Comunicazione scientifica e post-verità / 2: Perché lo scienziato deve imparare dall’oratore

(Leggi qui il primo intervento Comunicazione scientifica e post-verità: una sfida politica ed etica)

La scienza sotto attacco

La nostra società sta sperimentando gli effetti della progressiva sfiducia verso l’istituzione scientifica, che si manifestano in maniera variegata: rifiuto delle vaccinazioni; ritorno ai “rimedi naturali”; ricorso alla “medicina alternativa” in opposizione ai “farmaci imposti dalle case farmaceutiche”; negazione del cambiamento climatico; etc.

È chiaro che non si tratta di quello scetticismo che fa seguito alla discussione epistemologica – pur molto interessante – sui fondamenti della conoscenza scientifica. Si tratta bensì della circostanza per cui, nello sviluppo delle opinioni, i fatti obiettivi non valgono di più – o addirittura valgono di meno – del ricorso all’autorità e ai pregiudizi personali [1]. È questa perdita di valore dell’analisi dei fatti che prende il nome di post-verità. Così ad esempio la convinzione che un rimedio naturale sia migliore di un farmaco specialistico è post-vera, quando non si basa su una analisi comparativa dell’efficacia, ma su una generica saggezza popolare che esalta la purezza dello stato di natura e delle cose fatte in casa, e sulla diffidenza istintiva verso il farmaco in quanto prodotto di un processo chimico industriale.

Se fino ad alcuni anni fa si trattava di espressioni circoscritte, e ci si poteva permettere di sorriderne con sufficienza, oggi la loro diffusione è amplificata dalle casse di risonanza dei social media, e bisogna perciò piuttosto considerarle come dei potenziali problemi sociali. Ne è un esempio il recente dibattito italiano sull’introduzione dell’obbligo di vaccinazione [2].

Ma c’è di più: queste istanze stanno trovando una sponda politica in una aspirante classe dirigente, che appare interessata a smantellare le istituzioni scientifiche, sia perché essa stessa animata da convinzioni post-vere, sia per rimuovere ostacoli ad interessi economici particolari. Ne avevamo parlato in Il futuro incerto della scienza sotto l’amministrazione Trump, osservando come negli Stati Uniti d’America sia già in atto questo tentativo di decostruzione. Per dare l’idea della dimensione politica che il dibattito ha assunto: Lamar Smith, il presidente Repubblicano della commissione scientifica della Casa Bianca (House science committee), ha detto davanti a un pubblico plaudente che d’ora in poi si riferirà alle “scienze del clima” come alle “scienze politicamente corrette”.

Non è sbagliato – anzi è doveroso – affermare che negli Stati Uniti i valori della scienza sono sotto attacco, e che anche in Italia si stanno determinando le condizioni potenziali affinché ciò avvenga. Per difendere i propri valori, gli scienziati devono partecipare attivamente alla discussione pubblica per orientare il consenso, perché non serve a niente avere la ragione se questa non viene riconosciuta. Ma quali sono le forme più efficaci di attivismo scientifico?

Una comunicazione poco strategica

Tim Requarth, insegnante di science writing alla Columbia University, ha cercato di spiegare perché agli sforzi comunicativi degli scienziati siano finora corrisposti effetti limitati. In un articolo intitolato Scienziati, smettete di pensare che spiegare la scienza migliorerà le cose, pubblicato sulla rivista online Slate, Requarth ha puntualizzato una scarsa visione strategica nella comunicazione scientifica.

Prendendo spunto proprio dalla provocazione del Repubblicano Smith, Requarth argomenta che il problema è politico, prima ancora che didattico. Molti scienziati pensano, con troppo semplicismo, che il consenso popolare si discosti dal consenso della comunità scientifica laddove c’è un’ignoranza, cioè una mancanza di conoscenza scientifica; di conseguenza si prodigano in lunghe spiegazioni scientifiche – prevalentemente su testate nazionali per raggiungere una fetta di pubblico più vasta – allo scopo di colmare questo “gap di informazione” e riallineare il consenso.

Al contrario, l’esperienza mostra come spesso queste operazioni di debunking da sole siano inefficaci, quando non addirittura controproducenti. “Quando si presentano fatti in conflitto con il punto di vista individuale – scrive Requarth – risulta che gli individui si irrigidiscono ancora di più nelle proprie posizioni iniziali. Gli psicologi lo hanno battezzato backfire effect.” Ne avevamo parlato nel nostro primo intervento. Il consenso scientifico dunque, anche quando viene riconosciuto, non viene accettato.

“Con questo non si vuole dire che gli scienziati dovrebbero ritornare al loro banchetto e stare zitti – continua Requarth – Essi dovrebbero piuttosto imparare a comunicare la scienza strategicamente. Potrebbero avere più fortuna se, oltre a presentare fatti e figure, si appellassero alle emozioni. Una comunicazione che si appelli ai valori, non solo all’intelletto, può essere di gran lunga più efficace.”

Gli scienziati dovrebbero interagire di più con le comunità locali e dialogare direttamente con le piccole realtà, invece di scrivere paginate sulle testate nazionali. Oltre a spiegare come funziona il clima e perché è vero che il riscaldamento climatico è antropogenico, ad esempio, farebbero bene a sensibilizzare l’auditorio spiegando come il cambiamento climatico minaccerà la salute pubblica o l’economia locale. “Le capacità richieste non sono quelle di un professore universitario, bensì quelle di un oratore.”

Dalla teoria alla pratica

Lo scorso Dicembre Jacqueline M. Vadjunec, professoressa associata al dipartimento di Geografia della Oklahoma State University, ha pubblicato su Nature l’intervento Come Woody Guthrie ci può aiutare a combattere per la scienza. Vadjunec commenta la propria esperienza di insegnamento in una terra dove è molto alto lo scetticismo verso la lotta al cambiamento climatico, e il suo racconto va nella direzione indicata da Requarth.

“Mi rendo conto che molti dei miei studenti hanno famiglie occupate nell’industria del gas e del petrolio. Li vedo regolarmente confrontarsi a fatica con le contraddizioni locali. […] Ho imparato che impegnarsi ad ascoltare (invece che a convincere) i contadini e i ranchers, che si preoccupano di preservare la propria terra e i propri mezzi di sostentamento, è un buon modo di aprire un dialogo. Alle persone dell’Oklahoma interessa davvero la sostenibilità a lungo termine delle proprie risorse naturali, ma spesso usano un linguaggio diverso rispetto a quello degli scienziati e dei funzionari.”

Vadjunec combatte la propria battaglia per i valori della scienza attraverso piccole azioni di dialogo giorno per giorno. “L’Oklahoma è anche la patria del cantante di protesta Woody Guthrie, un esempio di spicco della lotta di classe degli anni Trenta e della battaglia tra i valori rurali e quelli urbani. Se Woody poté usare la voce per farsi sentire, anche gli scienziati possono farlo.”

Scienza politica e scienza retorica

Nello scritto provocatorio Contro il metodo, il filosofo Paul Feyerabend scrisse: “E se le vecchie forme di argomentazione si rivelano una causa troppo debole, questi difensori non devono o rinunciare ad esse o far ricorso a mezzi più forti e più “irrazionali”? […] Persino il razionalista più rigido sarà allora costretto a smettere di ragionare e a usare la propaganda e la coercizione, non perché alcune fra le sue ragioni abbiano cessato di essere valide, ma perché sono scomparse le condizioni psicologiche che le rendevano efficaci e capaci di influire sugli altri. E qual è l’utilità di un’argomentazione che non riesce a convincere la gente?”

Anche se le parole di Feyerabend hanno un accento aggressivo di dichiarato intento provocatorio, segnalano qual è il nòcciolo della questione: che le argomentazioni razionali non bastano a convincere chi scienziato non è.

Gli scienziati guardano per lo più con sospetto alla retorica e a quegli espedienti del discorso che servono a catalizzare il consenso. È un atteggiamento che riflette l’insegnamento della scienza stessa, in cui gli enunciati emotivi o ideologici vengono rigettati, e si conferisce valore solo agli enunciati denotativi. Eppure, mentre gli scienziati tengono fede ai propri ideali, una cultura alternativa capace di proporsi in maniera più accattivante sta lentamente erodendo il loro bacino di fiducia. Essi perciò dovrebbero scendere a compromessi con la dura realtà, e comprendere che una comunicazione efficace non è solo quella che insegna, ma anche che quella che raccoglie il consenso intorno a ciò che si insegna. E l’accento sul consenso è tanto più appropriato, quanto più il terreno della contesa sta diventando quello della politica.

di Costantino Pacilio

NOTE

[1] Accademia della Crusca; Viviamo nell’epoca della post-verità?

[2] Scienza in rete; Vaccinazioni: che cosa intendiamo quando parliamo di obbligo

Bruciare tutto: Walter Siti rinuncia alla speranza come gesto politico

Di Gerardo Iandoli

L’ultimo romanzo di Walter Siti, che affronta un tema come la pedofilia, ha suscitato numerose reazioni, anche piuttosto forti, nella stampa italiana. L’obiettivo di questa recensione è quello di distaccarsi dall’atteggiamento sensazionalistico o scandalistico per porre di nuovo al centro dell’attenzione la letteratura, alla quale questo testo fermamente appartiene. Leggi tutto “Bruciare tutto: Walter Siti rinuncia alla speranza come gesto politico”

Artista realizza murale di Michelle Obama a Chicago: ma è un plagio, e scoppia la polemica

murale Mihelle Obama

Un murale dell’ex first Lady Michelle Obama è stato realizzato, nelle ultime ore, su un edificio nel quartiere di Chicago dove ha vissuto da bambina ma quello che a prima vista potrebbe sembrare un progetto innocuo ha scatenato un intenso dibattito per ragioni che vanno al di là della politica. Leggi tutto “Artista realizza murale di Michelle Obama a Chicago: ma è un plagio, e scoppia la polemica”

La scoperta: le ‘due fanciulle’ abbracciate di Pompei sono uomini, erano amanti?

Le “due fanciulle” di Pompei potrebbero presto cambiare nome. Il famoso calco di due corpi abbracciati ritrovato nella casa del Criptoportico agli inizi del Novecento, nel corso degli scavi di Pompei, ha rivelato, grazie ad un’attenta analisi della Tac e del Dna, una verità decisamente diversa da quanto fino ad oggi ci si aspettava. Quello dell’abbraccio delle due fanciulle era da tempo considerata un’immagine iconica della tragica distruzione di Pompei, nonchè un simbolo dell’amore umano: si tratta di due delle centinaia di persone rimaste ‘sepolte’ nella cenere in seguito all’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Ebbene se fino a poche settimane fa gli archeologi ritenevano che si trattasse di due donne cinte in un abbraccio, i nuovi studi hanno confermato che sarebbero in realtà due uomini stretti tra loro, il più giovane dei quali con il capo affondato nel ventre dell’altro. Il direttore generale Massimo Osanna, nell’ufficializzare la notizia ha dichiarato: “l’utilizzo delle indagini antropologiche e di Dna si rivela sempre più uno strumento fondamentale per la conoscenza scientifica perché sono in grado di dare certezza in campo archeologico a quelle che un tempo potevano essere solo delle ipotesi”. Secondo quanto emerso uno dei due uomini aveva 18 anni ed il secondo 20 anni o poco più: “abbiamo sempre immaginato che si trattasse di un abbraccio tra donne. Ma una Tac e l’analisi del Dna hanno rivelato che sono uomini”. E non è tutto: Secondo quanto riferito da Osanna al Telegraph, “non si può dire con certezza che i due fossero amanti ma considerando la loro posizione è possibile effettuare questa ipotesi pur essendo difficile affermarlo con certezza”.

Anche se non è possibile, nel caso della seconda persona, affermare senza esclusione di dubbio che si tratti di un uomo, a causa del Dna altamente degradato, le nuove ipotesi vanno ora in quella direzione, completamente diverse rispetto a quanto ipotizzato nel 1914, anno del rinvenimento, quando l’allora soprintendente Vittorio Spinazzola reputò si trattasse di due donne. Le analisi, si legge in una nota, “sono state condotte mediante ricostruzione della sequenza di Dna su campioni costituiti da un dente e da frammenti ossei, previa pulizia e polverizzazione, e hanno inteso indagare anche le presunte relazioni di parentela per linea materna (le uniche rilevabili da indagini Dna), che non è stato possibile dimostrare”. Certo, è probabile che i due ragazzi si trovassero in quella posizione perchè terrorizzati e non necessariamente perchè fossero amanti: tuttavia è interessante notare che la ricerca scientifica ha escluso relazioni di parentela ovvero che fossero, ad esempio, fratelli. Che tra i due ci fosse un legame affettivo e sentimentale rimarrà dunque un’ipotesi che probabilmente non sarà mai possibile dimostrare.

Daniele Orlandi

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Apparizioni di Medjugorje: secondo il vescovo di Mostar Ratko Peric non sono mai esistite

Le apparizioni di Medjugorje hanno un fondo di verità o ci troviamo di fronte ad una forma di business economico mascherato da miracolo? Una domanda che in tanti si pongono da anni, considerato il fatto che quello che viene considerato l’ultimo grande mistero del cristianesimo ha generato un giro d’affari di portata incredibile. Dal 24 giugno 1981, anno della prima apparizione della Vergine Maria che verrà in seguito venerata con il titolo di ‘Regina della Pace’ ad oggi, secondo una ricerca, la storia raccontata da un ragazzo che vi aveva assistito su un giornale di Zagabria, ha fruttato ben 11 miliardi di euro, dei quali ben 290 milioni sarebbero stati incassati direttamente dai frati sotto forma di donazioni. Una cifra abnorme, troppo alta per poter escludere completamente che il tanto osannato ‘mistero’ abbia in realtà una concretezza materiale ben lontana da apparizioni e miracoli. Ma ovviamente sia i frati francescani che i veggenti che gestiscono la liturgia legata alla Madonna di Medjugorje hanno tutto l’interesse a mantenere un alone di mistero su quello che accade nella piccola località del comune di Citluk, parte del cantone dell’Erzegovina-Narenta, in Bosnia ed Erzegovina.

Sulla questione la Chiesa non si è mai espressa ‘nitidamente’ esprimendo un giudizio a mezza via datato 1991, quando i vescovi dell’allora Jugoslavia diffusero, in seguito ad un incontro a Zara, una dichiarazione congiunta affermando che “sulla base di quanto finora si è potuto investigare, non si può affermare che abbiamo a che fare con apparizioni e rivelazioni soprannaturali”. Fin qui dunque nulla di nuovo se non fosse che, ad aggiungere carne al fuoco, ci ha pensato nientemeno che il vescovo di Mostar Ratko Peric, il quale ha pubblicato un documento sul sito della diocesi, i cui contenuti andrebbero di fatto a smentire l’autenticità di tutte le apparizioni di Medjugorje, comprese quelle storiche nel corso delle quali la Madonna avrebbe comunicato ai veggenti ‘dieci segreti’. Secondo il vescovo non solo non si sarebbe verificata apparizione alcuna ma, ha raccontato “la figura femminile che sarebbe apparsa a Medjugorje si comporta in modo del tutto diverso dalla vera Madonna, Madre di Dio, nelle apparizioni riconosciute finora come autentiche dalla Chiesa.”

Il vescovo ha pertanto affermato che “tenendo conto di tutto quel che è stato esaminato e studiato da questa Curia diocesana, incluso lo studio dei primi sette giorni delle presunte apparizioni, si può pacificamente affermare: La Madonna non è apparsa a Medjugorje! Questa è la verità che sosteniamo, e crediamo nella parola di Gesù, secondo cui la verità ci renderà liberi”, andando di fatto a confermare che nel piccolo centro della Bosnia-Erzegovina, presso il quale arrivano annualmente migliaia di pellegrini, la Madonna non sarebbe mai apparsa. Nel documento, pubblicato pochi giorni prima dell’arrivo a Medjugorje di Henryk Hoser, arcivescovo di Varsavia, si legge: “di solito non parla per prima; ride in maniera strana; a certe domande scompare e poi di nuovo ritorna; obbedisce ai “veggenti” e al parroco che la fanno scendere dal colle in chiesa sebbene controvoglia. Non sa con sicurezza per quanto tempo apparirà; permette ad alcuni presenti di calpestare il suo velo steso per terra, di toccare la sua veste e il suo corpo. Questa non è la Madonna evangelica“. Hoser è stato inviato da Papa Francesco proprio per acquisire più approfondite conoscenze della situazione ovvero verificare se l’attività pastorale tenuta a Medjugorje fosse in linea con la dottrina cattolica.

Occorre sottolineare che, prima del documento del vescovo, erano state pubblicate le conclusioni di diverse commissioni attive dal 1982 al 1990 e dal 2010 ad oggi, l’ultima delle quali, formata da cardinali e teologi e presieduta dal cardinale Camillo Ruini, si è costituita per volere di Papa Benedetto XVI. Ha portato avanti i lavori di studio e ricerca per ben cinque anni, fino al 2015, quando sono state pubblicate le conclusioni in seguito consegnate a Papa Francesco. La commissione aveva però riconosciuto la natura sovrannaturale, esprimendo un parere favorevole, delle prime apparizioni avvenute nel 1981, sospendendo invece il giudizio per tutte le presunte apparizioni avvenute negli anni seguenti.
Il vescovo di Mostar ha però ribaltato ogni conclusione, pronunciandosi contro tutte le apparizioni, comprese le prime, e sottolineando, nel nuovo documento: “Sebbene talvolta si sia detto che le apparizioni dei primi giorni potrebbero essere ritenute autentiche e che poi sarebbe sopraggiunta una sovrastruttura per altri motivi, in prevalenza non religiosi (…) con piena convinzione e responsabilità esponiamo i motivi per cui appare evidente la non autenticità dei presunti fenomeni. La posizione di questa Curia per tutto questo periodo è stata chiara e risoluta: non si tratta di vere apparizioni.”

La reazione più forte ed immediata alle parole del vescovo è stata quella del giornalista Paolo Brosio, da anni molto vicino a Medjugorje, il quale ha postato un lungo messaggio sul suo profilo Facebook contro Mostar Peric, parlando di un “attacco frontale senza precedenti alle apparizioni, ai veggenti, ai frati e ai pellegrinaggi di Medjugorje”.

Daniele Orlandi

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Donne lavoratrici: ecco in quali Paesi fanno carriera e il divario con gli uomini è ridotto

Quali sono i Paesi che riservano un miglior trattamento alle donne lavoratrici? Se lo è chiesto The Economist, che ha stilato una classifica basata sull’“indice del soffitto di cristallo”, ovvero su quella barriera sociale, culturale e psicologica ‘invisibile’ che rappresenta un freno inibitore per le donne, impedendo loro di accedere a posizioni di più alta responsabilità e avanzare nella carriera lavorativa al pari dei colleghi uomini. Utilizzata per la prima volta in un articolo pubblicato sul Wall Street Journal nel 1986, questa parola è ancora oggi più che mai attuale, tanto da essere utilizzata come cartina di tornasole della situazione delle donne lavoratrici e delle loro possibilità in molti ambiti d’azione di ricevere un trattamento equo sul posto di lavoro. E quanto emerge nell’ultima analisi diffusa dal settimanale britannico in occasione dell’8 marzo, festa della Donna, è il fatto che tale equità di trattamento sul posto di lavoro è più diffusa nei paesi nord europei ed in particolare in Svezia, Finlandia, Norvegia ed Islanda (che ha fatto il suo ingresso nell’indice)

Il ‘soffitto di cristallo‘, utilizzato per arrivare a questo risultato ha preso in considerazione i dati nazionali sull’istruzione superiore, mettendoli in correlazione con la percentuale femminile della forza lavoro, con i salati ed i costi dell’assistenza all’infanzia. Ma tra gli altri elementi presi in esame vi sono anche le richiesta di iscrizione nelle scuole per l’impresa, i diritti di maternità e la rappresentanza negli incarichi di alto livello, creando un punteggio specifico per ogni Paese ottenuto come media ponderata degli specifici risultati ottenuti nei dieci indicatori esaminati. Indicatori che comprendono, per i risultati di quest’anno, anche i diritti di paternità poichè dagli studi è emerso che laddove i padri prendono congedi parentali, le madri tendono a rientrare nel mercato del lavoro ma non solo; i divari salariali tra l’uomo e la donna risultano meno accentuati ed il tasso di occupazione femminile risulta più alto.

Nei Paesi del nord Europa le percentuali di presenza delle donne nel mondo del lavoro risultano di fatto equiparabili a quelle degli uomini con la Finlandia in testa in fatto di donne che hanno ricevuto un’istruzione superiore rispetto al mondo maschile, il 49% di diplomate all’università contro il 35% degli uomini. Invece in Islanda le donne ricoprono il 44% dei seggi nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate mentre in Norvegia emerge un divario salariale di genere nettamente inferiore (meno della metà rispetto alla media dell’Ocse (15,5%). Analizzando la situazione dell’intera Scandinavia, emerge l’alta presenza di donne nei cda, grazie al meccanismo delle quote che in Islanda e Norvegia va ad aumentare ulteriormente grazie alle quote volontarie all’interno dei partiti politici. In Svezia i seggi parlamentari sono occupati dal 44% di donne mentre in Ungheria, nonostante la ridotta presenza di donna nei cda ed in parlamento, si arriva a 71 settimane pagate al 100% dell’ultimo stipendio nel caso di congedo di maternità con, inoltre, ridottissimi costi di assistenza all’infanzia.

E l’Italia? il Belpaese si trova solo in 22a posizione nella classifica del Glass-Ceiling Index, ovvero il divario salariale è ancora piuttosto accentuato. Basti guardare nelle aule del Parlamento, rappresentato solo per il 31% dalle donne contro il 41,3% dell’Islanda. Mentre la presenza femminile nei cda si attesta solo al 25,3%, contro il 44% dell’Islanda e si sale al 25,8% per quanto riguarda gli incarichi dirigenziali affidati alle donne che, sempre in Islanda, è pari al 39,9%. Agli ultimi posti della classifica vi sono invece il Giappone, la Turchia e la Corea del Sud: il divario salariale è estremamente pronunciato e le possibilità per le donne di trovare lavoro e fare carriera arrivando ad occupare incarichi di responsabilità sono decisamente inferiori rispetto a quelle degli uomini. I dati motrano quanto questi tre Paesi risultino indietro rispetto a quelli scandinavi e alla loro lunga tradizione per arrivare all’uguaglianza di genere.

Daniele Orlandi

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La classifica delle migliori università al mondo: cresce il Politecnico di Milano

Crescono le università italiane ma, su scala mondiale, molto c’è ancora da fare per raggiungere i massimi livelli. E’ quanto emerge dalla fotografia ‘scattata’ da Quacquarelli Symonds nell’ambito del World University, una sorta di classifica dei migliori atenei al mondo sia a livello generale che per singole discipline; per realizzare il ranking, iniziato nel 2004 per valutare i migliori atenei del mondo, sono state prese in esame 185 milioni di citazioni, 149mila risposte dei responsabili delle risrse umane, 305mila da parte degli accademici e ben 49 milioni di papers, allo scopo di tracciare una classifica estremamente accurata. E se le università del Belpaese, globalmente, non risultano ancora sufficientemente competitive, riescono a mostrare la loro forza nelle specificità delle discipline.

Nel ranking generale delineato da Qs infatti, l’Italia si piazza solo al 187° posto con il Politecnico di Milano, che risulta essere però nella top 100 al mondo per 10 discipline ed in particolare in Arte e Design, ambito nel quale passa dalla 10a alla 7a posizione al mondo, regalando il miglior risultato in una singola disciplina mai ottenuto prima d’ora da parte di un’università italiana. Ottimi sono i risultati di questo Ateneo anche in Architettura, dove sale dalla 15a alla 14a posizione, ricofermandosi al 14° posto anche in Ingegneria Civile, ma deve fare i conti con il forte arretramento di Ingegneria meccanica che dalla 18a piazza dell’ultima certificazione Qs, raggiunge addirittura la 29a. Al top della classifica generale, con 36 materie di studio nelle prime 10 posizioni, su un totale di 46 discipline prese in esame, troviamo invece l’Università di Cambridge seguita da quella di Berkeley, California, con 34 piazzamenti.

Si torna in Inghilterra per la terza piazza, con l’Università di Oxford a parimerito con quella americana di Harvard, entrambe con 32 materie ma con Harvard che vanta ben 15 primi posti. La classifica prosegue con tre Atenei nordamericani: si comincia con Stanford, proseguendo con il Massachusetts Institute of Technology e l’Università della California rispettivamente con 32, 21 e 14 piazzamenti; da segnalare i 12 primi posti dell’università del Massachusetts. Un vero e proprio dominio anglo-americano dunque con sei americane e tre inglesi nei primi dieci posti: da segnalare oltre alla London school of economics, che totalizza 13 piazzamenti seguita, all’ottavo posto dall’americana Yale con 12, dalla Eth, il Politecnico federale svizzero con 10 discipline piazzate e, per concludere, con i 10 piazzamenti di Princeton.

Tornando in Italia invece, l’Alma Mater di Bologna risulta essere l’università con il maggior numero di discipline, ovvero 21, con ottimi piazzamenti in Archeologia, dove l’Ateneo bolognese passa dalla 36a alla 32a posizione, in Anatomia (38esima) ed in Legge (47esima). Guardando invece alle macro aree di studio, ovvero Scienze sociali e del Management, Ingegneria e Tecnologia, Arte e Materie umanistiche, Biologia e Medicina, Scienze Naturali, è l’Università commerciale Bocconi di Milano a distinguersi con un buon diciassettesimo posto, migliorando di cinque posizioni, seguita dal Politecnico di Milano, in testa a livello nazionale in Ingegneria e Tecnologia e ventiquattresimo nella classifica internazionale e, 52esimo, il Politecnico di Torino. sulle singole discipline la Bocconi migliora in Economia ed Econometria passando dalla 17a alla 16a posizione ma scende sia in Business e Management (dalla 10a all’11a) che in Finanza (dalla 27a alla 33a).

L’università più frequentata d’Italia è La Sapienza di Roma, che può vantare un 14° posto al mondo in Archeologia mentre è 44a in Fisica e Astronomia, risultando complessivamente nella top 100 al mondo in 13 diverse discipline tra le quali Farmacia, Lingue Moderne, Matematica, Storia ed Atropologia. Sempre nella Capitale, da rilevare l’ottima crescita del Conservatorio Santa Cecilia in Arti dello Spettacolo, che in un solo anno è passato dal blocco tra il cinquantesimo ed il centesimo posto alla 28a posizione. Risaliamo chiudendo l’analisi delle Università italiane tornando al Politecnico di Torino, ottimo lo scatto all’insù di Ingegneria Civile che dal 37° passa al 35° posto e di Architettura, dal 50° al 46°. Chiudiamo con le altre università Milanesi, la Cattolica con 12 discipline ne primi cento posti e l’Università degli Studi con 5 materie nelle prime cento, a cominciare da Farmacia al 46° posto, proseguendo con Filosofia, Legge, Medicina e Lingue Moderne.

Daniele Orlandi

Habermas: il populismo cresce perché la sinistra non lotta più contro le diseguaglianze

La riflessione del filosofo tedesco: occorre dare una forma socialmente accettabile alla globalizzazione economica.

Parole che andrebbero ascoltate e sulle quali meditare: “Come è stato possibile giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi?”. Un interrogativo posto dal filosofo tedesco Jurgen Habermas, in un’intervista a MicroMega: “Solo una marginalizzazione tematica potrebbe togliere l’acqua al mulino del populismo di destra”. “Ci si deve chiedere perché i partiti di sinistra non vogliono porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati”, ha affermato Habermas, secondo il quale “l’unica alternativa ragionevole” allo status quo del “capitalismo finanziario selvaggio” e al nazionalismo “è una cooperazione sovranazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica. L’Unione europea una volta mirava a questo, l’Unione politica europea potrebbe ancora esserlo”.

“I partiti che riservano attenzione al populismo di destra, piuttosto che disprezzarlo, non possono aspettarsi poi che sia la società civile a mettere al bando slogan e violenze di destra”, afferma. Nella sua analisi, si sofferma su quello che definisce “l’egomane Trump”, che “con la sua disastrosa campagna elettorale” ha portato alle estreme conseguenze “una polarizzazione che i repubblicani, a tavolino e in modo sempre più sfacciato, hanno alimentato fin dagli anni Novanta; lo ha fatto però in una forma tale da far sì che questo stesso movimento alla fine sfuggisse totalmente di mano al Grand Old Party, che è pur sempre il partito di Abraham Lincoln. Questa mobilitazione del risentimento ha espresso anche le tensioni sociali che attraversano una superpotenza politicamente ed economicamente in declino”.

Nasce la Biblioteca Digitale Italiana: online 101 archivi e 46 biblioteche

Dalla biblioteca Angelica a quella Casanatense, dall’Alessandrina alla Medicea Laurenziana, dalla Marciana alla Braidense. C’è una vena d’oro sotterranea e nascosta ai più che scorre tra le meraviglie archeologiche, architettoniche e monumentali con cui l’Italia abbaglia i viaggiatori di tutto il mondo: profuma di pagine antiche, preziose e irriproducibili ed è disseminata nel silenzio delle tantissime e bellissime biblioteche italiane. Ma qualcosa sta per cambiare: Leggi tutto “Nasce la Biblioteca Digitale Italiana: online 101 archivi e 46 biblioteche”