Tra nuovi conservatori e vecchi rivoluzionari: Grillo, Fusaro e l’apocalisse dell’intelligenza

Nel suo discorso di fine anno, Beppe Grillo paragona il Movimento 5 stelle a quelle scale che si appoggiavano al castello per assediarlo e conquistarlo. Il castello sono le istituzioni, il M5S la passerella, i cittadini i conquistatori. Al di là di quel che si potrebbe dire di un tale modo di vedere la cosa – un vero e proprio assedio – è interessante notare che il buon Beppe non dà altro motivo di fare questa rivoluzione che l’immobilità del sistema. “era lì da 40 anni”.
È interessante accorgersi, cioè, che tanto basta per voler sovvertire il sistema. Sappiamo che la linea politica del partito di Grillo (ma quale movimento, diciamo le cose come stanno) è quella del “tutti a casa”, ma non è questo quello che il comico politico ha sottolineato. Nel suo discorso – volutamente confuso per apparire come uno del popolo, uno onesto, quasi ingenuo, sicuramente simpatico – Grillo non mette in evidenza il marciume del sistema contro la freschezza del M5S, anche se l’idea è implicita: è sufficiente evocare la vecchiezza dell’attuale sistema politico. Il suo discorso, quindi, non è razionale, ma emotivo (come una pubblicità): i dati forniti però non indicano in nessun modo perché il sistema sia da cambiare. La vecchiaia non è una ragione sufficiente.
Quello di Grillo è l’esempio più potente in Italia di una tendenza che si manifesta in tutta Europa (almeno), ed è quella dei nuovi rivoluzionari, che credono nella potenza della rete, dell’accesso dell’informazione, nelle nuove tecnologie, che accolgono il cambiamento in atto e lo incoraggiano.
Dice ad esempio Grillo, non senza ragione, che il mondo del lavoro sta evolvendo in maniera drastica, che avremo molto più tempo libero e che molti dei lavori oggi praticati spariranno. Il che è vero, se le cose continuano ad evolvere in questo senso. Il che non è detto, visto che non ce lo possiamo permettere in termini di risorse. Ma per le risorse, ci sono le nuove tecnologie, le stampanti 3d, la rete, che ci permette di muovere meno merci e di comunicare in tempo reale. Insomma, il discorso di Grillo non è affatto privo di appigli interessanti e di spunti di riflessione reali e importanti, ma lui si limita ad accennarli, e a mettere in contrapposizione la vecchiaia degli “altri”, ormai obsoleti e inadatti al mondo di oggi.
È un modo di fare i rivoluzionari molto vecchio, quello di fare i giovani, molto sessantottino, un giovanilismo molto Fonzie, o Renzie, molto anni 50. Che funziona ancora bene in Italia, essendo stato un elemento costante sin da Berlusconi, ma che rende questi rivoluzionari piuttosto antiquati. E molto antiquato, tipico di un vecchio che si ostina a fare il Supergiovane, è questo atteggiamento di accettare in toto le novità sociali e tecnologiche come buone, e il vecchio ordine come cattivo. Questa smania di novità e di tecnologia, oggi, suona stantia e marinettiana. Così come – meglio evocare il pittoresco autore futurista delle manesche ronde fasciste – certe prese di posizione conservatrici del M5S, contro Europa, immigrati, matrimoni gay, scie chimiche, posizioni populiste in quanto seguono acriticamente il pensiero del popolino, scelte interessate. È d’altronde la stessa politica del Movimento a decretare un’assenza di politica: quello che decide la rete è legge. Questa fiducia nella rete, può essere molto pericolosa. Lo stesso Grillo ne è consapevole: nel suo video lo dichiara esplicitamente, brandendo il suo Iphone (che sia quindi chiaro: la libertà, per Grillo, ci è data da una azienda privata multinazionale, economicamente più potente del popolo belga):

“Dentro questo Iphone c’è il mondo, e il mondo nel taschino può essere una cosa meravigliosa o può essere l’apocalisse della tua intelligenza”

Questo è il punto. E proprio il M5S ha avuto qualche brutta caduta di stile, con eletti in parlamento e in consigli comunali che sparlano di sirene, scie chimiche e altre cose che con l’intelligenza hanno poco a che fare. Io sarei meno fiducioso, fossi Grillo.
Se questi sono i rivoluzionari, c’è ben poco di promettente anche dall’altra parte, in quella che una volta si sarebbe definita l’ala conservatrice. Se la rivoluzione in Italia è rappresentata da un anziano signore miliardario e stravagante, e non parlo di Berlusconi, le posizioni conservatrici più interessani, in Italia, vengono dai giovani, 25-30 anni, il cui rappresentante ideologico può essere individuato in Diego Fusaro, e l’organo di diffusione nel gruppo editoriale de L’Intellettuale Dissidente.
Si tratta, in effetti, di conservatori che si presentano come rivoluzionari; d’altronde abbiamo già detto che lo stesso partito di Grillo prende posizioni conservatrici su alcuni temi. Diego Fusaro è un personaggio molto particolare, un giovane ragazzotto che va in televisione, principalmente a La Gabbia, a dire con parole difficili e un tono snob che le banche, il capitalismo, il popolo, e Gramsci, e Nietzsche e tutto il resto. È allievo di Costanzo Preve, filosofo di per sé interessante, che si autodefiniva marxista. Preve fece una critica del mondo dopo il 68 in una direzione diversa da quella della sinistra ortodossa, tanto che si avvicinò, per amicizia e per idee, all’intellettuale della Nouvelle Droite, la Nuova Destra, Alain de Benoist. Ma non preoccupiamoci di approfondire tanto il discorso: Fusaro, ripetendo a pappagallo la lezione del maestro fa un’operazione che richiede di essere analizzata. L’ultracapitalismo (termine previano) dopo aver distrutto la religione e i vecchi ordinamenti, attacca oggi quelli che sono sostanzialmente i valori borghesi: la famiglia, il matrimonio, la religione, la patria ecc. Così, Fusaro, partendo da Gramsci, in nome dell’anticapitalismo, prende posizione contro il matrimonio omosessuale, contro la libertà di religione e in generale, si ritrova sempre su posizioni conservatrici.
Il suo discorso non è del tutto ininteressante, non è questo il punto. C’è per esempio anche il caso de L’Intellettuale Dissidente e delle edizioni del Circolo Proudhon, che fanno un lavoro sicuramente serio. Eppure. Intitolano le edizioni a uno dei più grandi pensatori dell’Anarchia e del socialismo, e poi la loro rivista (Il Bestiario degli Italiani) si definisce “strapaesana”. Riprendono cioè, di peso, una parola (ma anche tutto un modo di rappresentazione linguistica e di immagini) del dibattito culturale fascista italiano negli anni 20. Il bello è che, adattato al mondo di oggi, e nella confusione ideologica che caratterizza le loro posizioni, questo strapaesano è da intendersi in ultima analisi come no-global.
Intendiamoci, una ideologia no-global appartiene di diritto anche al fascismo italiano, e sono infatti quelli di Casa Pound che, per primi, hanno mostrato interesse per questo pensiero. C’è insomma tutto un movimento culturale che sta nascendo, anzi già nato, che propone un discorso di destra in opposizione al sistema capitalistico, e che pare oggi guadagnare sempre più terreno, almeno sui social network. Ma a ben vedere, in effetti, buona parte di coloro che prendono per buono quel che dice Fusaro, fanno parte del pubblico de La Gabbia e dell’elettorato del M5S.

E così ci accorgiamo che i nuovi conservatori e i vecchi rivoluzionari coincidono, che la rivoluzione tecnologica di Grillo si regge, nel suo popolo, su una reazione politica, e che entrambi, vecchi e nuovi, non sembrano in grado né di proporre qualcosa di davvero rivoluzionario, né tantomeno di contrastare una eventuale Apocalisse dell’intelligenza, di cui, anzi, sembrano essere il sintomo.

Antonio Marvasi.

BestGore.com, le foto dell’attentato di Istanbul e la censura online

In seguito all’attentato di capodanno a Istambul, dove sono morte 39 persone, il sito bestgore.com pubblica le cruente immagini dei corpi senza vita, facendone una questione di libertà di stampa. Il ruolo dell’immagine è sempre più invadente, dalla cronaca alla vita di tutti i giorni. La questione etica che si pone concerne precisamente la cosiddetta  società dell’immagine. 

Nei giorni del dibattito sulla necessità di vietare per legge le bufale online (con le parole rilasciate dal Presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella in un’intervista al ‘Financial Times’ – “Servono regole e sanzioni contro le bufale online: i pubblici poteri devono controllare l’informazione” – che hanno scatenato l’indignata risposta di Beppe Grillo), diviene sempre più opportuno pensare a quello che è Internet, quello che potrebbe essere e quello che dovrebbe essere.

Perché, al netto delle bufale, è possibile imbattersi in contenuti disturbanti – anche sul cosiddetto clean web (usando il termine in opposizione a quello di deep web): anche in quel caso, ci si trova a chiedere sulla legittimità della presenza online di certi tipi di contenuti.

Ma prendiamo un caso specifico: bestgore.com, sito che ha in qualche modo ereditato il ruolo di Grand Guignol della rete da rotten.com. Ma, nonostante possa farci pensare sia solo un sito che cerca di fare numeri e ricavare proventi su contenuti scabrosi, gli autori di Bestgore.com vogliono sottolineare – sin dall’home page – la propria importanza in relazione alla difesa della ‘libertà d’espressione’. Si può leggere, sotto ‘Why This Website Is Important’:

“Best Gore is a reality news website which reports on real life events which are of the interest to the public. Best Gore was founded on the fundamental principle that freedom of expression, freedom of the press and the right of the public to be informed are fundamental and necessary conditions for the realization of the principles of transparency and accountability that are, in turn, essential for the promotion and protection of all human rights in a democratic society”.

In occasione dell’attentato di capodanno, che ha visto morire 39 persone in un attentato al Reina Night Club di Besiktas (quartiere bene di Istanbul), il sito ha mostrato le immagini immediatamente successive la mattanza. Immagini crudi, scioccanti, disturbanti. Ma, ciononostante, emblema di una libertà che non possiamo permetterci di perdere?

Oltre all’appena posto, poniamo qui di seguito altri tre quesiti, che possano servire come spunto per una riflessione (a cui vi lasciamo, non essendo nostra volontà portarvi ad alcuna conclusione):

E’ giusto poter reperire contenuti del genere online? Rientra all’interno dei confini della libertà d’espressione (sempre che una libertà possa avere confini) o li travalica? Deve essere Internet (il clean web) considerato un porto franco?

Tuttavia il fatto può ispirare una riflessione più ampia. La questione sembra infatti porsi nella misura in cui siamo in un periodo di cambiamento culturale. Qual è il ruolo dell’immagine nella società attuale? L’immagine è comprensibile per tutti – usata sin dal medioevo per diffondere il verbo di dio tra gli analfabeti – e si adatta perfettamente a un’epoca caratterizzata dall’accessibilità di internet. In tutti i campi, primo fra tutti quello giornalistico, l’immagine sta prendendo sempre più spazio, e si impone persino nella lingua, con le emoticon. Da un punto di vista dell’informazione, un’immagine cruenta è di gran lunga più eloquente, e decisamente più obiettiva, di qualsiasi descrizione sulla violenza della guerra. Ma la violenza, non appena viene messa in scena, diventa spettacolo. Fu la CNN la prima televisione a trasmettere immagini di guerra, ai tempi del Vietnam, registrando un picco di ascolti da record.

Se per Aristotele la violenza della tragedia nel teatro ha un valore catartico, cioè di purificazione degli animi, forse non si può dire altrettanto della violenza esposta sul clean web. Rimane, probabilmente, una questione di pura spettacolarizzazione, giustificata più o meno malamente dal principio del dovere di cronaca. La questione, quindi, è oggi molto diversa rispetto ai tempi di Aristotele.

Oggi, non siamo più in grado di guardare un tramonto o di mangiare un bel piatto di pasta senza fargli una fotografia e condividerlo. Un filosofo più vicino a noi, prevedeva che in futuro (oggi, ndr) gli analfabeti sarebbero stati quelli che non sanno leggere le immagini. Forse aveva ragione se un altro filosofo, ancora più vicino a noi come Jacques Derrida, insiste molto sul concetto di “traccia”, scritta, video o foto. Facebook, Instagram e praticamente tutti i social network si basano sulle immagini. Insomma, ogni individuo, di qualsiasi classe sociale, ha una fotocamera sempre in tasca. E allora, che senso ha resistere al dilagare di immagini, anche cruente o pornografiche? Anche volendo, per ora qualsiasi sforzo si dimostra inutile, e chi propone di controllare il tutto non può che essere guardato con sospetto. Rimane solo la responsabilità dei singoli utenti, aiutati, è vero, dall’algoritmo del proprio motore di ricerca, che li aiuta a trovare solo i risultati che vogliono trovare.

Ma la questione rimane aperta: bisogna tutelare gli utenti del clean web, o lasciare libero sfogo alla libertà di espressione, talvolta male interpretata, senza arginare immagini cruente, bufale e complottismi? Il mio diritto a essere informato, implica che io abbia accesso a notizie vere, ma anche che io possa vedere con i miei occhi l’orrore dell’attentato di capodanno. E che ne è del diritto delle vittime, e dei familiari, a non vedersi il morto sbattuto in prima pagina? Questo problema ci dice qualcosa, forse, dei tempi che stiamo vivendo.

Nasce il sito de L’Opinabile – rivista di critica in formazione

Quando T.S. Eliot, direttore della rivista The Criterion, decise di tornare al formato quadrimestrale dopo un breve esperimento di pubblicazione mensile, lo fece soprattutto per una questione di qualità: pubblicare ogni mese significava una scelta meno ponderata. Per lo stesso motivo oggi L’Opinabile, nel magma di informazioni che ogni giorno ci sommerge, decide di adottare un formato mensile. Certo, il tempo oggi si muove molto più velocemente rispetto a un centinaio di anni fa, ma anche per noi si tratta, innanzi tutto, di una questione di qualità.

Ci scusiamo quindi per il ritardo, dovuto principalmente agli immancabili problemi tecnici e alla gioventù del progetto. Ma rivendichiamo il diritto alla lentezza per far decantare le notizie e le nostre riflessioni. Questo ritardo fa parte, in un certo senso, della nostra stessa politica editoriale.

Nasce, finalmente, il sito dell’Opinabile – rivista di critica in formazione.

Il formato del nostro progetto editoriale è molto semplice: la rivista esce in versione scaricabile ogni mese – troverete il primo numero nella calza, il 6 gennaio – per essere letta su tutti i dispositivi. Il progetto grafico rimanda a una rivista cartacea, ed è in effetti possibile stampare il documento se si vuole, o comunque sfogliarlo sul tablet, ma quel che ci caratterizza è l’ipertesto. L’Opinabile è una rivista digitale che si naviga, e che vuole dare al lettore tutto il potere che gli spetta di diritto nei tempi di oggi: la possibilità di approfondire autonomamente gli argomenti trattati, a partire dai link e dalla documentazione che gli forniamo.

Il nostro gruppo è formato da ricercatori universitari e da giornalisti insieme, per posizionarci a metà tra la mera informazione cronachistica e l’elaborazione di un pensiero più riflettuto. La rivista è quindi suddivisa in rubriche fisse, ognuna tenuta da un autore che, per formazione o per lavoro, si occupa della questione che tratta. Ogni mese, la copertina presenterà un’opera d’arte che ci permetta di affrontare gli argomenti che di volta in volta caratterizzeranno il presente. Per il primo numero, abbiamo scelto di fare un omaggio al filosofo tedesco Walter Benjamin, mettendo in copertina il famoso quadro di Paul Klee, Angelus Novus.

A supporto della rivista, il sito, questo sito. Qui, seguendo la nostra linea editoriale, verranno pubblicati un massimo di 5 articoli ogni giorno, sempre, ovviamente, di critica e informazione. Ci opponiamo, anche sul sito, alle notizie istantanee che fanno scalpore tanto per farlo e alle valanghe di contenuti acritici attraverso degli articoli che non siano scritti di getto, che non puntino esclusivamente ad avere visibilità. Qui cerchiamo di fare critica in formazione, di pensare i tempi che corrono.

Si potrebbe adattare il concetto di slow-food (non a caso, L’Opinabile è attento anche alla cultura enogastronomica italiana e mondiale): quel che troverete sulla nostra rivista sono, per così dire, delle slow-news. Articoli di qualità, scritti lentamente (ecco il legame con l’Università), che seguono la stagione (ecco il legame col giornalismo), da gustare con attenzione.

La qualità di una riflessione critica richiede tempo, e il tempo richiede libertà. La libertà richiede molti sforzi. Col vostro contributo (in prima battuta in termini di partecipazione), siamo certi che i nostri sforzi saranno ripagati.

Senza ulteriori indugi vi diamo per adesso il benvenuto sul nostro sito, e vi aspettiamo il 6, senza ritardi, per la prima uscita de L’Opinabile. Nel frattempo, per non perdervi nessun aggiornamento, seguiteci su Facebook.

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