L’Editoriale #7 – Giovine Italia

Copertina del numero 7 de L’Opinabile (Luglio/Agosto)

La copertina di questo numero richiama, per il sorriso, l’uscita di febbraio 2017 de L’Opinabile – L’insostenibile leggerezza – in cui affrontavamo un tema simile, ma dall’altro punto di vista. Per questo numero delle vacanze, abbiamo voluto opinabilmente parlare di lavoro, concretezza delle azioni. Ma per il piede incancrenito, la copertina va opposta anche a quella di marzo, che rappresentava L’Uomo che cammina. Per indicare quel che ci pare una mancanza di gioventù, da un lato, e di giovinezza, dall’altro. Cioè di speranza, di qualcosa di irrazionale. I giovani d’oggi descritti, opinabilmente, come giovini, vecchi, con vecchiaia. Leggi tutto “L’Editoriale #7 – Giovine Italia”

Dal prossimo mese la Turchia abolirà l’insegnamento dell’evoluzionismo nelle scuole

Il provvedimento è stato approvato con la riforma dei programmi scolastici lo scorso Giugno. Ma il problema, più ancora che religioso, è politico. E non riguarda solo la Turchia.

Secondo una recente modifica dei programmi scolastici turchi, l’evoluzionismo non sarà più insegnato nelle scuole primarie e secondarie, ma sarà riservato solo all’insegnamento universitario. I programmi non faranno più neanche menzione della parola evoluzione. Le modifiche, che avrebbero dovuto diventare operative nel 2019 [1], verranno più probabilmente anticipate già al mese prossimo. La misura è controversa, e ha provocato una mobilitazione dei genitori e dei docenti, anche universitari.

Alpaslan Durmus, presidente della Commissione Turca per l’Educazione (Turkey’s Board of Education), ha dichiarato: “Abbiamo escluso questa materia controversa perché gli studenti non sono ancora capaci di comprenderne il contesto scientifico”. Anche il Ministro dell’Istruzione turco, Ismet Yilmaz, ha ribadito: “È una teoria che richiede una preparazione filosofica più grande di quella che hanno gli studenti.” È evidente che, dietro queste dichiarazioni apparentemente scrupolose, si vuole giustificare una misura dettata non da motivazioni pedagogiche, bensì politiche.

La Turchia, sebbene sia composta per circa il 95% da musulmani, è secondo la sua Costituzione uno stato laico dagli anni Venti dello scorso secolo. Ciò nonostante, la politica e la cultura religiosa non hanno mai smesso di influenzare l’educazione nel Paese. L’evoluzionismo è stato sempre insegnato in maniera critica, essendo sminuito o relegato a specifici curriculum scolastici. Dopo il colpo di stato militare del 1980, nei libri di testo il creazionismo è stato proposto come un’alternativa competitiva. Attualmente l’evoluzionismo non è presentato come un fatto accertato, ma come una teoria su cui la discussione è ancora aperta [2]. Ora però il suo insegnamento sarà completamente abolito.

L’attuale Governo del Presidente Erdogan, di stampo conservatore, è accusato dagli oppositori di voler islamizzare il sistema scolastico [3]. La riforma dei programmi rientrerebbe in questa strategia, tanto più che contemporaneamente è stato introdotto nelle scuole un approfondimento dei principi della jihad.

Un problema più generale

Nel Febbraio 2017, quando la notizia dell’abolizione dell’evoluzionismo aveva iniziato a diffondersi, la rivista scientifica Nature ha ospitato alcuni brevi interventi di attivisti scientifici [4], da cui emerge che l’esempio turco è solo un’istanza di un problema più generale.

Nel primo intervento, Imparate dagli anni bui della scienza in Canada, si ricorda come, durante il recente mandato del Primo Ministro Canadese Stephen Harper (2006-2015), il governo abbia assunto un chiaro atteggiamento anti-scientifico. Sono stati licenziati più di 2000 scienziati. Programmi governativi di ricerca che studiavano, tra le altre cose, le emissioni dalle ciminiere, la sanità alimentare, le perdite di petrolio, la qualità dell’acqua e il cambiamento climatico sono stati drasticamente ridotti o del tutto aboliti. La raccolta e la conservazione dei dati scientifici è stata ostacolata attraverso il taglio dei fondi e la chiusura di molte biblioteche. Agli scienziati impiegati presso il governo non era permesso discutere le politiche governative apertamente con la stampa, senza una specifica autorizzazione che spesso non veniva concessa [5]. Con l’elezione a Primo Ministro di Justin Trudeau il corso si è invertito, ma ci vorrà del tempo prima che il Canada si riprenda da questi nove anni di repressione scientifica.

È molto facile tracciare un parallelo tra la recente esperienza canadese e l’attuale politica di Donald Trump negli Stati Uniti [6]. L’affinità del caso turco ai casi canadese e statunitense è l’insorgenza di un conflitto tra ciò che è considerato vero e ciò che è considerato conveniente o giusto. Quando gli interessi di specifici gruppi economici o religiosi vengono messi in primo piano nell’agenda governativa, allora si vorrebbe chiedere alla deontologia scientifica di turarsi il naso, e si cerca di screditare la verità scientifica ponendola sullo stesso piano di una mera opinione politica. Il rapporto logico tra scienza e politiche governative viene così rovesciato. Non è più l’azione politica a cercare fondamento nella ricerca; al contrario, spetterebbe a quest’ultima adeguarsi alle finalità preconcette – e mai messe in discussione – dell’azione politica. È probabile che nel futuro prossimo ci si riproporrà con insistenza la domanda già avanzata dal filosofo francese Lyotard: chi decide cos’è il sapere, e chi sa cosa conviene decidere? [7]

FONTE: Science Alert,

[1] Le scuole turche smetteranno insegnare la teoria dell’evoluzione di Darwin,  ilPost (23 Giugno 1017)

[2] Attitudes towards teaching evolution in Turkey,  APS News (Giugno 2013)

[3] Il Fatto Quotidiano (20 Luglio 2016)

[4] Education: Restore evolution to Turkey’s curriculum, Nature 542, 165 

[5] Research cutbacks by government alarm scientists,  CBC News (10 Gennaio 2014)

[6] Il futuro incerto della scienza sotto l’amministrazione Trump, L’Opinabile (25 Gennaio 2017)

[7] Jean-Francçois Lyotard, La condizione Postmoderna, Feltrinelli (2015); la frase citata compare a pagina 20.

Realismo Meridiano, un punto in comune tra Sud-Europa e Nord-Africa: il mediterraneo.

Come per la lettura di un quadro può rivelarsi utilissimo partire da un dettaglio, così, per capire il globale può essere utile cominciare la propria riflessione dal locale. Per farsi un’idea del mondo, tracciare la cornice di un quadro generale troppo ampio per il nostro sguardo, e troppo lontano dalla nostra esperienza personale, è persino necessario analizzare il proprio territorio per poi applicare le nostre osservazioni – sia pure in modo metaforico – a quel che sta oltre l’orizzonte. Insomma, partire sempre dalla realtà, da ciò che i nostri sensi ci permettono di percepire direttamente, per poi provare ad allargarlo fino all’astratto, con l’uso della ragione. Leggi tutto “Realismo Meridiano, un punto in comune tra Sud-Europa e Nord-Africa: il mediterraneo.”

La Jeune Afrique, Un immenso potenziale inespresso – Il Muzungu

Di Marco Simoncelli

I giovani africani hanno straordinarie capacità e potrebbero trainare lo sviluppo nei loro paesi e nel mondo, ma aumentano di numero più velocemente dell’attuale crescita continentale soffocata dal sistema economico mondiale. Investimenti e azioni concrete per creare lavoro, scuola e formazione tardano ad arrivare. Molti di loro si mettono in viaggio, altri sfruttano il loro innato talento imprenditoriale.

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Il Mitologo – Promesse di gioventù

Di Gerardo Iandoli

Quando si parla di giovani, oggi, si compie un passaggio logico che appare ovvio, ma che in realtà non lo è affatto: si dà per scontato che l’essere giovani sia un valore di per sé. Ma, per essere davvero onesti nei confronti della gioventù, bisogna analizzare quali sono i termini e i limiti di questo particolare valore.

(Immagine: Lucio Fontana, Concetto spaziale, attese. 1968)

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Disertori – “War Games nel ventre della Balena Blu”

E’ quasi sera. Le erbacce, sottili fasci di foglie vibrate dal vento nelle crepe dell’asfalto dissestato.

Tutto sembra, cielo e palazzi, forgiato nel metallo o in una cartapesta cerulea immobile. Come vecchi fondali di una scenografia teatrale buttati in qualche magazzino e dimenticati, si stagliano in una percorrenza veloce dai finestrini del pulman.

Di Carlotta Giauna (immagine: “Le avventure di Pinocchio” illustrazioni di Roland Topor 1972)

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Non calpestarmi – “No pain, no gain” non fa poi così ridere

di Federico Maiozzi

 

Come in tutti gli stati del mondo, democratici o meno, grandi o piccoli, anche negli Stati Uniti le sorti del paese sono rette in buonissima parte da un ristretto numero di famiglie ricchissime, e per lo più di “antiche” tradizioni, che indirizzano qualsiasi attività umana della nazione. Dall’elezione del presidente al menù delle mense scolastiche degli asili nido. Leggi tutto “Non calpestarmi – “No pain, no gain” non fa poi così ridere”

Calciomercanti – I giovani più giovani e la grande onta dell’argent

Sono i giovani più giovani, ma non sono l’esercito del surf. Sono giovani giovani, ma non fanno la trap. Sono i protagonisti del calciomercato 2017, ad oggi ancora in fase di svolgimento (le operazioni termineranno alle 22:59 del 31 agosto e con esse terminerà la ridondante ed estenuante produzione di news sul tema).

Di Rocco DiVincenzo

Per cosa ricorderemo il calciomercato di questa torrida estate? Sicuramente, per il trasferimento più caro della storia: l’acquisto di Neymar, attaccante classe ’92 che punta ad infrangere tutti i record della Seleçao (la nazionale che è stata dei Pelé, dei Romario e dei Ronaldo), da parte del Paris Saint German, pronto a sborsare la cifra record di 222 milioni di euro per il solo cartellino del giocatore.

Parrebbe comunque che a portare ‘O Ney a Parigi non siano stati i soldi (né lo show) ma siano state le motivazioni, come garantito in conferenza stampa dal presidente dei parigini Nasser Al-Khelaifi, ex ministro del Qatar (la nazione che di fatto ha messo sul piatto i soldi della clausola rescissoria, pagando Neymar come sponsor in vista del Mondiale del 2022), nonché personaggio più influente del calcio francese nel 2016 secondo ‘L’Equipe’.

Anche per i protagonisti del calciomercato tricolore (quello su cui volevo concentrarmi sin da principio, parlando di giovani giovani) l’argent non è stato il motore principale delle trattative di cui sono stati protagonisti.

A partire da Gianluigi Donnarumma, portiere classe ’99 del Milan: probabile erede di un altro Gianluigi tra i pali della Nazionale, il giovanissimo estremo difensore rossonero ha tenuto banco a giugno per un rinnovo di contratto quantomeno travagliato.

Dopo una estenuante trattativa (che ha visto il portiere diventare un tema caldo su Facebook, nemmeno fosse una crisi internazionale – di quelle in cui tutti diventano esperti di politica estera – o la morte di un famoso – di cui tutti diventano grandi fan), Gigio Donnarumma ha firmato un contratto da 6 milioni di euro a stagione, diventando così il terzo portiere più pagato al mondo dopo Neuer e De Gea (titolari delle rispettive nazionali).

Inoltre, ha ottenuto l’ingaggio del fratello maggiore Antonio, reduce da una stagione in Grecia con 32 gol subiti in 21 gare, come terzo portiere (ad un milione di euro all’anno. Il terzo portiere più pagato della Serie A).

Ma non è mai stata una questione di soldi e, nonostante le tempistiche avessero potuto fare pensare il contrario, Gigio non ha mai avuto dubbi sulla scelta da effettuare (come dichiarato nella conferenza stampa post rinnovo, dopo settimane di mutismo selettivo: “Sono nato e cresciuto qui, nella mia testa mai ci sono stati dubbi. Sono tifoso rossonero fin dalla nascita e questa è casa mia”).

Non è stata una questione di soldi nemmeno per Andrea Conti, terzino destro dal sicuro avvenire, autore di una ottima stagione all’Atalanta. Una stagione che ha visto i labronici conquistare l’Europa League grazie anche al gran lavoro di Gasperini, abilissimo a valorizzare i giovani giovani.

Giovani come Gagliardini, Kessie e Conti, per l’appunto. Ma se nel caso di Gagliardini e Kessie i trasferimenti siano stati quasi fisiologici (con l’Atalanta pronta a monetizzare i loro personali exploit), nel caso di Conti il cambio di maglia è avvenuto dopo un netto strappo, formalizzato dalle parole dell’agente del terzino (“Abbiamo ribadito che Conti non vuole rimanere all’Atalanta e che vuole solo andare al Milan. Per quanto ci riguarda la storia con l’Atalanta finisce qui. Ci hanno fatto una proposta di adeguamento del contratto ma non ci interessa”).

Non è stata una questione di soldi, insomma (anche se l’ingaggio di Conti è passato da 450.000 a 2 milioni di euro).

Non è stata una questione di soldi nemmeno nel caso di Federico Bernardeschi, trequartista di Massa Carrara, trasferitosi da Firenze a Torino (sponda bianconera) nel secondo trasferimento più caro dell’estate (dopo quello di Bonucci), giunto al termine di un lungo corteggiamento accompagnato dalla serenità dei tifosi viola (sempre ben propensi a vedere i propri idoli vestire la maglia della Juventus).

Dichiarava che sarebbe stato difficile vestire la maglia della Juventus e doveva essere una bandiera della Fiorentina (con tanto di endorsement della storica bandiera Antognoni), ma è diventato un Baggio 2.0, con un sinistro magnifico ma con tanto ancora da dimostrare.

Ci riuscirà? E, più in assoluto, riusciranno questi giovani giovani dagli ingaggi corposi e dalle valutazioni a tanti zero ad esprimersi al loro meglio, senza che le valutazioni affibbiategli gravino sulle loro spalle come il mondo su Atlante?

P.S.

Giunti al settimo numero de ‘L’Opinabile’, sono tornato con la mia rubrica. Avrei voluto scrivere qualche mese fa di Baccaglini e dell’improbabile cambio di proprietà del Palermo (con quali soldi avrebbe dovuto l’ex Iena acquistare la società siciliana? Solo qualcuno se l’è chiesto, mentre tutti magnificavano la figura del giovane self made man della finanza, campione di comunicazione e con la fidanzata faiga. E dopo i servizi tv e i copiosi articoli lui dedicati, il mancato closing è passato quasi in sordina), ma ero rimasto scottato dall’effettivamente avvenuto passaggio di proprietà del Milan in mano cinesi, messo da me in dubbio nel numero di gennaio. A passaggio avvenuto, a mio avviso, rimangono oscuri alcuni aspetti (e mi chiedo in primo luogo: da dove giungono i soldi per il mercato, se era già stato difficile giungere al closing e per farlo s’è dovuto ricorrere al prestito di un fondo?). L’oscurità è stata a sua volta messa in ombra dall’evidente opulenza del mercato rossonero (che ha visto anche il passaggio – a prezzi non certo contenuti – di due ‘bandiere’ come Bonucci e Biglia in rossonero. A testimonianza che i soldi non sono importanti). Noi attendiamo la luce.

Lo striscione anti-nazista (?) del Legia, la semplificazione giornalistica e l’incoerenza ultras

3 agosto, Legia Varsavia-Astana, terzo turno preliminare di Champions League. I tifosi di casa mettono in piedi una appariscente coreografia per celebrare l’anniversario della Rivolta di Varsavia (l’insurrezione della capitale contro l’occupazione nazista, iniziata nell’agosto del ’44).

Repubblica.it titola: ‘Varsavia, la coreografia shock dei tifosi del Legia per ricordare la rivolta contro i nazisti‘.

Il breve articolo, quindi, prova  a contestualizzare:  Coreografia-shock dei tifosi del Legia Varsavia. Ieri sera, contro l’Astana, in un match valido per il terzo turno preliminare di Champions League, i sostenitori polacchi hanno esibito un enorme striscione con un soldato delle SS senza volto che punta una pistola alla tempia di un bambino, la scritta “1944” in nero e la spiegazione, in inglese: “Durante la Rivolta di Varsavia i tedeschi uccisero 160mila persone. Migliaia di esse erano bambini”. Il riferimento è appunto alla Rivolta di Varsavia, iniziata l’1 agosto del 1944, durante la Seconda guerra mondiale, simbolo dell’opposizione polacca all’occupazione nazista. Sul campo, il Legia ha vinto per 1-0, ma è stato eliminato in virtù della sconfitta di Astana per 3-1.

Così scrivono più o meno tutti i giornali tricolori, che d’altra parte amano i rewrite men (lo siamo un po’ tutti, noi che scriviamo sul web).

I giornali di settore (Il Corriere dello Sport, La Gazzetta, Calciomercato.com, Yahoo Sports et cetera), ma anche realtà all news (LaPresse, Il Giornale e compagnia), si esprimono all’unisono: i tifosi del Legia Varsavia vogliono ricordare e stigmatizzare i crimini del nazismo, che ha portato alla morte di migliaia di polacchi.

In realtà, come qualcun altro ha per fortuna sottolineato (cercando di andare oltre la semplificazione), la appariscente coreografia non vuole rappresentare un messaggio antinazista.

I tifosi del Legia Varsavia non hanno mai nascosto le proprie simpatie naziste. Per accorgersene, basta fare un rapido giro nel web, laddove è facile imbattersi in foto come le seguenti.


Ma torniamo alla succitata coreografia. E andiamo a soffermarci sulle parole (che, dovremmo saperlo, sono importanti). Lo striscione correlato all’immagine del bambino con la pistola puntata alla testa da un SS senza volto recita: ‘During the Warsaw uprising Germans killed 160.000 people. Thousands of them were children’.

I tifosi del Legia parlano di Germans, non di Nazis: i crimini sono stati perpetrati dai nemici tedeschi. Poco importa siano stati nazisti.

I compostissimi tifosi del Legia Varsavia non sono nuovi a paradossi di questo tipo.

Nel settembre del 2011, prima di un match contro il Maccabi Tel Aviv, gli ultras del Legia diedero vita ad un’altra – una delle tantissime – coreografia quantomeno controversa:

In barba, all’islamofobia dilagante in Polonia (con tanto di partecipate manifestazioni contro l’invasione islamica e ulteriori coreografie con esposizione di crociati), contro gli israeliani – gli ebrei – del Maccabi, gli ultras del Legia evocano la jihad, con uno striscione scritto con caratteri che evocano palesemente l’arabo.

Agli ultras polacchi, evidentemente, poco importa la coerenza.

Libertà di riproduzione bibliografica, finalmente è legge

Una norma di civiltà richiesta a gran voce dagli studiosi e dai ricercatori. Da oggi, infatti, è legge dello Stato la possibilità per i privati di riprodurre liberamente beni bibliografici e archivistici, senza necessità di autorizzazioni o del pagamento di un canone, sempre che l’uso sia per motivi di studio e ricerca e non a fini commerciali.

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