Comunicazione scientifica e post-verità / 2: Perché lo scienziato deve imparare dall’oratore

(Leggi qui il primo intervento Comunicazione scientifica e post-verità: una sfida politica ed etica)

La scienza sotto attacco

La nostra società sta sperimentando gli effetti della progressiva sfiducia verso l’istituzione scientifica, che si manifestano in maniera variegata: rifiuto delle vaccinazioni; ritorno ai “rimedi naturali”; ricorso alla “medicina alternativa” in opposizione ai “farmaci imposti dalle case farmaceutiche”; negazione del cambiamento climatico; etc.

È chiaro che non si tratta di quello scetticismo che fa seguito alla discussione epistemologica – pur molto interessante – sui fondamenti della conoscenza scientifica. Si tratta bensì della circostanza per cui, nello sviluppo delle opinioni, i fatti obiettivi non valgono di più – o addirittura valgono di meno – del ricorso all’autorità e ai pregiudizi personali [1]. È questa perdita di valore dell’analisi dei fatti che prende il nome di post-verità. Così ad esempio la convinzione che un rimedio naturale sia migliore di un farmaco specialistico è post-vera, quando non si basa su una analisi comparativa dell’efficacia, ma su una generica saggezza popolare che esalta la purezza dello stato di natura e delle cose fatte in casa, e sulla diffidenza istintiva verso il farmaco in quanto prodotto di un processo chimico industriale.

Se fino ad alcuni anni fa si trattava di espressioni circoscritte, e ci si poteva permettere di sorriderne con sufficienza, oggi la loro diffusione è amplificata dalle casse di risonanza dei social media, e bisogna perciò piuttosto considerarle come dei potenziali problemi sociali. Ne è un esempio il recente dibattito italiano sull’introduzione dell’obbligo di vaccinazione [2].

Ma c’è di più: queste istanze stanno trovando una sponda politica in una aspirante classe dirigente, che appare interessata a smantellare le istituzioni scientifiche, sia perché essa stessa animata da convinzioni post-vere, sia per rimuovere ostacoli ad interessi economici particolari. Ne avevamo parlato in Il futuro incerto della scienza sotto l’amministrazione Trump, osservando come negli Stati Uniti d’America sia già in atto questo tentativo di decostruzione. Per dare l’idea della dimensione politica che il dibattito ha assunto: Lamar Smith, il presidente Repubblicano della commissione scientifica della Casa Bianca (House science committee), ha detto davanti a un pubblico plaudente che d’ora in poi si riferirà alle “scienze del clima” come alle “scienze politicamente corrette”.

Non è sbagliato – anzi è doveroso – affermare che negli Stati Uniti i valori della scienza sono sotto attacco, e che anche in Italia si stanno determinando le condizioni potenziali affinché ciò avvenga. Per difendere i propri valori, gli scienziati devono partecipare attivamente alla discussione pubblica per orientare il consenso, perché non serve a niente avere la ragione se questa non viene riconosciuta. Ma quali sono le forme più efficaci di attivismo scientifico?

Una comunicazione poco strategica

Tim Requarth, insegnante di science writing alla Columbia University, ha cercato di spiegare perché agli sforzi comunicativi degli scienziati siano finora corrisposti effetti limitati. In un articolo intitolato Scienziati, smettete di pensare che spiegare la scienza migliorerà le cose, pubblicato sulla rivista online Slate, Requarth ha puntualizzato una scarsa visione strategica nella comunicazione scientifica.

Prendendo spunto proprio dalla provocazione del Repubblicano Smith, Requarth argomenta che il problema è politico, prima ancora che didattico. Molti scienziati pensano, con troppo semplicismo, che il consenso popolare si discosti dal consenso della comunità scientifica laddove c’è un’ignoranza, cioè una mancanza di conoscenza scientifica; di conseguenza si prodigano in lunghe spiegazioni scientifiche – prevalentemente su testate nazionali per raggiungere una fetta di pubblico più vasta – allo scopo di colmare questo “gap di informazione” e riallineare il consenso.

Al contrario, l’esperienza mostra come spesso queste operazioni di debunking da sole siano inefficaci, quando non addirittura controproducenti. “Quando si presentano fatti in conflitto con il punto di vista individuale – scrive Requarth – risulta che gli individui si irrigidiscono ancora di più nelle proprie posizioni iniziali. Gli psicologi lo hanno battezzato backfire effect.” Ne avevamo parlato nel nostro primo intervento. Il consenso scientifico dunque, anche quando viene riconosciuto, non viene accettato.

“Con questo non si vuole dire che gli scienziati dovrebbero ritornare al loro banchetto e stare zitti – continua Requarth – Essi dovrebbero piuttosto imparare a comunicare la scienza strategicamente. Potrebbero avere più fortuna se, oltre a presentare fatti e figure, si appellassero alle emozioni. Una comunicazione che si appelli ai valori, non solo all’intelletto, può essere di gran lunga più efficace.”

Gli scienziati dovrebbero interagire di più con le comunità locali e dialogare direttamente con le piccole realtà, invece di scrivere paginate sulle testate nazionali. Oltre a spiegare come funziona il clima e perché è vero che il riscaldamento climatico è antropogenico, ad esempio, farebbero bene a sensibilizzare l’auditorio spiegando come il cambiamento climatico minaccerà la salute pubblica o l’economia locale. “Le capacità richieste non sono quelle di un professore universitario, bensì quelle di un oratore.”

Dalla teoria alla pratica

Lo scorso Dicembre Jacqueline M. Vadjunec, professoressa associata al dipartimento di Geografia della Oklahoma State University, ha pubblicato su Nature l’intervento Come Woody Guthrie ci può aiutare a combattere per la scienza. Vadjunec commenta la propria esperienza di insegnamento in una terra dove è molto alto lo scetticismo verso la lotta al cambiamento climatico, e il suo racconto va nella direzione indicata da Requarth.

“Mi rendo conto che molti dei miei studenti hanno famiglie occupate nell’industria del gas e del petrolio. Li vedo regolarmente confrontarsi a fatica con le contraddizioni locali. […] Ho imparato che impegnarsi ad ascoltare (invece che a convincere) i contadini e i ranchers, che si preoccupano di preservare la propria terra e i propri mezzi di sostentamento, è un buon modo di aprire un dialogo. Alle persone dell’Oklahoma interessa davvero la sostenibilità a lungo termine delle proprie risorse naturali, ma spesso usano un linguaggio diverso rispetto a quello degli scienziati e dei funzionari.”

Vadjunec combatte la propria battaglia per i valori della scienza attraverso piccole azioni di dialogo giorno per giorno. “L’Oklahoma è anche la patria del cantante di protesta Woody Guthrie, un esempio di spicco della lotta di classe degli anni Trenta e della battaglia tra i valori rurali e quelli urbani. Se Woody poté usare la voce per farsi sentire, anche gli scienziati possono farlo.”

Scienza politica e scienza retorica

Nello scritto provocatorio Contro il metodo, il filosofo Paul Feyerabend scrisse: “E se le vecchie forme di argomentazione si rivelano una causa troppo debole, questi difensori non devono o rinunciare ad esse o far ricorso a mezzi più forti e più “irrazionali”? […] Persino il razionalista più rigido sarà allora costretto a smettere di ragionare e a usare la propaganda e la coercizione, non perché alcune fra le sue ragioni abbiano cessato di essere valide, ma perché sono scomparse le condizioni psicologiche che le rendevano efficaci e capaci di influire sugli altri. E qual è l’utilità di un’argomentazione che non riesce a convincere la gente?”

Anche se le parole di Feyerabend hanno un accento aggressivo di dichiarato intento provocatorio, segnalano qual è il nòcciolo della questione: che le argomentazioni razionali non bastano a convincere chi scienziato non è.

Gli scienziati guardano per lo più con sospetto alla retorica e a quegli espedienti del discorso che servono a catalizzare il consenso. È un atteggiamento che riflette l’insegnamento della scienza stessa, in cui gli enunciati emotivi o ideologici vengono rigettati, e si conferisce valore solo agli enunciati denotativi. Eppure, mentre gli scienziati tengono fede ai propri ideali, una cultura alternativa capace di proporsi in maniera più accattivante sta lentamente erodendo il loro bacino di fiducia. Essi perciò dovrebbero scendere a compromessi con la dura realtà, e comprendere che una comunicazione efficace non è solo quella che insegna, ma anche che quella che raccoglie il consenso intorno a ciò che si insegna. E l’accento sul consenso è tanto più appropriato, quanto più il terreno della contesa sta diventando quello della politica.

di Costantino Pacilio

NOTE

[1] Accademia della Crusca; Viviamo nell’epoca della post-verità?

[2] Scienza in rete; Vaccinazioni: che cosa intendiamo quando parliamo di obbligo

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Il futuro incerto della scienza sotto l’amministrazione Trump

(IMAGE CREDIT: STARTRAKS PHOTO)

Come cambierà il panorama della ricerca scientifica nella transizione dall’amministrazione Obama a quella di Trump? In verità Trump ha rilasciato poche dichiarazioni pubbliche sull’argomento, sia prima che dopo la propria elezione. Tuttavia alcuni segnali di radicale cambiamento traspaiono già dalle disposizioni dei primi giorni di presidenza, e dalle nomine dei suoi collaboratori, che appaiono poco preparati se non addirittura sostenitori di teorie pseudoscientifiche (ad esempio, nove giorni prima del suo insediamento, Trump aveva proposto il nome di un sostenitore del collegamento tra vaccini e autismo a capo di una commissione sulla sicurezza dei vaccini). Vediamo in cosa consistono, e come si contestualizzano rispetto al bilancio dell’eredità scientifica degli otto anni di presidenza Obama. Leggi tutto “Il futuro incerto della scienza sotto l’amministrazione Trump”