Django Reinhardt al Festival del film di Berlino

In verità nacque in Belgio, ma Parigi fu la sua città fin da quando, bambino, la sua carovana si fermò alle porte della città. Era un manouche, cioè uno zingaro Sinti, e quindi suonava, come tutti. Ma lui aveva un vero talento, le sue dita volavano sulle corde della chitarra e ipnotizzava chiunque lo ascoltasse. Sin da subito è considerato un bambino prodigio. Cominciò con il banjo, era conosciuto all’epoca come Jeangot. Del tutto analfabeta, malandrino quanto basta, incostante e inaffidabile, giocatore d’azzardo, a volte mandava i cugini a suonare al suo posto per bazzicare locali di dubbia reputazione; invitato da Duke Ellington alla Carnegie Hall, arrivò in ritardo, e comunque suonava come e cosa gli pareva. Insomma, esiste una vera e propria leggenda su Django Reinhardt, nutrita di svariati aneddoti. Ma la sua chitarra era comunque richiestissima.

 

Suonava le musiche che conosceva, le musiche zingare, ma erano gli anni Venti, e l’approdo al Jazz fu naturale, specie per un irruento Sinti che amava improvvisare. Cominciava giusto ad avere fama tra i musicisti quando, nel 1928, il fuoco divampò nella roulotte dove abitava con la moglie, che si salvò illesa. Django, diciottenne, ne uscì gravemente ustionato. Rimase menomato, tanto da non poter più suonare il Banjo. Dovette passare, per nostra fortuna, alla chitarra, che ha corde più flessibili. E sulla chitarra inventò letteralmente una tecnica, in seguito studiata e imitata da molti, che gli permetteva di suonare con sole tre dita, l’ indice e il medio che scorrevano sulle corde, il pollice che interveniva sui bassi, e le due dita menomate usate come barrè. E così formò il leggendario Quintette du Hot Club de France, insieme al violinista Stéphane Grappelli: un gruppo di soli strumenti a corda in una musica come il jazz, fondata su fiati e percussioni. Così Django non solo divenne il primo jazzista europeo a poter competere con gli americani, ma lo fece appunto emancipandosi dal modello dominante americano, attingendo liberamente, per le sue melodie jazz, al suo repertorio ritmico manouche.

Django in Romanì significa “Mi sveglio”, e Django è il titolo del film in concorso che aprirà la Berlinale questo 9 febbraio. Il film prende spunto da una delle numerose avventure del musicista, forse la più significativa: la fuga, insieme alla sua famiglia, dai Nazisti che occupavano Parigi, nel 1943.

Si tratta del primo film da regista di Etienne Comar, inserito dalla rivista L’Express nella lista delle 20 persone più importanti del cinema francese nel 2011.

Politico: ecco la sporca dozzina che rovinerà il 2017 d’Europa

Prendiamo spunto dalla rivista Politico – citata da diverse realtà italiane per la presenza di un connazionale nell’articolo in questione – e riportiamo la classifica delle dodici personalità (o, sarebbe meglio dire, delle dodici entità, considerando che non si tratta solo di singole persone) che potrebbero rovinare il 2017 dell’Europa.

Un articolo tendenzialmente apocalittico, che fa leva sul concetto che non è necessario che domani sia un giorno migliore (“there’s no reason to believe that things will take a striking turn for the better”). Anzi, domani sarà peggio.

Abbiamo letto la classifica, ed ecco i motivi per cui questa ‘sporca dozzina’ potrebbe rovinare il nostro 2017 secondo Politico:

1. I giornalisti dei tabloid britannici

I tabloid sono magazine generalisti che si occupano di tutti i temi dello scibile, con un appiglio adatto al lettore medio. Il primo tabloid britannico è stato il ‘Sunday People’, pubblicato per la prima volta nel 1881. Secondo Politico, “Se la cosa più pungente in Francia è il formaggio, l’equivalente al di là della manica è il tabloid”.

Potrebbero rovinare il 2017 perché: i tabloid inglesi – data l’importante diffusione – hanno una importante capacità di influenzare l’opinione pubblica britannica. E così, nell’ottica delle negoziazioni per la Brexit (considerata – scrive Pubblico – “Il più importante evento accaduto in Gran Bretagna dall’arrivo dei Normanni nel 1066”), potrebbero spingere per una uscita senza compromessi dall’Unione Europea. Una cosa che non servirebbe a nessuno.

2. I presidenti delle squadre di calcio cinesi

Il calcio è stato per decenni uno sport poco considerato in Cina, finché nel 2015 il Partito non ha deciso che la nazione si sarebbe dovuta imporre anche nello sport maggiormente popolare nel Vecchio Continente (ne parleremo in parte in un articolo del numero 0 del mensile, in uscita il 6 gennaio): come farlo? Con vagonate di soldi (per acquistare calciatori, club e diritti televisivi).

Potrebbero rovinare il 2017 perché: con la loro immensa forza economica, i cinesi potrebbero sbaragliare la concorrenza, facendo diventare (in vitro) il campionato cinese un campionato competitivo. D’altro canto, le cifre investite appaiono quasi amorali e il rischio è che i nostri ben più blasonati campionati perdano di buonsenso. Ma quando spendevamo e spandevamo noi, chi aveva da ridire?

3. Michael Flynn

Nato nel 1958, è un ex generale dell’Esercito americano. Noto per le sue posizioni anti-islamiche (twittò “Avere paura dei musulmani è RAZIONALE”), è stato scelto dal neo presidente degli Stati Utniti Donald Trumpo come prossimo consigliere per la Sicurezza Nazionale.

Potrebber rovinare il 2017 perché: oltre alle appena citate posizioni anti- islamiche, Flynn ha una visione discretamente conflittuale dello scacchiere internazionale. Crede nell’esistenza di un’alleanza nemica degli Stati Uniti, comprendente Corea del Nord, Cina, Siria, Cuba, Bolivia, Venezuela e Nicaragua. Inoltre, ha legami con Putin e il network vicino al Cremlino RT: per Publico un motivo in più per temere che Flynn possa rovinare il nuovo anno, inasprendo i toni dei vari conflitti.

4. Beppe Grillo

Sappiamo tutti chi è Beppe Grillo. Ex comico e leader del Movimento 5 Stelle, dimostra che tutto sommato Black Mirror non è poi così distante dalla realtà (qualora riteniate meno attuali le altre distopie della serie tv britannica). E’ l’unico italiano nella lista stilata da ‘Publico’, come sottolineato ieri da diverse realtà giornalistiche italiane.

Potrebbe rovinare il 2017 perché: “i discorsi alla Robesperre di Grillo diventano via via meno divertenti, e suggeriscono che l’Europa avrà ragione ad essere preoccuapta se mai acquisisse una reale posizione di potere. Potrebbe ciò sfociare in una economia allo sbando e in una flebile democrazia?” (traducendo Publico).

5. Jarosław Kaczyński

Nato nel 1949 a Varsavia, definito recentemente come “pericoloso e irresponsabile” dall’ex primo ministro Lech Wałesa, e leader del partito “Diritto e Giustizia”, Kaczyński è probabilmente il politico euro-scettico più potente dell’Unione Europea.

Potrebbe rovinare il 2017 perché: Kaczyński sta isolando sempre di più la Polonia, minacciando la libertà di stampa e l’indipendenza della giustizia e, potrebbe guadagnare sempre più potere fino a destabilizzare Bruxelles mettendosi contro Donald Tusk, il leader polacco del consiglio Europeo.

6. Carles Puigdemont

Nato nel 1962, è il president e fondatore del PDECAT, il Partito Democratico Europeo Catalano (Partit Demòcrata Europeu Català), sta cercando in tutti modi di ottenere un referendum sull’indipendenza dalla Spagna per l’anno prossimo, benché questo sia incostituzionale: ciò che coinvolge tutti gli spagnoli, deve essere deciso da tutti gli spagnoli.

Potrebbe rovinare il 2017 perché: il governo di Madrid e l’amministrazione Catalana sono ormai ai ferri corti, e questo potrebbe obligare le istituzioni europee a prendere posizione. Senza contare i leader nazionali: tra tutti i movimenti separatist in Europa, non si è sicuri dell’esito che potrebbe avere il dibattito a livello internazionale.

7. Wilbur Ross

Nato nel 1937, è un banchiere americano che si è fatto un nome salvando compagnie industriali in fallimento in ogni campo, dalle telecomunicazioni al tessile. Noto per la sua mentalità mercantilista, come scrive il Wall Street Journal, è stato nominato ministro del commercio dal neopresidente Trump.

Potrebbe rovinare il 2017 perché: Wilbur Ross è specializzato in particolare nell’industria dell’acciaio, metallo legato direttamente agli accordi commerciali tra Usa e Cina. Ross si è infatti espresso subito a favore di accordi bilaterali, invece che regionali. Ma questo non gioca a favore dell’Europa nella prospettiva del TTIP, l’accordo di investimento transatlantico che ha alzato un polverone di polemiche. D’altra parte, la morte dell’accordo significherebbe anche l’indebolimento dell’Unione nelle trattative per la Brexit. Peraltro, Ross, come Trump prima di lui, si è detto favorevole a un accordo sul libero scambio con la Gran Bretagna del post-Brexit.

8. Hacker Russi

Un Hacker, per definizione, attacca un sistema aperto da un sistema chiuso disseminando caos e disinformazione. Gli hacker russi supportati dallo Stato si sono imposti sulla scena internazionale del 2016 come una presenza maligna in grado di avvelenare le relazioni internazionali.

Potrebbero rovinare il 2017 perché: Dopo i loro sforzi, non si sa quanto riusciti, per minare le elezioni americane, e dopo l’elezione di Trump alla casa bianca, bisogna certamente aspettarsi che gli hacker di Stato russi tenteranno di influenzare anche le prossime elezioni in Francia e in Germania e soprattutto di intaccare la fede dei cittadini europei nella libertà di parola e nella democrazia. A un simile attacco, secondo il sito Politico, l’Europa, già indebolita dalla Brexit, potrebbe far seguire una reazione, quindi una controreazione e così via, aprendo la possibilità a uno scenario “profondamente sconcertante”.

9. Nicolas Sarkozy

L’ex presidente francese, noto a tutti in Italia, non è in ballottaggio per le prossime elezioni presidenziali francesi. Però, tra François Fillon, il noioso cadetto del centro destra, Emanuel Macron, rampollo privilegiato di centro, il populismo della Le Pen e la sinistra politicament morta, Sarko si presenta come l’unico volto rispettabile nel campo, sempre più largo, degli antieuropeisti francesi.

Ecco perché potrebbe rovinare il 2017: se tutto va second i suoi piani, Le Pen è messa fuori gioco al primo turno, lasciando a Fillon o a Macron la poltrona presidenziale. Entrambi, privi di carisma, deuderanno gli elettori, e si aprirà lo spazio per Sarko, che si proporrà come il volto repubblicano, cioè accettabile, di una Frexit.

10. Martin Selmayr

È quel giovane uomo coi capelli scuri e le guance tonde che sta sempre dietro Juncker, il noto presidente della Commissione Europea: Martin Selmayr, il capo di Gabinetto della Commissione. Descritto come un funzionario aggressivo, noto per bloccare arbitrariamente le procedure di documenti a cui è contrario, come nei casi lamentati da Airbnb e da Uber. Secondo Kristalina Georgieva, vicepresidente bulgara della Commissione Europea che si è dimessa recentemente, la presenza di Selmayr ha una influenza “velenosa” sulla Commissione.

Potrebbe rovinare il 2017 perché: non è un segreto che Selmayr vuole un’Europa più forte e federale. La sua ostinazione che sfiora l’abuso di potere – nei suoi incontri con il ministro delle finanze tedesco Schäuble e con Matteo Renzi si è dimostrato addirittura irrispettoso – porta a chiedersi se non sia in grado di distruggere l’Europa per realizzare il suo progetto dell’Europa.

11. Margrethe Vestager

La commissaria europea per la concorrenza, Margrethe Vestager, danese della sinistra radicale, è nota per il suo impegno contro i grandi affaristi. Se il suo nome, in questa lista, sembra extravagante, in verità, secondo Politico Vestager potrebbe rendere la vita difficile all’Unione Europea, specie dopo l’elezione di Trump.

Infatti, potrebbe rovinare il 2017 perché: ci si chiede come saranno accolte e fronteggiate da un presidente che dichiara “prima l’America”, le decisioni contro Amazon e Google, i cui AD fanno parte dei consiglieri tecnici di Trump. E anche per quel che riguarda la Gran Bretagna, dopo la Brexit, i rapporti si possono infiammare dopo lo scandalo delle tasse di Gibilterra o il dossier Nissan. Anche con la Francia, le relazioni sono pericolanti a causa dei casi EDF e Areva che potrebbero dare manforte al sentimento antieuropeo nell’anno delle elezioni presidenziali.

12. Geert Wilders

Leader del Freedom Party olandese, Geert Wilders, non è come gli altri politici dell’estrema destra europea. Non è anti-semita, non è direttamente razzista, non è per il “prima i nativi (italiani o olandesi che siano)”. Tutto il suo odio si concentra sull’Islam, contro il quale si erge a difensore dei valori occidentali. E non solo contro i mussulmani radicali: avendo proposto di vietare il Corano e di chiudere tutte le moschee in Olanda, ha dimostrato che nella sua Europa non c’è spazio nemmeno per i mussulmani integrati.

Potrebbe rovinare il 2017 perché: in un’Europa che affronta ogni giorno la crisi dei migranti e dei rifugiati, il suo programma del muro contro muro potrebbe rivelarsi ideale per scatenare una guerra civile nell’Europa centrale.

Contro le bufale, la cara vecchia filologia

Pubblichiamo un estratto di un articolo scritto per Il Post.it da Claudio Lagomarsini, docente di Filologia romanza all’Università degli Studi di Siena.

Da qualche settimana, a proposito del dibattito su fake news e post-truth politics, mi gira in testa una domanda, che si è quasi trasformata in una tesi: c’è un legame fra la trascuratezza con cui si affronta l’ “accertamento dei testi” e la crisi che le discipline filologiche hanno conosciuto in Occidente negli ultimi ottant’anni? […]

Il caso Rignano sul Membro
4. Quello che segue è un esempio di problema filologico nell’era di internet che un insegnante potrebbe voler discutere con la propria classe. Il punto di metodo che dovrebbe passare è semplice ma non banale: i testi hanno una dimensione temporale, anche in Rete. Esaminiamo un caso concreto. Come si è scritto, la notizia più diffusa sui social nei giorni prima del referendum costituzionale era una bufala. Il testo è stato pubblicato online il 22.11.2016 dal «Fatto Quotidaino» (sic; d’ora in avanti “Fq”), un sito border line di satira e bufale. La primissima versione diceva che a «Rignano sull’Arno» (cioè nel paese d’origine di Matteo Renzi) erano state ritrovate 500.000 schede referendarie già segnate con il sì. La pagina è stata poi rimossa in seguito al clamore suscitato dalla bufala. Che la prima versione dicesse proprio «Rignano sull’Arno» è suggerito dall’anteprima visibile su «Un caffè al giorno» (che chiameremo “U”), una delle prime pagine Facebook che hanno condiviso la notizia (sempre il 22.11). L’anteprima trova poi conferma nell’URL di Fq («rignano-sullarno-trovate-500-000-schede-gia-segnate-voto-si-shock»). Invece, le altre pagine in cui sopravvive la bufala, tutte datate dal 23.11 in poi, portano una variante sulla località, che diventa «Rignano sul Membro» (ovviamente inesistente). Se adesso si prova a condividere l’URL di Fq, l’anteprima non dà più «Arno» (come in U), ma «Membro».

Come spiegare questo caos? La lezione «Arno» dev’essere quella più antica, perché non se ne trova traccia dopo il 22.11. L’ipotesi che avevo in mente – poi confermata dai redattori di Fq, che hanno avuto la gentilezza di rispondere alle mie sollecitazioni − è che il testo originario, con la lezione «Arno» (Fq1), sia stato modificato poco dopo la pubblicazione e corretto in «Membro» (Fq2). Questo con l’intento di chiarire ulteriormente che si trattava di uno scherzo. E forse anche per evitare grane. Dal 23.11 in poi, dunque, si diffonde la variante «Rignano sul Membro». Andando a confrontare il testo della notizia in varie pagine di rilancio, si scoprono altre varianti: le più macroscopiche sono un’interpolazione (contenente alcune considerazioni sul numero delle schede in rapporto al corpo elettorale) e un’ulteriore variante sulla città, che diventa «Napoli» (qui con un altro intento ancora, quello di restituire un tocco di realismo a un’evidente panzana). In alcuni casi, i siti citano la propria fonte; altre volte bisogna accontentarsi della data e delle varianti testuali. Vediamo una tabella di confronto:

Fq = Il Fatto quotidaino: 22.11, R. sull’Arno (Fq1) → R. sul Membro (Fq2) (totale: 158.161 shares su Facebook)
U = Un caffè al giorno: 22.11, R. sull’Arno (1094 shares)
I = ItalianiInformati.com: 23.11, R. sul Membro [con interpolazione] (351.828 shares)
R = Repubblica24.com: 23.11, R. sul Membro (21 shares)
Ni = Notizie Incredibili: 23.11, R. sul Membro [fonte dichiarata: Fq] (121 shares)
M = Mafia Capitale.info: 23.11, R. sul Membro (761 shares)
Nw = Newsitalys: 24.11, R. sul Membro (44 shares)
S = Shock-News.it: 24.11, R. sul Membro [con interpol.; fonte dichiarata: I] (158 shares)
G = Giornale Informativo: 27.11, Napoli (shares: n.d.)

Non si possono dettagliare ulteriormente le relazioni tra i siti portatori della semplice variante «Membro», che può derivare direttamente da un copia-incolla di Fq2 oppure da altre pagine che hanno rilanciato la stessa bufala senza introdurre varianti. Sulla base dell’analisi, si può ricostruire questo schema di diffusione:

schema

Avendo a che fare con testi e varianti, non credo che l’attuale tecnologia informatica possa produrre uno schema più preciso di questo. Non si tratta – è bene sottolinearlo – di condivisioni di pagine con un codice o una formattazione tracciabile, ma di copia-incolla parzialmente ri-editati, quindi usciti momentaneamente dalla Rete, modificati, e poi rientrati. Dai vari siti di pseudo-notizie − che non sono moltissimi − la bufala è stata poi condivisa centinaia di migliaia di volte sui social (la “vulgata” del testo). A questo punto l’informatica torna utile: applicazioni come BuzzSumo o SharedCountpermettono di conteggiare il numero di condivisioni irradiate da ogni URL, dunque il “peso” di ogni fonte nella diffusione di una bufala sui social (nel nostro caso il sito I è il principale responsabile, seguito dalla fonte originale Fq).

E quindi?

5. Mentalità o cultura filologica sono cose diverse (più profonde) rispetto alla filologia, che per vocazione si occupa soprattutto di testi letterari. Il rapporto tra cultura dei testi e filologia è lo stesso che esiste tra cultura del cibo e alta cucina, tra cultura della salute e medicina. Se il secondo polo (quello della ricerca specialistica) viene meno, è difficile che il primo (quello della cultura condivisa) continui a prosperare da solo.

Le discipline filologiche non hanno rimedi immediati da offrire. […]

In un famoso pamphlet anti-filologico, Bernard Cerquiglini ha scritto che la filologia, tutta presa com’è dall’ossessione di tracciare alberi genealogici dei manoscritti, «è una forma di pensiero borghese, paternalista e igienista sulla famiglia: ha cara la filiazione, perseguita l’adulterio, teme la contaminazione» (Éloge de la variante, 1989). Credo che Cerquiglini abbia torto e non abbia capito come funziona davvero la filologia. Non vorrei però che avesse ragione sul fatto che i filologi sono effettivamente dei borghesi, cioè persone che preferiscono parlare difficile e leggere vecchi libri anziché confrontarsi con quello che succede a un metro dal loro salotto.

(articolo integrale)

Meccanica e cervello: la coscienza come effetto dell’entropia

E se la coscienza fosse il mezzo usato dal nostro cervello per massimizzare il contenuto informativo? In altre parole, se la coscienza fosse un effetto collaterale del nostro cervello che si muove verso uno stato di entropia? Proprio come l’Universo, la nostra rete neuronale potrebbe essere programmata per massimizzare il disordine – in un modo quindi simile al principio di entropia – e la nostra coscienza non sarebbe altro che un effetto secondario. A partire da queste ipotesi, una squadra di ricercatori della Toronto University e dell’Università Paris Descartes ha utilizzato la teoria delle probabilità detta meccanica statistica per tracciare le reti neuronali di nove persone, di cui sette schizofreniche.

L’idea si basa quindi sul principio dell’entropia, termine utilizzato in fisica per descrivere la progressione di un sistema da una condizione ordinata verso il disordine. Il principio fisico dice che in un sistema fisico qualsiasi l’entropia (cioè il disordine) non può che aumentare. Questo è ciò che molti fisici ritengono stia accadendo anche nel nostro Universo. A partire dal Big Bang, il disordine nell’Universo è sempre aumentato; l’Universo è in un graduale e perenne percorso da uno stato di bassa a uno di alta entropia. L’idea di applicare questo principio alle connessioni neuronali, e i risultati della ricerca finora appena agli inizi, sono stati definiti “intriganti” in una intervista a Edwin Cartlidge su Physics World, dal fisico Peter McClintock della Lancaster University, non coinvolto nella ricerca.

Così i ricercatori, R. Guevara Erra, D.M. Mateos, R. Wennberg e J.L. Perez Velazquez, hanno deciso di applicare questa teoria alle connessioni nel nostro cervello per vedere se si presentassero eventuali strutture nel modo in cui le connessioni neuronali si organizzano in stato cosciente.

Per l’esattezza, hanno esaminato due gruppi di dati: in primo luogo hanno confrontato i pattern di connettività quando i partecipanti dormivano e con quelli di quando erano svegli; in seguito hanno osservato la differenza tra i dati emersi durante le convulsioni di cinque pazienti epilettici rispetto a quando i loro cervelli erano in uno stato cosciente normale.

In entrambi i gruppi, si sono potute registrarle stesse tendenze: la rete dei collegamenti neuronali nel cervello dei partecipanti visualizzati presentava maggiore entropia in uno stato pienamente cosciente.

Troviamo un risultato sorprendentemente semplice: normali stati di veglia si caratterizzano per il maggior numero di possibili configurazioni di interazioni tra reti del cervello, che rappresenta più alti valori di entropia,” scrive la squadra sul documento che è stato accettato dalla Physical Review E, ed è già disponibile su arXiv.org.

La ricerca presenta un grosso limite: quello della piccolezza del campione esaminato. E ‘difficile individuare eventuali tendenze in modo convincente e conclusivo da un campione di sole nove persone, senza contare che già con un numero così piccolo di partecipanti, il cervello di ognuno ha risposto in modo leggermente diverso durante i vari stati.

Ma lo studio è un buon punto di partenza per ulteriori ricerche, e apre la strada a una possibile nuova ipotesi su uno dei più grandi misteri della scienza odierna: il motivo per cui il nostro cervello tende ad essere cosciente.

Il risultato promettente ha portato i ricercatori a sostenere che la coscienza potrebbe essere semplicemente una “proprietà emergente” di un sistema che sta cercando di massimizzare lo scambio di informazioni. La squadra di ricercatori ha quindi intenzione, adesso, di analizzare ulteriormente i risultati, misurando lo stato termodinamico di diverse regioni della materia grigia per capire se quello che sta succedendo è veramente definibile e paragonabile al principio di entropia, o a qualche altro tipo di organizzazione.

Vogliono anche di estendere i loro esperimenti al comportamento cognitivo generale – per esempio, vedere come l’organizzazione neuronale cambia quando le persone si concentrano su un compito e quando sono distratte.

Stiamo solo iniziando a capire come l’organizzazione della rete del cervello potrebbe influenzare la nostra coscienza, ma è il mistero è affascinante. Non solo siamo fatti di polvere di stelle, ma anche biologicamente, condividiamo le stesse leggi che regolano l’universo.

Antonio Marvasi

Spagna, a La Coruña “lo striscione più caro del mondo”

‘El Pais’ lo definisce: “lo striscione più caro del mondo“. E’ quello che apparirà nuovamente stasera sugli spalti del Riazor in occasione degli ottavi di finale di Copa del Rey tra Deportivo La Coruña e Alavés: è lo striscione dei ‘Riazor Blues’, gruppo ultras della compagine gallega, che costa – ogni singola volta che viene esposto – 30.000 euro al club bianco blu.

Questi 30.000 euro (che, uniti alle precedente sanzioni, giungono alla cifra ben più consistente di 350.000 euro) rappresentano la multa comminata dalla Commissione Statale contro violenza, razzismo, xenofobia e intolleranza nello sport alla società campione di Spagna (per la prima e ultima volta) nel 2000, colpevole di consentire ai ‘Riazor Blues’ di esporre lo striscione.

I ‘Riazor Blues’ si resero protagonisti (assieme agli ultras d’estrema destra del Frente Atletico) di brutali scontri in occasione di un match tra Atletico e Deportivo nel dicembre del 2014. In quell’occasione morì un ultras deportivista, Francisco Javier Romero, detto “Jimmy”, gettato in un fiume da non ancora oggi meglio identificati tifosi dell’Atletico, e da allora l’opinione pubblica invoca la necessità di applicare la legge 19/2007, volta a punire i gruppi che hanno dato vita a scontri, risse e disordini pubblici negli stadi o nei paraggi.

Ma i Riazor Blues sono rimasti non punibili fino alla fine del marzo del 2016, quindici mesi dopo i fatti di Madrid: solo allora il gruppo ha infatti deciso di iscriversi nel registro preposto per i gruppi ultras, con tanto di registrazione dei nomi dei responsabili del gruppo (una sorta di tessera del tifoso iberica); una scelta importante per un gruppo politicamente molto schierato, protagonista di scontri anche prima della morte di Jimmy.

Ma proprio questa iscrizione al registro – che sarebbe servita al gruppo per uscire dall’ombra – ha portato il Deportivo a ricevere pressoché settimanali multe, a causa della succitata legge, inapplicabile finché i Riazor Blues non erano registrati (i Riazor Blues non esistevano nemmeno come peña del Deportivo).

“Non stiamo avendo incidenti, non viene allo stadio nessun tifoso sanzionato, il comportamento dei nostri tifosi è esemplare e ci troviamo con una multa ogni partita”, sottolinea il Presidente del Deportivo Tino Fernández, convinto che le multe non dovranno essere pagate (“Sono multe assurde per le quali faremo ricorso, che vinceremo”).

Ma in attesa che l’ottimismo del presidente del Depor trovi riscontri nei fatti, il club gallego potrà fregiarsi di esporre lo “striscione più caro al mondo”.

John Berger, lo scrittore impegnato dello sguardo.

Saggista, poeta, pittore, critico cinematografico, drammaturgo; nella sua lunga carriera la passione per l’arte e la passione politica si sono continuamente intrecciate. È morto il 2 gennaio 2017, all’età di 90 anni, nel sobborgo parigino di Antony, John Berger, “uno degli scrittori più influenti della sua generazione” secondo The Guardian.

Marco Belpoliti, (i cui interventi critici sull’autore inglese sono assolutamente consigliabili) su Tuttolibri per La Stampa, ricorda una frase di Geoff Dyer nella sua introduzione a uno dei libri più belli di Berger, Capire la fotografia: “Esiste una forma delicata di empirismo che si identifica così intimamente con il soggetto da trasformarsi in teoria”.

Vogliamo anche noi ricordare questa frase perché questo è quel che caratterizza Berger come teorico, critico e anche come scrittore: il legame che, con la sua sensibilità, era in grado di instaurare, o di individuare, tra immagine, arte, e persone. Non si trattava di puro pensiero astratto – e anche in questo si vede il ruolo dell’impegno politico per gli umiliati della società – ma una sensibilità che fa della sua produzione scritta un documento di una umanità in continua lotta. Soprattutto, quindi, quello che lo caratterizza è un sentimento di universalità che si trasmette al lettore. Ecco, arriverei a dire che John Berger si caratterizza per una sorta di epicità che coinvolge e descrive il destino di un’intera cultura, di un’intera massa antropologica. Ma nei dettagli, diabolicamente lirico, eppure, da buon inglese, mai retorico e barocco.

Lotta. John Berger si considera marxista durante tutta la sua vita. Per tutta la vita continua a credere nell’uguaglianza, nell’emancipazione, e in valori come l’amicizia, nei rapporti disinteressati contro la prepotente violenza del “mercato”. Il suo non è cioè un discorso prettamente politico, cioè mondano, pratico-economico… materialista insomma. È una visione squisitamente umanistica, la sua, e per questo nettamente controcorrente nel mondo di oggi. Quando nel 2009 decise di donare agli archivi della British Library tutti i suoi manoscritti, si spiegò così:

“Quel che mi interessa degli archivi, è che entrandoci si accede al passato, ma un passato per così dire al presente. E così rappresenta un ulteriore modo per le persone che hanno vissuto nel passato, e forse vivono ancora o forse sono morte, di essere presenti. Questo mi sembra uno dei fattori quintessenziali della condizione umana. È di fatto ciò che differenzia l’uomo da qualsiasi animale: vivere con coloro che hanno vissuto, in compagnia di chi non vive più. E non per forza gente che abbiamo conosciuto di persona; mi riferisco a persone che forse abbiamo conosciuto solo attraverso quello che hanno fatto, o hanno lasciato dietro di sé; la questione della compagnia del passato, è questo che mi interessa, e gli archivi sono una specie di sito nel senso di sito archeologico, un sito per quella compagnia, la compagnia del passato”.

Il suo capolavoro è considerato il romanzo G. (1972), tradotto in italia da Riccardo Mainardi,(Milano: Garzanti, 1974) e da Maria Nadotti (Vicenza: Neri Pozza, 2012), attualmente la migliore traduttrice italiana di Berger. Il romanzo, diciamo di formazione, narra le avventure di stampo picaresco di un giovane scapestrato e donnaiolo che vaga nell’Europa della prima guerra mondiale e che, di sventura in sventura, acquisisce una propria coscienza politica. Una lettura piacevole e mai banale, narrata con tecniche che si possono definire sperimentali (ma non azzardate, sempre coerenti), e che ci sentiamo di consigliare a chiunque. Non tanto perché con questo romanzo Berger ha vinto il Booker Prize e il James Tait Black Memorial Prize, due dei più prestigiosi remi letterari d’oltremanica, ma perché, davvero, si tratta di una lettura che arricchisce la nostra percezione umana e politica del mondo.

Ma quel che lo caratterizza davvero, è l’attenzione all’immagine, la fotografia e la pittura, tanto che è stato definito, e forse sarà ricordato come il ‘romanziere dello sguardo’. Non a caso, infatti, il suo primo romanzo si intitolava A painter of our time, (1958), tradotto in italia da Luciano Bianciardi come Ritratto di un pittore, Milano: Bompiani, 1961.

Lo vogliamo ricordare allora con questo video, il primo di 4 episodi realizzati da Berger per la BBC a partire da quello che è forse il saggio sullo sguardo e l’immagine più interessante e coinvolgente degli ultimi 20 anni: Ways of Seeing (1972), Questione di sguardi, tradotto da Maria Nadotti, (Torino: Bollati Boringhieri, 2009).

La tesi del libro è, in breve, la seguente: la pittura ad olio si è imposta sulla scena nell’epoca in cui la società ha preso la direzione di un sistema economico fondato sul possesso delle cose. Così, l’immagine pubblicitaria è il corrispettivo odierno della pittura ad olio. La sua analisi della storia dell’arte, pregnante e convincente, si basa quindi su una lettura politica: “La pittura ad olio fece alle immagini ciò che il capitale aveva fatto alle relazioni sociali. Le ridusse all’equivalenza degli oggetti. Tutto divenne intercambiabile, poiché tutto si tramutò in merce”.

Con John Berger muore, anche se con un paio di giorni di ritardo, l’ultimo rappresentante della cultura del ventesimo secolo che il 2016 ci ha strappato.

Ant.Mar.

Cina, attivista per i diritti umani svedese racconta il suo carcere, un anno dopo l’arresto

Nel 2004 decide di partire dalla sua Svezia alla volta della Cina. E’ un giovane laureato in scienze politiche con la voglia di viaggiare e conoscere luoghi nuovi. Decide quindi di conoscere la Cina, attraverso tre sue città (Bejing, Shangai e Xiamen, città portuale del sud-est). “Ero lì solo per viaggiare e imparare”, racconta il protagonista di questa storia al ‘The Guardian’. Si chiama Peter Dahlin, ha 23 anni e non pare avere una chiara idea del mondo.

Cambia prospettiva quando torna a distanza di tre anni, dopo aver conosciuto online un attivista cinese, Hou Wenzho. Con lui, nel 2009, fonda una associazione in difesa dei diritti umani, ‘China Action’.

Ha alle spalle realtà istituzionali come l’Unione Europea, il Ned (National Endowment For Democracy, organizzazione no profit fondata nel 1983 da Carl Gershman e Ronald Reagan) e il Norwegian Human Rights Fund. Organizza corsi per avvocati e giornalisti investigativi, oltre a dare supporto ai giovani cinesi impegnati nella difesa dei diritti civili.

A dire il vero, il ‘The Guardian’ (che rilancia oggi la sua storia, che potete leggere per esteso qui) si mantiene discretamente sul vago sul tema, un po’ come vaga è l’affermazione che Dahlin fosse guidato dagli interessi della classe media (in che senso? E qual era il ruolo dei succitati enti nel suo lavoro?).

Ma torniamo alla storia: Dahlin decide di operare in incognito. Nemmeno le persone a lui più vicine sanno di cosa si occupi esattamente e decide di adottare il cognome Beckenridge, in onore a John C Breckinridge (maggiore generale nell’esercito degli Stati Confederati durante la guerra di secessione).

Nonostante i toni da spy story e un contesto certamente non ideale per gli attivisti, la permanenza in Cina di Dahlin prosegue senza intoppi, un rinnovo del visto alla volta.

Finché Xi Jinping non diventa presidente (nel 2013) e la situazione va peggiorando, finché non arriva il 3 gennaio 2016. Come narrato dal ‘The Guardian’, ci sono tre anni di sostanziale vuoto (durante i quali supponiamo Dahlin abbia proseguito nel suo lavoro), fino al climax del 3 gennaio: intorno alle 2 del pomeriggio Dahlin realizza che la sua associazione si trova sotto la lente d’ingrandimento  dei servizi di sicurezza cinesi. Intorno alle 4 inizia a prepararsi per partire di lì a poco, saluta la fidanzata e i suoi gatti, scrive una mail in cui avverte i colleghi di eliminare qualsiasi traccia del proprio operato e prenota un volo per le 3 del mattino seguente. Ma alle 9.45 (un’ora prima di andare per l’aeroporto) bussano alla porta: “Sei tu Peter Dahlin?”

Da lì, 23 giorni di galera, raccontati dal ‘The Guardian’ con dovizia di particolari, tra privazioni di sonno, confessioni estorte (quella che potete vedere in coda) e sorveglianza totale 24 ore al giorno.

Raccontata così da Dahlin: “Spesso si alzavano e venivano a guardarmi mentre andavo in bagno o mi facevo una doccia. E’ un po’ strano. Fortunatamente sono svedese e in Svezia non abbiamo problemi con la nudità”. (Ah ah).

Tra nuovi conservatori e vecchi rivoluzionari: Grillo, Fusaro e l’apocalisse dell’intelligenza

Nel suo discorso di fine anno, Beppe Grillo paragona il Movimento 5 stelle a quelle scale che si appoggiavano al castello per assediarlo e conquistarlo. Il castello sono le istituzioni, il M5S la passerella, i cittadini i conquistatori. Al di là di quel che si potrebbe dire di un tale modo di vedere la cosa – un vero e proprio assedio – è interessante notare che il buon Beppe non dà altro motivo di fare questa rivoluzione che l’immobilità del sistema. “era lì da 40 anni”.
È interessante accorgersi, cioè, che tanto basta per voler sovvertire il sistema. Sappiamo che la linea politica del partito di Grillo (ma quale movimento, diciamo le cose come stanno) è quella del “tutti a casa”, ma non è questo quello che il comico politico ha sottolineato. Nel suo discorso – volutamente confuso per apparire come uno del popolo, uno onesto, quasi ingenuo, sicuramente simpatico – Grillo non mette in evidenza il marciume del sistema contro la freschezza del M5S, anche se l’idea è implicita: è sufficiente evocare la vecchiezza dell’attuale sistema politico. Il suo discorso, quindi, non è razionale, ma emotivo (come una pubblicità): i dati forniti però non indicano in nessun modo perché il sistema sia da cambiare. La vecchiaia non è una ragione sufficiente.
Quello di Grillo è l’esempio più potente in Italia di una tendenza che si manifesta in tutta Europa (almeno), ed è quella dei nuovi rivoluzionari, che credono nella potenza della rete, dell’accesso dell’informazione, nelle nuove tecnologie, che accolgono il cambiamento in atto e lo incoraggiano.
Dice ad esempio Grillo, non senza ragione, che il mondo del lavoro sta evolvendo in maniera drastica, che avremo molto più tempo libero e che molti dei lavori oggi praticati spariranno. Il che è vero, se le cose continuano ad evolvere in questo senso. Il che non è detto, visto che non ce lo possiamo permettere in termini di risorse. Ma per le risorse, ci sono le nuove tecnologie, le stampanti 3d, la rete, che ci permette di muovere meno merci e di comunicare in tempo reale. Insomma, il discorso di Grillo non è affatto privo di appigli interessanti e di spunti di riflessione reali e importanti, ma lui si limita ad accennarli, e a mettere in contrapposizione la vecchiaia degli “altri”, ormai obsoleti e inadatti al mondo di oggi.
È un modo di fare i rivoluzionari molto vecchio, quello di fare i giovani, molto sessantottino, un giovanilismo molto Fonzie, o Renzie, molto anni 50. Che funziona ancora bene in Italia, essendo stato un elemento costante sin da Berlusconi, ma che rende questi rivoluzionari piuttosto antiquati. E molto antiquato, tipico di un vecchio che si ostina a fare il Supergiovane, è questo atteggiamento di accettare in toto le novità sociali e tecnologiche come buone, e il vecchio ordine come cattivo. Questa smania di novità e di tecnologia, oggi, suona stantia e marinettiana. Così come – meglio evocare il pittoresco autore futurista delle manesche ronde fasciste – certe prese di posizione conservatrici del M5S, contro Europa, immigrati, matrimoni gay, scie chimiche, posizioni populiste in quanto seguono acriticamente il pensiero del popolino, scelte interessate. È d’altronde la stessa politica del Movimento a decretare un’assenza di politica: quello che decide la rete è legge. Questa fiducia nella rete, può essere molto pericolosa. Lo stesso Grillo ne è consapevole: nel suo video lo dichiara esplicitamente, brandendo il suo Iphone (che sia quindi chiaro: la libertà, per Grillo, ci è data da una azienda privata multinazionale, economicamente più potente del popolo belga):

“Dentro questo Iphone c’è il mondo, e il mondo nel taschino può essere una cosa meravigliosa o può essere l’apocalisse della tua intelligenza”

Questo è il punto. E proprio il M5S ha avuto qualche brutta caduta di stile, con eletti in parlamento e in consigli comunali che sparlano di sirene, scie chimiche e altre cose che con l’intelligenza hanno poco a che fare. Io sarei meno fiducioso, fossi Grillo.
Se questi sono i rivoluzionari, c’è ben poco di promettente anche dall’altra parte, in quella che una volta si sarebbe definita l’ala conservatrice. Se la rivoluzione in Italia è rappresentata da un anziano signore miliardario e stravagante, e non parlo di Berlusconi, le posizioni conservatrici più interessani, in Italia, vengono dai giovani, 25-30 anni, il cui rappresentante ideologico può essere individuato in Diego Fusaro, e l’organo di diffusione nel gruppo editoriale de L’Intellettuale Dissidente.
Si tratta, in effetti, di conservatori che si presentano come rivoluzionari; d’altronde abbiamo già detto che lo stesso partito di Grillo prende posizioni conservatrici su alcuni temi. Diego Fusaro è un personaggio molto particolare, un giovane ragazzotto che va in televisione, principalmente a La Gabbia, a dire con parole difficili e un tono snob che le banche, il capitalismo, il popolo, e Gramsci, e Nietzsche e tutto il resto. È allievo di Costanzo Preve, filosofo di per sé interessante, che si autodefiniva marxista. Preve fece una critica del mondo dopo il 68 in una direzione diversa da quella della sinistra ortodossa, tanto che si avvicinò, per amicizia e per idee, all’intellettuale della Nouvelle Droite, la Nuova Destra, Alain de Benoist. Ma non preoccupiamoci di approfondire tanto il discorso: Fusaro, ripetendo a pappagallo la lezione del maestro fa un’operazione che richiede di essere analizzata. L’ultracapitalismo (termine previano) dopo aver distrutto la religione e i vecchi ordinamenti, attacca oggi quelli che sono sostanzialmente i valori borghesi: la famiglia, il matrimonio, la religione, la patria ecc. Così, Fusaro, partendo da Gramsci, in nome dell’anticapitalismo, prende posizione contro il matrimonio omosessuale, contro la libertà di religione e in generale, si ritrova sempre su posizioni conservatrici.
Il suo discorso non è del tutto ininteressante, non è questo il punto. C’è per esempio anche il caso de L’Intellettuale Dissidente e delle edizioni del Circolo Proudhon, che fanno un lavoro sicuramente serio. Eppure. Intitolano le edizioni a uno dei più grandi pensatori dell’Anarchia e del socialismo, e poi la loro rivista (Il Bestiario degli Italiani) si definisce “strapaesana”. Riprendono cioè, di peso, una parola (ma anche tutto un modo di rappresentazione linguistica e di immagini) del dibattito culturale fascista italiano negli anni 20. Il bello è che, adattato al mondo di oggi, e nella confusione ideologica che caratterizza le loro posizioni, questo strapaesano è da intendersi in ultima analisi come no-global.
Intendiamoci, una ideologia no-global appartiene di diritto anche al fascismo italiano, e sono infatti quelli di Casa Pound che, per primi, hanno mostrato interesse per questo pensiero. C’è insomma tutto un movimento culturale che sta nascendo, anzi già nato, che propone un discorso di destra in opposizione al sistema capitalistico, e che pare oggi guadagnare sempre più terreno, almeno sui social network. Ma a ben vedere, in effetti, buona parte di coloro che prendono per buono quel che dice Fusaro, fanno parte del pubblico de La Gabbia e dell’elettorato del M5S.

E così ci accorgiamo che i nuovi conservatori e i vecchi rivoluzionari coincidono, che la rivoluzione tecnologica di Grillo si regge, nel suo popolo, su una reazione politica, e che entrambi, vecchi e nuovi, non sembrano in grado né di proporre qualcosa di davvero rivoluzionario, né tantomeno di contrastare una eventuale Apocalisse dell’intelligenza, di cui, anzi, sembrano essere il sintomo.

Antonio Marvasi.

BestGore.com, le foto dell’attentato di Istanbul e la censura online

In seguito all’attentato di capodanno a Istambul, dove sono morte 39 persone, il sito bestgore.com pubblica le cruente immagini dei corpi senza vita, facendone una questione di libertà di stampa. Il ruolo dell’immagine è sempre più invadente, dalla cronaca alla vita di tutti i giorni. La questione etica che si pone concerne precisamente la cosiddetta  società dell’immagine. 

Nei giorni del dibattito sulla necessità di vietare per legge le bufale online (con le parole rilasciate dal Presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella in un’intervista al ‘Financial Times’ – “Servono regole e sanzioni contro le bufale online: i pubblici poteri devono controllare l’informazione” – che hanno scatenato l’indignata risposta di Beppe Grillo), diviene sempre più opportuno pensare a quello che è Internet, quello che potrebbe essere e quello che dovrebbe essere.

Perché, al netto delle bufale, è possibile imbattersi in contenuti disturbanti – anche sul cosiddetto clean web (usando il termine in opposizione a quello di deep web): anche in quel caso, ci si trova a chiedere sulla legittimità della presenza online di certi tipi di contenuti.

Ma prendiamo un caso specifico: bestgore.com, sito che ha in qualche modo ereditato il ruolo di Grand Guignol della rete da rotten.com. Ma, nonostante possa farci pensare sia solo un sito che cerca di fare numeri e ricavare proventi su contenuti scabrosi, gli autori di Bestgore.com vogliono sottolineare – sin dall’home page – la propria importanza in relazione alla difesa della ‘libertà d’espressione’. Si può leggere, sotto ‘Why This Website Is Important’:

“Best Gore is a reality news website which reports on real life events which are of the interest to the public. Best Gore was founded on the fundamental principle that freedom of expression, freedom of the press and the right of the public to be informed are fundamental and necessary conditions for the realization of the principles of transparency and accountability that are, in turn, essential for the promotion and protection of all human rights in a democratic society”.

In occasione dell’attentato di capodanno, che ha visto morire 39 persone in un attentato al Reina Night Club di Besiktas (quartiere bene di Istanbul), il sito ha mostrato le immagini immediatamente successive la mattanza. Immagini crudi, scioccanti, disturbanti. Ma, ciononostante, emblema di una libertà che non possiamo permetterci di perdere?

Oltre all’appena posto, poniamo qui di seguito altri tre quesiti, che possano servire come spunto per una riflessione (a cui vi lasciamo, non essendo nostra volontà portarvi ad alcuna conclusione):

E’ giusto poter reperire contenuti del genere online? Rientra all’interno dei confini della libertà d’espressione (sempre che una libertà possa avere confini) o li travalica? Deve essere Internet (il clean web) considerato un porto franco?

Tuttavia il fatto può ispirare una riflessione più ampia. La questione sembra infatti porsi nella misura in cui siamo in un periodo di cambiamento culturale. Qual è il ruolo dell’immagine nella società attuale? L’immagine è comprensibile per tutti – usata sin dal medioevo per diffondere il verbo di dio tra gli analfabeti – e si adatta perfettamente a un’epoca caratterizzata dall’accessibilità di internet. In tutti i campi, primo fra tutti quello giornalistico, l’immagine sta prendendo sempre più spazio, e si impone persino nella lingua, con le emoticon. Da un punto di vista dell’informazione, un’immagine cruenta è di gran lunga più eloquente, e decisamente più obiettiva, di qualsiasi descrizione sulla violenza della guerra. Ma la violenza, non appena viene messa in scena, diventa spettacolo. Fu la CNN la prima televisione a trasmettere immagini di guerra, ai tempi del Vietnam, registrando un picco di ascolti da record.

Se per Aristotele la violenza della tragedia nel teatro ha un valore catartico, cioè di purificazione degli animi, forse non si può dire altrettanto della violenza esposta sul clean web. Rimane, probabilmente, una questione di pura spettacolarizzazione, giustificata più o meno malamente dal principio del dovere di cronaca. La questione, quindi, è oggi molto diversa rispetto ai tempi di Aristotele.

Oggi, non siamo più in grado di guardare un tramonto o di mangiare un bel piatto di pasta senza fargli una fotografia e condividerlo. Un filosofo più vicino a noi, prevedeva che in futuro (oggi, ndr) gli analfabeti sarebbero stati quelli che non sanno leggere le immagini. Forse aveva ragione se un altro filosofo, ancora più vicino a noi come Jacques Derrida, insiste molto sul concetto di “traccia”, scritta, video o foto. Facebook, Instagram e praticamente tutti i social network si basano sulle immagini. Insomma, ogni individuo, di qualsiasi classe sociale, ha una fotocamera sempre in tasca. E allora, che senso ha resistere al dilagare di immagini, anche cruente o pornografiche? Anche volendo, per ora qualsiasi sforzo si dimostra inutile, e chi propone di controllare il tutto non può che essere guardato con sospetto. Rimane solo la responsabilità dei singoli utenti, aiutati, è vero, dall’algoritmo del proprio motore di ricerca, che li aiuta a trovare solo i risultati che vogliono trovare.

Ma la questione rimane aperta: bisogna tutelare gli utenti del clean web, o lasciare libero sfogo alla libertà di espressione, talvolta male interpretata, senza arginare immagini cruente, bufale e complottismi? Il mio diritto a essere informato, implica che io abbia accesso a notizie vere, ma anche che io possa vedere con i miei occhi l’orrore dell’attentato di capodanno. E che ne è del diritto delle vittime, e dei familiari, a non vedersi il morto sbattuto in prima pagina? Questo problema ci dice qualcosa, forse, dei tempi che stiamo vivendo.

Nasce il sito de L’Opinabile – rivista di critica in formazione

Quando T.S. Eliot, direttore della rivista The Criterion, decise di tornare al formato quadrimestrale dopo un breve esperimento di pubblicazione mensile, lo fece soprattutto per una questione di qualità: pubblicare ogni mese significava una scelta meno ponderata. Per lo stesso motivo oggi L’Opinabile, nel magma di informazioni che ogni giorno ci sommerge, decide di adottare un formato mensile. Certo, il tempo oggi si muove molto più velocemente rispetto a un centinaio di anni fa, ma anche per noi si tratta, innanzi tutto, di una questione di qualità.

Ci scusiamo quindi per il ritardo, dovuto principalmente agli immancabili problemi tecnici e alla gioventù del progetto. Ma rivendichiamo il diritto alla lentezza per far decantare le notizie e le nostre riflessioni. Questo ritardo fa parte, in un certo senso, della nostra stessa politica editoriale.

Nasce, finalmente, il sito dell’Opinabile – rivista di critica in formazione.

Il formato del nostro progetto editoriale è molto semplice: la rivista esce in versione scaricabile ogni mese – troverete il primo numero nella calza, il 6 gennaio – per essere letta su tutti i dispositivi. Il progetto grafico rimanda a una rivista cartacea, ed è in effetti possibile stampare il documento se si vuole, o comunque sfogliarlo sul tablet, ma quel che ci caratterizza è l’ipertesto. L’Opinabile è una rivista digitale che si naviga, e che vuole dare al lettore tutto il potere che gli spetta di diritto nei tempi di oggi: la possibilità di approfondire autonomamente gli argomenti trattati, a partire dai link e dalla documentazione che gli forniamo.

Il nostro gruppo è formato da ricercatori universitari e da giornalisti insieme, per posizionarci a metà tra la mera informazione cronachistica e l’elaborazione di un pensiero più riflettuto. La rivista è quindi suddivisa in rubriche fisse, ognuna tenuta da un autore che, per formazione o per lavoro, si occupa della questione che tratta. Ogni mese, la copertina presenterà un’opera d’arte che ci permetta di affrontare gli argomenti che di volta in volta caratterizzeranno il presente. Per il primo numero, abbiamo scelto di fare un omaggio al filosofo tedesco Walter Benjamin, mettendo in copertina il famoso quadro di Paul Klee, Angelus Novus.

A supporto della rivista, il sito, questo sito. Qui, seguendo la nostra linea editoriale, verranno pubblicati un massimo di 5 articoli ogni giorno, sempre, ovviamente, di critica e informazione. Ci opponiamo, anche sul sito, alle notizie istantanee che fanno scalpore tanto per farlo e alle valanghe di contenuti acritici attraverso degli articoli che non siano scritti di getto, che non puntino esclusivamente ad avere visibilità. Qui cerchiamo di fare critica in formazione, di pensare i tempi che corrono.

Si potrebbe adattare il concetto di slow-food (non a caso, L’Opinabile è attento anche alla cultura enogastronomica italiana e mondiale): quel che troverete sulla nostra rivista sono, per così dire, delle slow-news. Articoli di qualità, scritti lentamente (ecco il legame con l’Università), che seguono la stagione (ecco il legame col giornalismo), da gustare con attenzione.

La qualità di una riflessione critica richiede tempo, e il tempo richiede libertà. La libertà richiede molti sforzi. Col vostro contributo (in prima battuta in termini di partecipazione), siamo certi che i nostri sforzi saranno ripagati.

Senza ulteriori indugi vi diamo per adesso il benvenuto sul nostro sito, e vi aspettiamo il 6, senza ritardi, per la prima uscita de L’Opinabile. Nel frattempo, per non perdervi nessun aggiornamento, seguiteci su Facebook.

A presto!