataneria priva di qualsiasi fondamento scientifico nonché di logica, per non dire una truffa bella e buona di persone che vendono pilloline di zucchero per curare ogni tipo di male (la composizione chimica sul retro della confezione parla chiaro: in 1 g di prodotto sono presenti 0,85 g di glucosio e 0,15g di lattosio). Comunque, in rete possiamo trovare articoli come “Oscillococcinum for influenza treatment”, che riporta buoni risultati per il farmaco con statistiche dettagliate; giunti al fondo si può leggere, forse con disappunto, che tutti e 3 gli autori lavorano per i laboratori della Boiron.5 A voi trarre le conclusioni. Risultati diversi vengono riportati da una review del 2014 effettuata dalla Cochrane Collaboration, associazione internazionale no-profit nata 20 anni fa circa con lo scopo di valutare criticamente e diffondere le informazioni relative alla efficacia e alla sicurezza degli interventi sanitari, dove non si dimostra alcun effetto superiore al placebo per l’Oscillococcinum.6

Ma qualche omeopata potrebbe criticarmi e affermare con convinzione che la memoria dell’acqua esiste! Infatti, nel 1988 comparve su Nature, rivista scientifica tra le più prestigiose al mondo, un articolo dal titolo Human basophil degranulation triggered by very dilute antiserum against IgE5, che generò sconcerto nel mondo accademico.7

Facciamo una premessa: le IgE sono anticorpi presenti su un tipo di globuli bianchi, i basofili, che mediano alcune risposte immunitarie, come in una crisi asmatica o nel raffreddore da fieno, e degranulano (ovvero rilasciano granuli). La degranulazione è scatenata dal contatto di alcune sostanze con le IgE. In questo articolo si afferma che anticorpi artificiali che vanno ad attaccarsi alle IgE, diluiti più e più volte (fino a 120 con fattore 1:10) e ben shakerate ogni volta, sono in grado di scatenare ugualmente la degranulazione, pur in assenza completa, dimostrata, di anticorpi anti-IgE nelle preparazioni finali. Immaginate lo stupore dei ricercatori: era la dimostrazione della memoria dell’acqua! E per la prima volta gli omeopati, da sempre guardati come dei cialtroni mezzi pazzi, trovarono una base scientifica a cui far riferimento; infatti la ricerca fu effettuata dal team dell’illustre immunologo francese Jacques Benveniste, tra le altre cose scopritore del PAF, un fattore biochimico fondamentale per l’attivazione delle piastrine.

Com’era però facile immaginare, piovvero le critiche, il cinismo e le facce storte, e la stessa serietà di una rivista del genere venne messa fortemente in discussione. Allora il direttore di Nature, John Maddox, decise di istituire una commissione di controllo, di cui fece parte egli stesso, per verificare i risultati ottenuti. All’inizio sembrò che venissero replicati fedelmente; poi qualcuno notò che la segretaria di Benveniste, Elisabeth Davenas, era l’unica ad analizzare le provette e conosceva esattamente quali contenevano il siero diluito e quali invece quello intero o semplice acqua.8

Ripetendo l’esperimento in cieco, ovvero evitando che lo sperimentatore conosca la natura delle provette, venne fuori la truffa: il siero diluito era totalmente inefficace, come l’acqua fresca, in accordo con tutte le leggi della medicina e della fisica. Ma non è così sorprendente se vi dico da chi era finanziato Benveniste all’epoca. Non indovinate? Ma sì, proprio dalla Boiron.1

Fu così che nel 1993 Nature pubblicò un nuovo articolo: Human basophil degranulation is not triggered by very dilute antiserum against human IgE, negando appieno i risultati precedenti.9

La carriera di Benveniste non finì qui. Infatti nel 1991, grazie a questa dimostrazione della memoria dell’acqua, vinse il premio IgNobel (ricompensa satirica per le ricerche più assurde e improbabili) per la chimica, e ripeté l’impresa nel 1998, grazie a un suo studio in cui dimostrava che tale memoria può essere trasmessa via cavo telefonico e via Internet; risultando così l’unico scienziato al mondo ad aver vinto 2 premi IgNobel.10

Ma io ora vi dico e affermo con convinzione che l’omeopatia può apportare benefici alla salute dei pazienti, anche se meno ai loro portafogli. Sono impazzito? No, perché finora non abbiamo considerato un grande amico di noi medici, troppo spesso sottaciuto e sottovalutato: l’effetto placebo, (dal latino=piacerò; non si tratta di un gruppo brit rock e si pronuncia così come si scrive). Quello che frega l’omeopatia è che qualsiasi farmaco, per essere approvato, deve dimostrare nelle sperimentazioni un effetto superiore al placebo; non basta assolutamente che abbia effetti positivi, poiché virtualmente ogni sostanza, se creduta un potente rimedio, può apportare beneficio al paziente (questo è un tema complesso che coinvolge l’unità fisica mente-corpo e andrebbe approfondito in qualche altro momento).

Il più grande studio sull’argomento è stato pubblicato nel 2005 su Lancet: “Are the clinical effects of homoeopathy placebo effects?” Si tratta di una metanalisi, cioè di uno studio statistico che raggruppa tutti gli studi qualitativamente migliori su un tema (in questo caso, l’omeopatia e 220 studi clinici). Le conclusioni sono impietose: “This finding is compatible with the notion that the clinical effects of homoeopathy are placebo effects.”11

Nel frattempo, dovreste aver finito di bere il vostro caffè omeopatico. Vi sentite più svegli e più vispi? Pensate bene alla risposta, e all’etica di chi vende pillole di zucchero o sciroppi d’acqua pura.

Bibliografia

1 S. Singh, E. Ernst, Trick or treatment? Alternative medicine on trial, Corgi 2009

2 S. Hahnemann, Materia Medica Pura

3 Appiano, Storia romana

4 http://www.hpus.com

5 http://www.scielosp.org/scielo.php?pid=S0021-25712012000100017&script=sci_arttext

6 http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD001957.pub3/full

7 E. Davenas et al., Nature 1988 Jun 30;333(6176):816-8: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/2455231

8 http://medbunker.blogspot.it/2009/08/omeopatia-lincredibile-caso-del-dottor.html

9 Hirst et al., Nature 1993 Dec 9;366(6455):525-7.

10 http://www.improbable.com/ig/winners/

11 A. Shang et al., Lancet. 2005 Aug 27-Sep 2;366(9487):726-32. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16125589

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