Le Streghe della Città

DISERTORI

Di Carlotta Giauna

“Non scherzate ragazzi

due sono scese dal tram desiderio.

Le streghe hanno carne, hanno seno, hanno gambe, hanno ventre.

Di giorno vi danno i bacetti, di notte le angosce.

Non serve nascondersi giù nelle cantine

Non serve sprangare le porte e i cancelli.

Nessun può fermare le belle streghine.

Per strada, al teatro, al caffè,

vi fanno dei dolci saluti

voi subito un bel sorriso

e il vostro destino è deciso ragazzi, siete perduti.

Le streghe, uh! Uh! Uh!

Siamo nel 1969 e Dino Buzzati conclude la stesura di un capolavoro che può essere definito il primo esempio di graphic novel italiana: “Poema a fumetti”.

 Riprendendo il mito di Orfeo ed Euridice, ci propone uno sconvolgente ed immaginoso inferno contemporaneo, attualissimo dipinto anche del costume sessuale libertario appena sbocciato.

 Nella sua riscrittura rappresenta una Milano “dechirichiana”, notturna e deserta ma densa di spiriti, in cui delle concupiscenti sirene omeriche, conturbanti ammaliatrici, tentano di incantare gli uomini con tutta la loro burrosa carnosità. Orfi, non si lascia distrarre e prosegue la ricerca di Eura…

Le rapacissime veneri in questo caso rappresentano simbolicamente come da “topos”, un allontanamento dall’obiettivo del protagonista, ossia il cammino verso il ricongiungimento con l’amata angelicata. L’autore coglie però in queste “Streghe meneghine” anche un aspetto di ostentata voracità frutto delle espressioni sessuali ormai rinnovatesi dagli anni sessanta in poi.

 Un offrirsi alla società dei costumi con lasciva imprudenza tanto da generare nel maschio un’eventuale leggittimità all’abuso e alla molestia?

Una cosidetta legittimizzazione allo sturpo è però antica quanto il principio stesso dell’esistenza.

I bottini bellici, l’obbligo alla prostituzione e gli stati di prigionia psicologica femminile, come nel caso delle “comfort women” durante il secondo conflitto mondiale, sembrano appartenere ad un universo troppo lontano nonostante i decenni di separazione siano relativamente pochi sulla storia di una civiltà millenaria. Sembrano averci fatto trascurare se non obliare che nessun progresso od evoluzione può sradicare una pulsione generata da un atto di predominio.

Come ritenere assurde nell’anno del signore 2017 certe forme di “violenza”?

La cronaca nera è fonte di ristoro e viene venduta a peso di rigurgito animale, ma viviamo inconsapevolmente o almeno in apparente cognizione gli effetti del sensazionalismo dell’efferatezza  dato da un continuo rigetto di casi e notizie, se per di più possono avere un ritorno mediatico di stampo terroristico.

Perchè proseguiamo a credere che l’evoluzione dei costumi e consumi debba rendere l’individuo consapevole e quindi ostile fisicamente alla violenza carnale? Ma soprattutto, perchè il deflagrante, moderno stupore di fronte ad ennesime e ripetute brutalità?

E’una forma negazionista moderna nei confronti di un illuminismo vichiano in cui importanza del linguaggio, del mito e delle tradizioni come fonti per la comprensione della storia primitiva, prima dell’acquisizione da parte dell’umanità di una coscienza critica. Ricercando le cause degli eventi storici, si può con sicurezza ricostruire lo sviluppo delle società moderne in una ciclicità antropologica che può essere drammaticamente per l’appunto, quella della violenza sessuale.

Gli antichi greci consideravano lo stupro di una donna in tempo di conflitto “un comportamento socialmente accettabile nelle regole di guerra”, e i guerrieri consideravano le donne conquistate come “un frutto  legittimo, utili come mogli, concubine, schiave o trofei del campo di battaglia”, inclusive di proprietà acquisite. Un modo per misurare la vittoria, parte della prova della mascolinità e del successo del soldato, come nella latinità del “Ratto delle Sabine”.

“Il ratto delle sabine”

Jean De Boulogne aka Giambologna

1574-1580

Loggia dei Lanzi, Piazza della Signoria

Firenze

 Ne “Los desastres de la guerra “, estesissima opera incisoria di Francisco Goya realizzata dal 1810 al 1820, egli realizza, delineando con crudo tratto, un numero cospicuo di stampe sulle violenze sessuali perpetrate dall’esercito napoleonico durante la guerra d’indipendenza spagnola.

“No quieren”

“Amarga precencia”

Goya testimonia il fallimento delle idee, che portano ad una perdita di identità, che condiziona in questa specificità moderna anche il lato sessuale.

La questione è resa travisabile dal continuo gioco di ruoli che la suddetta figura femminile vuole interpretare dall’avvento del III millennio, un maschio femminino che rifiuta ogni bellezza della propria vera peculiarità di genere. La vendetta della donna su secoli di soprusi subiti si riduce a farsi filmare amatorialmente mentre pratica una fellatio, per poi impiccarsi nel garage di casa un anno dopo, a “selfarsi”un culo un po’ troppo esuberante con dotta citazione allegata.

La femmina, negli ultimi cinquantanni è passata socialmente da un “non ancora” ad “un ormai” troppo rapidamente, creando un gap incolmabile fra la propria pura natura e ciò che il consumismo, perfida eminenza grigia, reclama. Essa esegue il gioco al massacro che il consumatore visivo pretende.

La sentenza “Conosci te stesso”, iscritta sul tempio di Apollo a Delfi intima agli uomini (e per uomo intendo anche la donna come disse Amleto), di conoscere la propria limitatezza e finitezza. In un mondo fallocentrico in cui la donna è ingenuamente convinta di ribaltare le sedimentazioni socio culturali che la vedevano simbolo mitologico, lunare, legata alle fasi stagionali della vita e della morte, tutte le emancipazioni si riducono a cortei e manifestazioni più stantie dei vetero suffraggettiani reggiseni bruciati.

La donna non ha vera coscienza di chi è stata e di chi è, non si conosce e non si è mai conosciuta perchè si è sempre solo riprodotta in funzione del desiderio che la proprietà intellettuale maschile le imponeva, dalla prostituzione come manuale di sopravvivenza materiale alla prostituzione come manuale di sopravvivenza visuale. La società si finge asessuata ma non calcola che il prezzo è un incrudimento ancora più forte di certe forme di violenza fisica. Se da una parte il piatto della bilancia su cui giace incorporea l’asessualità propagandistica è sospinto verso un nulla cosmico, quello pesante e sanguinolento della violenza fisica, è schiacciato gravitazionalmente da tutto il grande peso confusionario, generatore dello squilibrio poi fatale ed illusorio che la donna sia immune da certe brutalità.

“L’emancipazione” erotica femminile ha generato realmente un’inconsapevole provocazione ambulante, rendendo quindi l’abuso sessuale e la molestia non assolutamente giustificabili, ma mercificatorie.

La donna non realizza che il “Te la sei andata a cercare” si è sostituito naturalmente allo stupro di guerra, al matrimonio combinato. Perchè la violenza non può essere erroneamente sradicata ma in qualche modo giustificata.

La donna consapevole del declino ed arresasi ad esso si è definitivamente spogliata rendendo la propria figura ancora più ambigua, in perenne equilibrio fra un fascino smarrito ed una mascolinità  goffa e un po’ grottesca. L’emancipazione probabilmente ha fatto perdere alla donna il vero vigore “pasionario” di quelle autentiche intellettuali che non brandivano forconi rosa o peni sulle picche, ma con la reale consapevolezza della proprie facoltà intellettive sovvertivano con la cultura il ruolo partriarcale. La femmina nella storia della civiltà, ha ricoperto il ruolo di strega, di visionaria, di  martire, di fragile eroina, di santa. La stessa canonizzazione di Maria Goretti la si deve ad un tentativo di violenza carnale sfociato in brutale omicidio.

 Una “Scienza Nuova” serve a ben poco se poi la donna, con rischioso e vaporoso spirito si presta a socio celebrazioni da network  come “Sagre dei soffoconi” o “Festival della patata”, perchè la barriera fra autoironia ed umiliazione è labilissima. La rivoluzione sessuale è pubblicitaria, lo stupro si vende a buonissimo mercato e il cliente non bussa neanche più alla porta per chiedere consenzienza. La donna è una voragine già spalancata, senza spioncino.

La liberalizzazione delle tradizioni al femminino degli ultimi decenni, che grida la rabbia, la scelta, l’individualità non sono che un’ancella di duttile plastica con la bocca divaricata ed i seni abnormi, in uno stato di shell-shocked da abuso corporeo ed in balia della propria natura incompresa.

Se le donne fanno proprio un cameratismo antitetico fatto di promettenti marcette, di “female pride” che durano il tempo di una colazione e di rivolte è perchè convinte di acquisire forza dalla stessa strumentalizzazione economico maschile che la vorrà sempre adeguatamente indipendente.

Meno “marce su Roma”, meno “passi dell’oca sui tacchi”, meno maratone della dignità ferita, immersioni nel vittimismo più radicato.

Il sogno di una benevola metamorfosi dei tempi ti salta addosso e sono sogni folli, mostri dalle ali di pipistrello e dal muso di gatto.

L’uomo ti sfregia viso ed anima, ti penetra e ti uccide, ma l’uomo fondamentalmente è, una donna che non ce l’ha fatta.

“Vedo sì, Prometeo,

e voglio darti il consiglio migliore, anche se tu sei già astuto.

 Devi sempre sapere chi sei e adattarti alle regole nuove:

 perché nuovo è questo tiranno che domina tra gli dei…”

(Eschilo, “Prometeo incatenato”)

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