La scienza è (ancora) una cosa da uomini?

TiConZero

di Costantino Pacilio

Esiste un pregiudizio che associa la scienza a un’attività prevalentemente maschile. I dati dimostrano che il pregiudizio di genere non è solo una questione di opinioni personali, ma discrimina in maniera significativa la carriera delle donne.

Una ragazza sarà il nuovo Einstein, è il titolo con cui si potrebbe riassumere una notizia apparsa circa un anno fa sui siti di informazione [1]. La ragazza è una giovane Americana che, nonostante i suoi 23 anni, è già laureata al MIT e studentessa di dottorato in Fisica ad Harvard. Sui meriti di Sabrina Pasterski – questo il suo nome – non ci sono dubbi. La notizia invece si potrebbe derubricare in una tendenza crescente, secondo cui non ci bastano più il racconto e l’analisi del presente, e siamo sempre più bramosi di conoscere il futuro prossimo, di sapere “cosa sta per succedere”. Non spetta a me, né a questa rubrica, analizzare il fenomeno.

Mi vorrei piuttosto soffermare su un dettaglio, che forse a una prima lettura cade in secondo piano. L’articolo riporta le parole di Peggy Udden, segretaria esecutiva del MIT, secondo cui la prima volta che la Pasterski si presentò alla commissione, il suo talento la stupì “non tanto perché fosse così giovane, ma soprattutto perché era una ragazza”.

È proprio questo il punto: esiste un pregiudizio che associa la scienza a un’attività prevalentemente maschile, e quando una donna raggiunge un livello scientifico molto elevato ci si stupisce, o al più lo si considera un fatto insolito. È vero che simili pregiudizi nei confronti delle donne esistono in molti altri ambienti. Ma è anche vero che, in una società in cui la scienza e la tecnica esprimono sempre di più le leadership decisionali ed economiche, è importante che il cambiamento avvenga anche e soprattutto in questi settori.

L’origine del problema è radicata nelle tradizioni: le attività intellettuali sono tradizionalmente associate all’uomo, e sono state tradizionalmente praticate dall’uomo. L’accesso dell’istruzione e dell’insegnamento superiore alle donne è una conquista relativamente recente [2], che non si è ancora veramente integrata nelle nostre abitudini. E’ chiaramente opinione comune che non ci siano differenze di intelligenza tra uomini e donne, a maggior ragione negli ambienti scientifici, che si sforzano di essere quanto più oggettivi e liberi dai pregiudizi. Ma statisticamente e inconsciamente si agisce ancora sulla scorta della tradizione.

Ad esempio, in un esperimento condotto negli Stati Uniti, è stato chiesto a 127 professori di fisica, chimica e biologia di valutare un curriculum fittizio per un posto di direttore di laboratorio. Ebbene, gli autori hanno riscontrato che, cambiando il nome del candidato da John a Jennifer, la proposta di salario annuo diminuiva in media di circa 3700 dollari. [3] Questo è solo un esempio di come il pregiudizio di genere non sia solo una questione di opinioni personali, ma discrimini in maniera significativa la carriera delle donne.

Lo stato occupazionale delle donne nei settori della ricerca e dell’innovazione, infatti, è penalizzato sotto ogni punto di vista: le donne sono numericamente meno presenti, guadagnano di meno, hanno contratti più precari e tendono ad abbandonare il lavoro per dedicare più tempo alla famiglia. Nel 1998 il Consiglio dell’Unione Europea riconobbe ufficialmente la sotto-rappresentanza delle donne nelle posizioni scientifiche, e il bisogno di politiche che rimuovessero gli ostacoli alla loro carriera.

Gli stati membri hanno promosso, e promuovono tuttora, misure specifiche che comprendono: lo stanziamento di fondi per l’assunzione di donne; il raggiungimento graduale della parità di genere tra i membri dei consigli decisionali e nelle commissioni valutative; la creazione di asili attigui agli istituti di ricerca per assistere le mamme nei loro impegni familiari. I passi in avanti oggettivi che sono stati compiuti non sono sufficienti a ritenere che il problema sia ormai alle spalle. Infatti, se da un lato è vero che “si sta risolvendo”, è vero anche che lo si sta facendo ad un ritmo che rischia di tagliare fuori dal cambiamento l’ennesima generazione di donne.  Guardando i dati, il quadro diventa ancora più chiaro.

Si tratta dei dati presentati in “She Figures 2015” [4], un rapporto dell’Unione Europea che, ogni tre anni a partire dal 2003, monitora l’evoluzione delle donne in tutti i livelli della carriera accademica. Il dato probabilmente più significativo, che ha un forte impatto visivo, è contenuto nel grafico qui sotto.

Le donne sono numericamente meno presenti, guadagnano di meno, hanno contratti più precari e tendono ad abbandonare il lavoro per dedicare più tempo alla famiglia.

 

Il grafico [Figura 6.1] mostra la percentuale, aggiornata al 2012, di donne e uomini a partire dalla frequentazione dell’università (a sinistra) fino ad arrivare al grado di professore di massimo livello (a destra). Si vede chiaramente che, nei corsi universitari e in quelli di dottorato, le percentuali sono molto bilanciate. Addirittura, nelle fasi inziali, il numero di donne è maggiore di quello degli uomini. Man mano che si procede, però, accade un’inversione di tendenza finché, al livello più alto, le donne rappresentano solo il 21% del totale.

È un tipico diagramma a forbice, in cui la forbice è visibilmente molto aperta, sebbene si stia lentamente chiudendo. Nel 2007, infatti, le donne al livello più alto rappresentavano il 18%, nel 2003 il 15%, e nel 1999 il 13 %. In generale, ad ogni rilevazione, la proporzione femminile è sempre aumentata. È chiaro però che è ancora troppo poco: con un ritmo del 3% ogni quattro anni non si potrà raggiungere l’equità in tempi ragionevolmente brevi. Bisogna comunque considerare anche il fattore generazionale: infatti, nei gruppi di ricerca formati più di recente, le donne con una posizione di leader sono già il 49%. È quindi ragionevole aspettarsi in futuro un assottigliamento più rapido delle differenze.

Il grafico precedente riguarda tutte le aree di studio e di ricerca. Se si ripete la stessa analisi specificatamente per le materie ingegneristiche e le scienze naturali [Figura 6.2], allora non c’è neanche l’effetto forbice, e le donne sono nettamente inferiori agli uomini a tutti gli stadi. Addirittura, al livello di carriera più alto, la presenza femminile si attesta ad un modestissimo 13%. Queste materie mal figurano anche nei dati relativi alle differenze di stipendio. Infatti, se nell’intera economia le donne guadagnano in media il 16.6 % in meno degli uomini, nel solo settore ricerca e innovazione il divario sale invece al 18%. I numeri sono molto simili negli Stati Uniti d’America [3].

Una delle principali difficoltà che si incontra, quando si cerca di porre all’attenzione questo problema, è la sua negazione da parte dell’ascoltatore. Esiste una percezione molto scarsa del pregiudizio di genere, in relazione alla sua reale entità, sia tra gli uomini che tra le donne. È per questo che abbiamo dedicato uno spazio alla descrizione dei dati: noi crediamo che la conoscenza dei fatti sia necessaria ad esprimere delle opinioni ragionevoli. Chi volesse approfondire, può scaricare il rapporto She Figures 2015 gratuitamente dal sito dell’Unione Europea [5].

Posto che in una società basata sulla conoscenza scientifica le tradizioni devono essere messe in discussione, invece che diligentemente preservate, impegnarsi a riconoscere e a ridurre il gap di genere nella scienza diventa un’attività essa stessa scientifica. Naturalmente, per il buon esito di questi buoni propositi, è fondamentale che vi corrisponda una politica che se ne faccia carico. Oggi la presenza di una simile volontà politica ci sembra scontata, e forse non vediamo neppure all’orizzonte una minaccia di involuzione.

Eppure oltreoceano abbiamo dovuto sentire, tra gli umori della campagna politica statunitense, che si era fatto troppo per i neri durante l’amministrazione Obama e che i bianchi erano stati trascurati. E abbiamo imparato che non è necessario che questi risentimenti siano covati da una maggioranza, affinché possano far guai. Speriamo perciò che questo nostro intervento contribuisca, anche in minima parte, a dotare il lettore di quella cultura della realtà, che è l’unico vaccino contro il ritorno degli spiriti reazionari.

 

NOTE

[1] Huffington Post Italia [ LINK: http://www.huffingtonpost.it/2016/12/19/sabrina-paterski-millennial-erede-albert-einstein_n_13718320.html ], 19 Dicembre 2016.

[2] Wikipedia, Timeline of Women’s education [ LINK: https://en.wikipedia.org/wiki/Timeline_of_women%27s_education].

[3] Nature News, Inequality quantified: Mind the gender gap [ LINK: https://www.nature.com/news/inequality-quantified-mind-the-gender-gap-1.12550 ]

[4] Gender Portal, She Figures 2015 Report. The Good and the Bad News [ LINK: http://www.genderportal.eu/blog/she-figures-2015-report-good-and-bad-news  ]

[5] Portale Open Data dell’Unione Europea, She Figures 2015 [ LINK: https://data.europa.eu/euodp/it/data/dataset/she-figures-2015-gender-in-research-and-innovation ]

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