L’Europa chiede alla Russia di rimuovere i missili Irkander da Kaliningrad

Lo scorso mese di novembre la Russia ha schierato a Kaliningrad, al confine con i Paesi Nato di Lituania e Polonia, i missili anti-navi Bastion. Una decisione arrivata in un momento di forte tensione tra il Paese e l’Occidente; in seguito è intervenuto Viktor Ozerov, presidente della Commissione difesa della Camera alta del Parlamento russo, sottolineando che Mosca avrebbe schierato nella sua enclave baltica anche missili di difesa aerea Iskander ed S-400. E’ notizia di questi giorni che l’Europa avrebbe chiesto alla Russia di rimuovere da Kaliningrad i missili Iskander, estremamente allarmata dalla possibilità che questi missili vengano distribuiti in modo permanente come sottolineato dal ministro tedesco degli Esteri Sigmar Gabriel. In precedenza anche l’ambasciatore della Polonia negli Stati Uniti, Piotr Wilczek, aveva sottolineato le sue preoccupazioni in merito alla crescente potenza militare della Russia, affermando che il Paese guidato da Putin starebbe cercando, in tal modo, di recuperare il suo status di superpostenza perso in seguito al crollo dell’Urss.

Il diplomatico ha osservato che questa tipologia di missili potrebbe, da Kaliningrad, raggiungere la Polonia, la Germania e gli stati baltici. I sistemi missilistici Ikander sono stato dispiegato nella regione di Kaliningrad dallo scorso autunno in risposta allo schieramento del sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti in Europa. John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato, ha sottolineato che gli Stati Uniti avrebbero esortato la Russia a non schierare Irkander e missili S-400, per non rappresentare una minaccia per la sicurezza europea e ha ricordato che la Russia ha promesso da almeno 20 anni di schierare questi sistemi missilistici nella regione di Kaliningrad per rispondere ad una serie di situazioni in Europa. Situazioni che, ha aggiunto Kirby, non richiedono una reazione di questo tipo.

Non molto tempo fa, del resto, il portavoce ufficiale di Putin, Dmitry Peskov ha dichiarato alla Bbc che rimuovere i missili russi da Kaliningrad è impossibile fintanto che quelli della Nato rimarranno in Europa. “E’ impossibile – ha sottolineato in tale occasione – rimuovere quei missili, non sapendo se i piani per costruire il sistema missilistico anti-Russia nel continente europeo siano stati aboliti”.

Daniele Orlandi

Nuovi soldati americani in Siria: presidio e gestione dei territori liberati dallo Stato Islamico

Situazione inconsueta, quella rilevata nei giorni scorsi alla periferia della città siriana di Manbij: è accaduto nella zona nord della città dove sono state avvistate diverse truppe Usa, come annunciato da Damasco, un convoglio di veicoli corazzati. L’evento di per sè assume grande rilevanza in quanto, come sottolineato dal quotidiano Times, si tratta della più stretta collaborazione tra Mosca e Washington su un campo di battaglia dall’epoca della Seconda Guerra Mondiale. NEl 1945 forze armate sovietiche e statunitensi si incontrarono sulle rive dell’Elba, uno dei più lunghi fiumi dell’Europa centrale. La situazione si ripete con l’impiego di soldati nella città ubicata a 140 km di distanza a nord oves di Raqqa: il loro compito sarà presidiare e controllare i territori liberati dallo Stato Islamico.

Le forze militari americane dovranno inoltre proteggere i loro alleati arabi e curdi, facenti parte delle Forze democratiche siriane, dai possibili attacchi della Turchia. Una situazione non certo facile, considerato il fatto che la Turchia, oltre ad essere un membro della Nato, è a sua volta alleata con gli Stati Uniti. Questa missione è dunque doppiamente importante: da un lato perchè si tratta della prima volta che vengono espressamente impiegati militari americani per arginare o fermare le rivalità locali nel Paese. Dall’altro perchè siamo di fronte ad un primo concreto passo degli Stati Uniti verso un maggior coinvolgimento legato alla gestione di tutti i territori liberati dallo Stato Islamico e che bisognerà riorganizzare al meglio per evitare contrasti o dissidi. Alcune foto diffuse negli ultimi giorni mostrano i veicoli blindati pattugliare il villaggio di Yalanili, situato nella periferia di Manbij: a conti fatti la linea dell’amministrazione Trump è al momento di continuità rispetto a quella intrapresa dall’ex presidente Obama, seppur con alcune differenze.

Su tutte l’idea di aumentare il numero di truppe statunitensi in Siria, almeno secondo quanto emerso da chi ha avuto modo di visionare il piano per il Paese presentato a Trump dal dipartimento della Difesa americano il mese scorso. Più uomini, insomma, ma sempre con funzioni di appoggio alle forze locali. Non vi sono invece modifiche alla tipologia di operazioni militari contro lo Stato Islamico in Siria ed in Iraq avviate dall’amministrazione Obama.

Daniele Orlandi

A Melbourne semafori con figure femminili: l’iniziativa contro i pregiudizi inconsci

Nel giorno della festa della donna, fa notizia l’iniziativa lanciata nella Melbourne City Centre, cuore della città australiana, dove sono stati installati semafori pedonali raffiguranti figure femminili. Si tratta di un’idea, poi concretizzata, lanciata da un comitato per la parità di genere. I semafori coinvolti sono quelli all’incrocio tra Swanston e Flinders street, nei pressi della stazione con un periodo di sperimentazione di dodici mesi. Dietro l’idea originale attuata su un importante attraversamento pedonale della Capitale, c’è il comitato per Melbourne, organizzazione no profit che comprende oltre 120 gruppi e comunità locali, che ha deciso di intraprendere, nello stato di Vittoria, una battaglia per la parità di rapparesentanza di uomini e donne. L’iniziativa, chiamata Equal Crossing, che prevede di ‘trasformare’ il classico omino del semaforo in una figura femminile con la gonna, rappresenta dunque un passo verso la parità di genere, allo scopo di ridurre i pregiudizi inconsci. Si tratta di un’iniziativa a costo zero per i cittadni, in quanto completamente sostenuta economicamente da un’azienda privata di energia elettrica, la Camlex Electrical, che si è fatta carico degli 8400 dollari per sostituire sei semafori.

Come sottolineato dall’amministratore delegato Martine Letts e dai promotori di questo particolare progetto, l’idea “è quella di installare semafori con sagome femminili, così come quella di sesso maschile, per contribuire a ridurre i pregiudizi inconsci. Sappiamo che Melbourne è la città più vivibile del mondo e vorremmo far sì che Melbourne sia conosciuta anche come quella più egualitaria”. L’idea, che i promotori vorrebbero allargare a tutto lo stato di victoria, ha incontrato il favore di numerosi cittadini ma è stata osteggiata da altri e criticata dal sindaco Robert Doyle; il governatore dello stato Linda Dessau invece, si sarebbe detta favorevole, secondo quanto sottolineato da Letts. “Questi simboli – ha aggiunto – sono un modo pratico e significativo per dimostrare che in realtà il 50 per cento della nostra popolazione è di sesso femminile e dovrebbe quindi anche essere rappresentato ai semafori.”

Pare che anche in altre città siano interessati a seguire l’esempio di Melbourne ed introdurre questo tipo di semafori. Peraltro a Vienna esistono già dal 2015 semafori con coppie gay e lesbiche mentre in Nuova Zelanda sono state attuate iniziative similari a quelle della Capitale australiana.

Daniele Orlandi

Disastro di Fukushima, 6 anni dopo: il 60% degli sfollati vittima di discriminazioni?

A sei anni dal disastro di Fukushima emerge nel Paese un dato allarmante ed inatteso. E’ quello relativo agli sfollati, decine di migliaia di persone, circa 80 mila secondo le stime, costrette ad abbandonare le loro abitazioni in seguito al violento terremoto e all’ancora più terribile tsunami che ha causato danni gravissimi alla centrale nucleare giapponese: secondo un sondaggio realizzato da The Asahi Shimbun in collaborazione con Akira Imai, professore di politiche dei governi locali alla Fukushima University tra i mesi di gennaio e febbraio, il 60% degli sfollati sarebbero stati discriminati, vittime di bullismo o avrebbero sentito parlare di casi di discriminazione nei confronti delle persone che hanno dovuto abbandonare l’area prossima alla centrale. “E’ probabilmente la prima volta che si parla concretamente delle reali condizioni di ‘bullismo’ degli sfollati – ha sottolineato Imai – il riconoscimento del fatto che si tratta di persone, vittime dell’incidente nucleare non è condiviso nella società e sta portando ad un numero crescente di casi di discriminazione in diversi settori”. Leggi tutto “Disastro di Fukushima, 6 anni dopo: il 60% degli sfollati vittima di discriminazioni?”

Aisha Gheddafi scrive al popolo libico: arriverà il tempo della sua vendetta?

Aisha Gheddafi è l’unica figlia femmina di Muamar Gheddafi, noto – durante gli anni di dittatura in Libia – come il Colonnello, ucciso il 20 ottobre 2011 da membri del Consiglio nazionale di transizione dopo essere stato ripetutamente pestato e brutalizzato (è la sorte di – alcuni – dittatori, si dirà).

Durante la dittatura, Aisha non era vista eccessivamente di buon occhio dai propri connazionali: considerata la Cindy Crawford dell’America del Nord (la Claudia Schiffer, a detta della pagina italiana di Wikipedia: parliamo sempre di modelle particolarmente in voga), Aisha rappresentava, eufemisticamente, un’eccezione in un paese tradizionalista – e islamico – come quello libico.

Ad oltre cinque anni dalla caduta del regime (e con una Libia ancora lungi dalla pacificazione), però, Aisha ha pensato bene di riposizionare la propria immagine. E dopo aver iniziato ad indossare il velo già a ridosso della guerra in Libia, l’unica figlia del Colonnello ha deciso di rivolgersi direttamente al popolo libico, scrivendo una lettera aperta in cui li invita a resistere contro l’occidente, autoproclamandosi unica erede del padre nonché “madre della Libia”.

Questa lettera non è quindi passata inosservata: secondo quanto riportato dal Mirror Sepctrum la Nato avrebbe organizzato una riunione apposita nei Paesi Bassi per discutere della situazione in Libia (“Con la naturalezza materna propria delle donne è capace di difendere ai propri figli libici. Educata alla Sorbona, Aisha ha già annunciato la creazione di un Governo occulto in Libia e fuori dai suoi confini”, ha scritto il Mirro Spectrum sul tema. Il portale russo MirTesen, dal canto suo, ha aggiunto: “Aisha rappresenta una minaccia reale giacché è l’unica di tutti i figli del leader che potrebbe influire sugli animi dei libici”).

Aisha è fuggita dalla Libia dopo la presa di Tripoli da parte dei ribelli. Oltre ad averso il padre, Aisha ha perso nei bombardamenti Nato del 2011 anche il marito e uno dei suoi figli. Sta giungendo per Aisha il tempo della vendetta, come una Lee Geum-ja o una Beatrix Kiddo?

Putin punta i missili contro la Nato: verso la guerra o bluff?

Si va verso la guerra tra la Nato e la Russia? Putin fa la voce grossa, reagendo alle provocazioni della Nato, le cui navi nel mar nero aumentano sensibilmente ogni mese, come riferisce Libero. Eppure, ricorda un intervento su Pagina99, l’economia russa è a pezzi, e non sembra che Putin abbia di che fare la voce grossa. Come interpretare il suo comportamento di leader autoritario?

Su Libero, Carlo Nicolato si domanda: “Da che parte sta la Nato? Che non sia esattamente in linea con le scelte del presidente Usa, che vorrebbe distendere i rapporti con la Russia di Putin, così come in linea forse non lo sono nemmeno le stesse forze armate americane, lo si deduce dal fatto che proprio mentre a Bonn si incontravano per la prima volta il segretario di Stato Usa Rex Tillerson e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, nelle stesse ore il segretario generale, Jens Stoltenberg annunciava l’invio di navi da guerra nel mar Nero. «Due misure aggiuntive» per dirla col norvegese, che consentono «un’aumentata presenza navale nel Mar Nero per addestramento, esercitazioni e “situation awareness”» e «una funzione di coordinamento della Forza navale stanziale per operare assieme alle altre forze alleate».

Una mossa palesemente provocatoria, visto che il Mar Nero è diviso tra Stati membri dell’Alleanza, la Russia, l’Ucraina e nel bel mezzo ospita la penisola di Crimea che è il principale oggetto di discordia tra i due blocchi. Mossa alla quale naturalmente è arrivata puntuale la risposta infuriata del Cremlino che accusa l’Alleanza atlantica di «interferenze negli affari interni del Paese per destabilizzare la situazione».

Secondo la Tass lo stesso Putin avrebbe anche aggiunto che ora «la nuova missione della Nato è ufficialmente il contenimento della Russia», e che «l’ampliamento ulteriore del blocco è indirizzato a questo scopo». «Si sono accelerati i processi di dislocamento degli armamenti strategici» ha continuato Putin riferendosi ai dispiegamenti di nuove forze in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia dove stanno arrivando truppe ed equipaggiamenti per i quattro battaglioni multinazionali che, come ha specificato sempre ieri Stoltenberg, saranno pienamente operativi a giugno. Riferendosi probabilmente alle polemiche sui contributi e sulle divisioni dell’Alleanza, Stoltenberg ha anche aggiunto che il dispiegamento di forze «è una chiara dimostrazione di unità e risolutezza, e manda un chiaro messaggio ad ogni aggressore potenziale». La Nato, ha detto, non controbatterà alla Russia «soldato per soldato, carro armato per carro armato ed aereo per aereo: lo scopo è prevenire un conflitto, non quello di provocarlo».

Ma i motivi di frizione non solo sono a est, ma anche in Medioriente e propaggini. Siria a parte, i due blocchi si ritrovano contro nella partita sulla Libia i cui schieramenti in loco sono rappresentati dal generale Haftar, spalleggiato dal Cairo e Mosca, e l’uomo dell’Onu, il presidente Fayez Serraj. Quest’ultimo, dopo il fallimento dei negoziati del Cairo, sostenuti anche dall’Italia, ha fatto appello alla promessa lanciata la settimana scorsa ancora da Stoltenberg al vertice di Varsavia: la Nato avrebbe fornito alla Libia un supporto militare se richiesto dal governo libico di accordo nazionale. Se il norvegese non si rimangerà la parola data, Serraj avrà gli aiuti che prevedibilmente saranno utilizzati in chiave anti-Haftar.

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Francia – Con l’ologramma il candidato alle elezioni fa due comizi alla volta.

INTANTO IN FRANCIA, mentre l’ascesa di Marine LePen, sulla scia di Brexit e Trump, sembra inarrestabile – la rampolla del Front National ha già promesso che farà uscire la Francia dall’Europa – Jean-Luc Mélenchon, candidato di sinistra, entra nella campagna presidenziale a gamba tesa, presentandosi in ologramma in due comizi elettorali simultaneamente, a Parigi e a Lione – una delle città più importanti del paese. Leggi tutto “Francia – Con l’ologramma il candidato alle elezioni fa due comizi alla volta.”

ENI Nigeria: Mega-mazzetta Italian style

Brutte notizie per il gigante italiano degli idrocarburi, Eni. La scorsa settimana c’è stata una svolta nell’inchiesta che vede implicata la multinazionale assieme al gruppo anglo-olandese Shell in un caso di corruzione da più di un miliardo di dollari che sarebbe avvenuto nel 2011 in Nigeria. La Commissione d’inchiesta sui crimini economici e finanziari della Nigeria (EFFC) ha ottenuto dall’Alta Corte Federale un’ordinanza che autorizza il governo di Abuja ad intimare alle due oil major di restituire la licenza per sfruttare il giacimento petrolifero “OPL 245” fino a quando non saranno state completate le indagini. Se ciò dovesse avvenire – cosa altamente probabile – l’Eni rischia grosse perdite. Leggi tutto “ENI Nigeria: Mega-mazzetta Italian style”

Starbucks, AirBnB e altri colossi contro Trump: daremo lavoro ai rifugiati. Marketing o filantropia?

Steve Jobs, fiore all’occhiello del capitalismo tecnologico americano, era di origine siriana. Se nel secolo scorso l’America avesse avuto una politica di immigrazione come quella che Trump ha appena approvato, non sarebbe mai nata la Apple. E forse sarebbe stato un bene per l’umanità, ma questo è un altro discorso. Leggi tutto “Starbucks, AirBnB e altri colossi contro Trump: daremo lavoro ai rifugiati. Marketing o filantropia?”

Della depenalizzazione della violenza domestica in Russia e dei moti di sdegno

E’ una notizia che ha causato l’indignazione dei media occidentali ed è una notizia di cui abbiamo parlato tra i primi in Italia): parliamo della depenalizzazione della violenza domestica in terra russa, giunta attraverso un emendamento proposto dall’entourage putiniano. Leggi tutto “Della depenalizzazione della violenza domestica in Russia e dei moti di sdegno”