Quale sarà l’impatto degli sconvolgimenti politici dello scorso anno sull’economia globale? A rivelarlo è il Misery Index di Bloomberg, attraverso il quale è stato stilato un elenco dei paesi considerati più ‘miserabili’ per quanto riguarda disoccupazione ed inflazione e ci sono sorprese. L’indice infatti viene calcolato unendo sia le previsioni dell’inflazione che quelle della disoccupazione di ogni Paese, restituendo una classifica di quelli che, nel corso del 2017, si impoveriranno di più. Ricordiamo, premessa, che secondo la curva di Phillips un’alta disoccupazione si presenta solo in assenza di un’alta inflazione, in un situazione normale. Vengono a presentarsi entrambe in situazioni particolari dovute a ‘shock’ esterni o a gravi squlibri del sistema produttivo, come nel caso di industria altamente inefficiente o addirittura poco presente al punto da risultare scarsamente rilevante. Premesso questo, passiamo all’analisi della classifica che, per il terzo anno consecutivo, vede in testa il Venezuela, a causa dei crescenti problemi politici ed economici, ma anche di un’industria quasi assente ad eccezione del petrolio, che hanno innalzato l’inflazione a livelli che non è possibile comparare con quella degli altri Paesi. Entrando nel merito, l’unica rilevante esportazione del Venezuela è il petrolio, il cui prezzo è però calato al punto da scatenare una crisi economica senza precedenti, con gravissimi problemi che vanno dalla limitata reperibilità di cibo all’assenza di medicine ad un inevitabile incremento della criminalità. Da metà agosto 2016 i prezzi sono aumentati del 1419% e secondo gli economisti continueranno a salire anche nel corso del 2016.

La graduatoria dei 65 Paesi esaminati vede salire dal 45° al 28° posto la Polonia, segnale di una crescente crisi economia con un aumento dell’inflazione dell’1,8% a gennaio che fa seguito ad un periodo record di deflazione (con conseguente declino della disoccupazione); anche in Romania, Lettonia, Estonia e Slovacchia sono stati registrati aumenti similari a quelli del Paese dell’est Europa. Male anche il Messico che, stando all’indice, è passato dal 38° al 31° posto a causa di un importante incremento dell’inflazione pari al 5%, un aumento dei prezzo legato alla fine dei sussidi governativi all’economia che si è tradotto in un peggioramento della vivibilità, dal punto di vista economico. Movimenti importanti per l’Inghilterra che, dopo la Brexit decisa con referendum popolare, ha perso due posizioni a causa del crollo della sterlina ai livelli più bassi degli ultimi 30 anni, e del conseguente aumento del costo delle importazioni e dell’inflazione, ammortizzata dal crollo del prezzo del petrolio.

In miglioramento la Norvegia, grazie ad una prevista diminuzione dei prezzi, conseguenza dei problemi economici del Paese, che dovrebbero sostenere una ripresa; da segnalare anche il calo di acquisto di petrolio e la basse disoccupazione, stimata intorno al 4,8%. La situazione del Perù dovrebbe essere ugualmente positiva secondo gli economisti che prevedono, di concerto con la Banca Centrale, un miglioramento negli investimenti e nel mercato interno. Il Paese è calato di tredici posizioni in classifica, segnale di una ripresa importante dopo un 2016 caratterizzato dall’aumento del costo del cibo a causa della siccità e alla domanda interna debole, che hanno penalizzato pesantemente il mercato del lavoro.

Situazione diametralmente opposta invece per la Thailandia, considerato il Paese meno ‘misero’ della graduatoria ed un vero e proprio ‘paradiso’ per i pensionati europei grazie all’inflazione ridotta all’osso e alla disoccupazione quasi assente. Poco sopra troviamo invece Singapore, Taiwan, Corea e Hong Kong oltre ad alcuni paradisi europei come Svizzera, Islanda e Danimarca e, in netta crescita, Israele. Tra le altre buone economie, secondo le previsioni per il 2017, dovrebbero esservi Olanda, Ecuador, Russia e Cina, che sta conquistando terreno rispetto agli Stati Uniti (che però rimangono sempre tra i venti Paesi meno miseri del mondo) e che rimane la seconda economia più grande su scala mondiale.

Daniele Orlandi

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L’arrivo a roma di Hostmaker, il più grande gestore europeo di soggiorni Airbnb, sta portando gli operatori storici della Capitale a ripensare al loro approccio nei confronti dei viaggiatori. Quella di Airbnb è stata una vera e propria esplosione nel mondo degli alloggi, giustificata da un fattore: rendere la vita più semplice ai proprietari delle case da affittare per un certo periodo di tempo e offrire ai viaggiatori una nuova esperienza in fatto di alloggio. Società come Hostmaker, nata nel 2014 grazie alla geniale idea del 33enne Nakul Sharma, hanno ulteriormente potenziato questa piattaforma ampliandone la gamma di servizi; in meno di due anni la startup pensata per la sharing economy è infatti diventata una società leader nella hospitality sbarcando a Londra, Parigi, Barcellona e, da poche settimane, a Roma. Se da un lato il sito di Arinbnb permette di trovare il miglior prezzo per il proprietario (grazie ad uno speciale algoritmo studiato ad hoc) la startup consente di organizzare l’intera gestione del soggiorno, con notevoli vantaggi sia per i proprietari delle abitazioni che per gli ospiti che vi trascorreranno alcuni giorni o settimane. In sostanza Hostmaker è in grado di trasformare un appartamento in una vera e propria esperienza a cinque stelle, fornendo una serie di servizi tagliati su misura per l’ospite, che vanno dal cambio della biancheria alla gestione dell’arredamento, fino allo scambio delle chiavi al welcome pack, offrendo di fatto standard di lusso ed un’assistenza personalizzata e disponibile 24 ore su 24, sette giorni alla settimana. E l’idea piace, dal momento che la startup ha ottenuto importanti finanziamenti, tra i quali i 6,5 milioni di dollari erogati da Ventech e Dn Capital.

L’esperienza di Airbnb nasce diversi anni fa, nel 2008, quando è stato lanciato il portale che mette tra loro in contatto persone che dispongono di un’abitazione da affittare e persone in cerca di una camera o di un intero alloggio per brevi periodi di tempo. La società di San Francisco, forte di una quotazione miliardaria più che raddoppiata nel giro di pochi anni, è riuscita a mandare in frantumi modelli di business consolidati, andando a colpire anche il mercato alberghiero: l’Italia, peraltro, è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Francia, nella classifica interna di Airbnb e questo basta per spaventare gli albergatori; con l’arrivo nella Capitale di Hostmaker, poi, gli annunci Airbnb su Roma sono aumentati esponenzialmente e l’impatto sul settore si è fatto sentire. Diverse ricerche dimostrano infatti, numeri alla mano, che Airbnb fa davvero concorrenza agli hotel, sottraendo guadagni agli albergatori, con un impatto sui ricavi degli hotel stimato, nel 2015, tra l’8 ed il 10%.

Il gigante online con oltre 3 milioni di annunci in tutto il mondo supera di gran lunga il milione di camere offerte dal più grande gruppo alberghiero al mondo, Marriott International. A Roma in particolare gli annunci ‘sono spuntati come funghi’, come sottolineato da Bernabo Bocca, presidente di Federalberghi. E gli albergatori sono sul piede di guerra lamentando condizioni di concorrenza sleale legate al fatto che i privati non sono obbligati a pagare le tasse o rispettare le medesime normative ambientali e di sicurezza degli alberghi. I proprietari degli hotel in Italia stanno spingendo per fare in modo che venga creato un registro che consenta al fisco di tenere traccia degli affitti perchè, come sottolineato da Bocca, ‘non siamo contro la concorrenza sana, ma le regole, nel medesimo mercato, devono essere le stesse per tutti’. Ad oggi l’impatto del fenomeno Airbnb sul settore alberghiero in Italia è difficile da valutare: lo scorso anno i turisti nazionali ed internazionali hanno totalizzato un miliardo di notti trascorse in hotel o appartamenti e, secondo l’Istituto Iriss, un ente di ricerca italiano, solo il 40% di queste notti sarebbero state trascorse in un hotel regolamentato mentre il restante 60% sarebbe stato trascorso in affitti di camere o case.

Basti pensare che nel 2016, anno del Giubileo e quindi di grande importanza turistica per la Capitale, non si è registrato un incremento di pernottamenti nelle strutture alberghiere di Roma. “Naturalmente alcune persone hanno deciso di non venire a causa delle preoccupazioni legate al terrorismo, – ha sottolineato Bocca – ma gli altri devono aver affittato appartamenti utilizzando piattaforme come Airbnb“. Ed il prezzo non è l’unico fattore concorrenziale: Aribnb gode di tassi di soddisfazione più elevati rispetto a molti concorrenti, come rilevato da un sondaggio di Goldman Sachs del 2016, secondo cui tre persone su quattro, tra quelle intervistate, hanno riutilizzato il servizio. C’è anche chi, come Douglas Quinby di una società di ricerche di viaggio chiamata Phocuswright, sottolinea che, se comparato a Booking.com o Expedia, utilizzare Airbnb è come recarsi in un Apple Store rispetto a BestBuy. Contestando però il dare troppa importanza ai tentativi di reinventare l’esperienza di viaggio: secondo Quinby lo slogan ‘live like a local’ di Airbnb sarebbe solo branding ma non troverebbe un riscontro concreto perchè ad oggi la maggior parte dei viaggiatori non sono interessati a vivere un’esperienza speciale presso chi li ospita.

Ma pernottare in un appartamento con vista su Piazza di Spagna sembra essere, per i viaggiatori, più soddisfacente che soggiornare in un hotel di lusso nella medesima area della città. anche se non tutti la pensano così, il successo di Airbnb è infatti legato al tipo di esperienza che permette di vivere. I turisti infatti vivono sensazioni ed emozioni più reali sentendosi maggiormente integrati e vicini allo stile di vita della località nella quale si trovano. C’è poi chi come Marc Socker, alla guida di Invesco Real Estate sostiene che l’impatto di Airbnb sul settore alberghiero sia stato sopravvalutato: ‘sta rosicchiando clientela al settore, in particolare dalla fascia più economica del mercato. Ma l’occupazione degli hotel è più alta che mai, grazie ai turisti e viaggiatori provenienti dai mercati emergenti e ai voli a basso costo”.

Insomma c’è anche chi ritiene che, invece di ‘rubare’ clienti, Airbnb abbia dato forma ad un nuovo mercato per i soggiorni in città e spinto gli albergatori a rispondere alla concorrenza con investimenti mirati, come sottolineato anche da Biagio Tumino di Bnbsitter, società di gestione per gli affitti brevi Airbnb con una serie di servizi on demand tra i quali la pulizia, il cambio asciugamani, il check-in ed il check-out. Ha permesso a chi ha un certo budget di trascorrere in città come Roma più di due o tre giorni nel corso dei quali, con quel budget, soggiornerebbe in hotel; inoltre l’aumento della concorrenza ha portato gli albergatori ad incrementare gli investimenti per la ristrutturazione delle strutture più vecchie, con effetti positivi sul mercato. Tumino concorda con Quinby: “oggi gli ospiti Airbnb sono simili agli ospiti di un hotel: si aspettano servizio, qualità ed un frigo pieno. Per una famiglia di quattro persone l’appartamento risulta ovviamente più comodo in quanto è possibile cucinare, prendersi cura dei figli e stare insieme”.

Insomma forse è ancora presto per valutare l’effettivo impatto di Airbnb in Italia ed in particolare in città come Roma: da un lato l’assenza di alcuni servizi, come il concierge disponibile 24 ore su 24, confermano che deve ancora farsi strada nel business del settore, dall’altro le startup che gestiscono diversi servizi correlati all’affitto stanno riducendo il gap con gli hotel. Inoltre negli ultimi due anni Airbnb ha investito molto nel mercato del lusso, con annunci per castelli e case di lusso, elemento questo che potrebbe, sul breve periodo, giocare a suo favore.

Quali sono i vantaggi di Airbnb e quelli degli hotel?

Con Airbnb il risparmio è assicurato ed è anche sostanzioso, solitamente variabile tra il 25 ed il 50% rispetto ai prezzi di un hotel ma la pulizia, a soggiorno terminato, si paga a parte. L’esperienza è assicurata: alloggiando in un appartamento ci si cala completamente nella realtà locale della città; si possono anche ricevere consigli dagli host, poichè sono persone che vivono in quella città, su locali, eventi e monumenti da visitare. Vi sono servizi sempre gratuiti, come il Wi-fi; è presente la cucina e in alcuni casi viene offerta gratuitamente anche la bicicletta. Grazie alle startup che gestiscono i servizi extra di Airbnb, a fronte di un extra si possono ottenere altre comodità, dall’assistenza al cambio biancheria.

Per quanto riguarda gli hotel il vantaggio principale è la comodità, ovvero la flessibilità degli orari di arrivo e partenza. La disponibilità dello staff 24 su 24 e la presenza di un concierge, sono elemento di fondamentale importanza. Senza dimenticare i servizi in camera, dalla pulizia al letto rifatto e la possibilità di cancellare, spesso gratuitamente, la prenotazione fino a 24 prima dell’arrivo. Altro vantaggio è la possibilità di cenare in albergo, grazie a bar, ristorante interno o servizio in camera; elemento questo di grande interesse per i viaggiatori d’affari che non hanno molto tempo per cercare un ristorante e preferiscono evitare di muoversi dall’albergo. Infine l’hotel offre molti servizi ausiliari come la palestra, la spa o la piscina non sempre presenti in un alloggio privato. Per chi viaggia per lavoro vengono inoltre messe a disposizione sale meeting attrezzate.

Daniele Orlandi

E’ di qualche giorno fa la notizia della pubblicazione del rapporto 2016 dell’Oxfam (Ong di fondazione britannica che punta all’abbattimento delle disuguaglianze).

Un rapporto sulle condizioni economiche del mondo, dal titolo decisamente emblematico: “Un’economia per il 99%”. Secondo questo rapporto, il 99% della popolazione mondiale si spartirebbe la metà delle ricchezze presenti sul planisfero. L’altra metà è posseduta dal restante 1% della popolazione: una situazione discretamente allarmante, al netto delle contestazioni metodologiche e dei sofismi.