E’ una notizia che ha causato l’indignazione dei media occidentali ed è una notizia di cui abbiamo parlato tra i primi in Italia): parliamo della depenalizzazione della violenza domestica in terra russa, giunta attraverso un emendamento proposto dall’entourage putiniano.

Dopo 22 anni di regime e sei settimane di tensione e paura, il Gambia, piccolo stato dell’Africa occidentale circondato dal Senegal, ha potuto festeggiare la sua liberazione. Il momento di gioia per i gambiani è arrivato la notte del 21 gennaio, quando il dittatore Yahya Jammeh ha dichiarato ufficialmente che avrebbe lasciato il potere (VIDEO).

L’ex capo dell’Unione Sovietica ha fatto appello su Times a tutte le potenze nucleari per fermare la corsa agli armamenti.

Il 26 gennaio 2017, a Malta, in occasione del vertice dei ministri dell’interno dell’Unione europea a tema immigrazione, il presidente della Commissione europea, insieme al commissario all’interno e all’immigrazione Dimitri Avramopoulos e alla rappresentante per la politica estera dell’Unione europea Federica Mogherini hanno proposto il piano che sarà presentato ai capi di Stato e di governo la prossima settimana dalla Commissione europea.

Nonostante le vive proteste dei difensori dei diritti dell’uomo, le violenze domestiche sono a un passo dall’essere depenalizzate in Russia dopo il voto di questo mercoledì, in cui i deputati russi hanno approvato un progetto di legge per ridurre la tutela giudiziaria di cui dispongono le vittime.

Non appena Donald Trump si è seduto sul trono presidenziale, vi sono stati alcuni cambiamenti molto significativi sul sito internet della Casa Bianca: non si parla più di diritti delle donne e degli omosessuali, non c’è più alcuna traccia di politiche ambientali. Con loro, da questo week-end, sparisce dal sito anche la lingua spagnola, la lingua degli odiatissimi immigrati messicani, e ormai la lingua più parlata negli Stati del Sud alla faccia dell’inglese. Il sito spagnolo della presidenza degli Stati Uniti esisteva dal 2009 e fu creato dall’amministrazione Obama.

Il bracconaggio e il mercato illegale di avorio e corni di rinceronte rappresentano uno degli affari criminali più lucrativi del mondo, dopo il traffico di droga e la tratta di esseri umani. Sul numero di febbraio de L’Opinabile pubblichiamo un approfondimento di Marco Simoncelli, per la rubrica Il Muzungu, sul fenomeno della caccia illegale e sulle possibili soluzioni.

Secondo quanto riportato da forze d’intelligence europee (e reso noto dal ‘Times’), il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva già pianificato le purghe verso gli oppositori interni già ben prima del tentativo di golpe di Luglio (il primo golpe in diretta della storia).

Dopo il golpe di luglio, sono state decine di migliaia le persone che sono state rimosse dal proprio ruolo o, nella peggiore delle ipotesi, arrestate (si parla di oltre 150.000 persone arrestate e/o sollevate dai propri incarichi dal 15 luglio).

Sempre secondo l’intelligence europea Fethullah Gulen (leader del movimento Gulen nonché noto predicatore islamico, esiliato negli Stati Uniti dopo aver collaborato da vicino col primo ministro turco) non sarebbe tra le menti del golpe, in barba a quanto ritenuto da Ankara (che sta provando – senza esito – ad ottenere l’estradizione).

Secondo quanto riportato dal report presentato dall’intelligence del Vecchio Continente (report datato 24 agosto),  sarebbe stato il timore per eventuali purghe ad aver mosso gli opponenti di Erdogan a tentare il colpo di stato: “La decisione di lanciare il golpe è derivata dalla paura di un’imminente purga. E’ possibile che dietro il golpe ci sia stato un gruppo composto da ufficiali comprendenti Gulenisti, Kemalisti (secolarizzati), oppositori dell’AKP e opportunisti. E’ improbabile che Gulen stesso abbia avuto un ruolo nel tentativo di golpe”.

“E’ improbabile che Gulen avesse le capacità di fare qualcosa del genere. Non c’è una prova che l’esercito, che si considera il difensore della laicità in Turchia, e i Gulenisti volessero cooperare per cacciare Erdogan”.

Il report ha quindi evidenziato come il golpe sia stato preso da Erdogan come pretesto per le già preventivate purghe: “Erdogan ha sfruttato il fallito colpo di stato e lo stato di emergenza per lanciare una estesa campagna repressiva contro gli opponenti”.

D’altra parte, Erdogan aveva già tutto in mente: “L’enorme ondata di arresti era già stata preventivamente preparata”.

Molti gruppi di antropologi, studiosi e scrittori hanno organizzato un “teach-in”, cioè un sit-in didattico in cui si leggerà il filosofo francese Michel Foucault, per questo Venerdì, giorno in cui Donald J. Trump si insedierà come presidente degli Stati Uniti.

E’ una delle tante idee più o meno balzane sulle quali Donald Trump ha basato la propria campagna elettorale: è l’idea di creare un database apposito (una watch list, sulla scorta di quella creata nel 2002 dalla Interpol per monitorare persone sospettate di appartenere ad ambienti vicini al terrorismo) dedicato ai cittadini musulmani, perché se nell’uomo medio l’associazione musulmano = terrorista è abbastanza scontata, lo è anche nella testa del 45esimo presidente degli Stati Uniti.

D’altra parte Donald Trump, tra le varie idiosincrasie (come quella verso i messicani, che – ripete ancor oggi – devono costruire il muro al confine per evitare il passaggio di clandestini) e fobie, non ha mai nascosto una netta avversione verso l’universo islamico.

E su questa avversione – e sulla idea di creare un apposito database dedicato ai cittadini di fede islamica – s’è esposta una giornalista del ‘Guardian’ di origini pakistane, in una lettera aperta che vi proponiamo in parte – tradotta – qui di seguito:

Ritornando a New York da un breve viaggio in India, sono passato attraverso l’ufficio immigrazioni col mio bel passaporto blu statunitense. Recita “Abdulali”, ma nessuno sempre importarsene. Sarà differente la prossima volta che tornerò a casa?

La nuova amministrazione aveva proposto un registro dei musulmani. Non provengo da un cosiddetto ‘paese ad alto rischio’, ma il nome Abdulali tutto d’un tratto sarà come quello di Hester Prynne nella Lettera Scarlatta – dovrò giustificarmi ogni volta che torno a casa? Sentirò l’antico nervosismo pre cittadinanza e farò del mio meglio per apparire umile e innocua quando il funzionario mi giudicherà, prima di scappare piena di gratitudine a prendere il mio bagaglio? Cosa accadrà ai miei cugini pakistani che vorranno venirmi a visitare? […]

E’ già stato detto tutto, sin dalle elezioni: la vera paura della gente è che non si sente più libera di essere aperta circa ciò che è, gente per la quale mettere un velo sulla testa è repentinamente divenuto un atto di coraggio piuttosto che una semplice fase del vestirsi la mattina. Ma ci sono anche quelli di noi che si sentono gettati contro voglia nella mischia, perché anche se non mostriamo alcuna credenza, diventa un atto di identità politica.

Quanto codardo sarebbe rimanere adesso in silenzio, mentre uomini dagli animi orrendi stanno prendendo il comando? Per me, è particolarmente irritante dal momento in cui non mi considero musulmana quasi per nulla, e non sento alcuna particolare affinità con la donna Araba vestita da buona musulmana davanti a me in coda per uscire dall’aereo. Ma mi è familiare, non è una straniera, e nel clima attuale sento una strana necessità di incrociare i suoi occhi e avere una connessione con lei. […]

Mi importano parecchie cose. Allah non capita rientri tra queste. Sono una cattiva musulmana. Semplicemente non mi importa. Non VOGLIO che mi importi. Perché non può non importarmi? […]

Adesso abbiamo un presidente che ha detto in tv: “Vogliamo procedere con le watch list. Vogliamo procedere con i database. Non abbiamo scelta”. Spero che non avremo mai un database dei musulmani, ma se lo avremo, sarà interessante vedere chi ci sarà dentro.

Mia figlia è per il 50% cattolica, per circa il 36% musulmana e per il 14% non-si-sa-cosa… rientrerà nella lista? E’ questo il genere di cose sulle quali i nostri leader perderanno tempo a ragionare? Milioni di noi hanno sempre pensato che l’America sia meglio di così. Spero si abbia ragione.

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